Pakistan e guerra dello Yemen: lo scudo saudita rischia di diventare una spada. L’ipotesi di un intervento diretto

Di Giuseppe Gagliano*

ISLAMABAD (PAKISTAN).  Il Pakistan potrebbe essere sul punto di varcare una soglia che finora aveva evitato con particolare prudenza: partecipare direttamente alla guerra contro gli Houthi nello Yemen.

Secondo fonti pakistane citate dalla stampa turca, Islamabad starebbe valutando bombardamenti aerei richiesti dall’Arabia Saudita.

Un F-16D Block 52 appartenente alle Forze Aeree di Islamabad

Le operazioni potrebbero essere annunciate soltanto dopo la loro esecuzione, secondo una modalità utile a ridurre il dibattito interno e a presentare l’intervento come un fatto compiuto.

Le indiscrezioni indicano tra gli obiettivi la provincia di Saada, principale roccaforte politica e militare di Ansar Allah.

Ma parlare di “liberazione” di questa regione significa descrivere un’impresa assai più complessa di una semplice campagna aerea.

Saada è un territorio montuoso, attraversato da reti logistiche, depositi sotterranei e strutture militari costruite nel corso di anni di guerra. L’aviazione saudita lo ha bombardato ripetutamente senza riuscire a spezzare la capacità operativa degli Houthi.

Un miliziano Houthi

L’eventuale partecipazione pakistana potrebbe migliorare la qualità della pianificazione e aumentare la disponibilità di velivoli, piloti e sistemi di sorveglianza. Difficilmente, però, trasformerebbe i bombardamenti in una soluzione politica.

Il precedente che Islamabad non può dimenticare

Per il Pakistan non si tratta di una decisione puramente militare.

Nel 2015 il Parlamento respinse la richiesta saudita di partecipare alla guerra yemenita, temendo di essere trascinato in un conflitto confessionale e regionale.

Da allora Islamabad ha cercato di conservare un equilibrio delicato: mantenere il sostegno finanziario di Riad, proteggere i milioni di lavoratori pakistani presenti nel Golfo e, contemporaneamente, evitare una rottura con l’Iran, con il quale condivide un confine lungo e instabile.

Oggi questo equilibrio appare più fragile. Il Patto della Mecca, firmato da Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, introduce un principio di difesa reciproca che può offrire una base politica all’intervento. Il problema è stabilire dove finisca la difesa e dove cominci l’offensiva. Intercettare missili diretti contro una raffineria saudita è un’azione difensiva.

Bombardare Saada significa invece entrare nella guerra civile yemenita e colpire il territorio controllato da una forza alleata dell’Iran.

È proprio questa ambiguità a rendere il patto potenzialmente esplosivo. Un accordo concepito come strumento di dissuasione rischia di trasformarsi nel meccanismo automatico di una coalizione militare regionale.

Il valore strategico del contributo pakistano

Il Pakistan dispone già in Arabia Saudita di migliaia di militari, velivoli, aeromobili senza pilota e sistemi di difesa antiaerea.

Il suo contributo più efficace non sarebbe necessariamente il bombardamento dello Yemen, ma il rafforzamento della protezione delle infrastrutture saudite: raffinerie, oleodotti, porti, aeroporti, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione.

Gli Houthi hanno dimostrato che non occorre distruggere l’apparato militare saudita per esercitare una pressione strategica.

È sufficiente minacciare alcuni punti essenziali dell’economia del regno.

Missili e aeromobili senza pilota relativamente economici possono costringere Riad a impiegare intercettori molto più costosi, rallentare le esportazioni e accrescere i premi assicurativi sulle rotte marittime.

Islamabad potrebbe fornire sorveglianza, individuazione preventiva dei lanci, difesa antiaerea e protezione delle basi.

Sarebbe una missione militarmente razionale e politicamente più sostenibile.

Un’offensiva contro Saada, al contrario, produrrebbe probabilmente una risposta degli Houthi contro basi, navi o interessi pakistani, allargando il conflitto senza garantire risultati decisivi.

Petrolio, rotte marittime e costi della guerra

La posta in gioco è soprattutto economica.

L’Arabia Saudita deve già affrontare le conseguenze della riduzione della sicurezza nello Stretto di Hormuz.

Cartina dello Stretto di Hormuz

Se alla pressione iraniana sul principale passaggio energetico del Golfo si aggiungesse un blocco houthi contro le navi saudite nel Mar Rosso, Riad si troverebbe esposta su due fronti.

Il rischio non riguarda soltanto il prezzo del petrolio.

Coinvolge i costi di trasporto, le assicurazioni, le consegne verso l’Europa e l’Asia e la credibilità dell’Arabia Saudita come fornitore affidabile.

Ogni attacco riuscito contro una raffineria dimostra che le immense spese militari saudite non assicurano automaticamente la protezione delle infrastrutture strategiche.

Anche il Pakistan ha molto da perdere.

La sua economia dipende dalle importazioni energetiche, dalle rimesse dei lavoratori emigrati e dagli aiuti finanziari dei Paesi del Golfo.

Sostenere Riad può rafforzare questi legami, ma una guerra prolungata farebbe aumentare il costo dell’energia e aggraverebbe la fragilità finanziaria pakistana.

Il vantaggio immediato della cooperazione saudita potrebbe così essere divorato dalle conseguenze economiche dell’escalation.

Una nuova geometria del potere islamico

L’intesa tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita riunisce tre risorse complementari: le capacità operative turche, la potenza nucleare pakistana e la ricchezza finanziaria saudita. Sulla carta è un raggruppamento formidabile.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Nella realtà, i tre Paesi hanno interessi diversi, rapporti differenti con l’Iran e priorità strategiche non sempre compatibili.

Ankara vorrà evitare di consumare il proprio prestigio in una guerra senza soluzione.

Islamabad dovrà tenere conto della propria popolazione sciita e della frontiera iraniana.

Riad cercherà invece di trasformare la solidarietà politica degli alleati in protezione concreta del proprio territorio e delle proprie esportazioni.

Un intervento pakistano costituirebbe quindi un precedente ben più importante dei singoli bombardamenti.

Dimostrerebbe che il Patto della Mecca non è soltanto una dichiarazione, ma uno strumento militare utilizzabile.

Allo stesso tempo offrirebbe all’Iran la giustificazione per intensificare l’assistenza agli Houthi e rafforzare i propri collegamenti regionali.

Il paradosso è evidente: per difendere l’Arabia Saudita e ristabilire la dissuasione, il Pakistan rischierebbe di trasformare una guerra yemenita già internazionalizzata in un confronto ancora più ampio.

E Saada, promessa come obiettivo da riconquistare, potrebbe diventare ancora una volta il luogo in cui le ambizioni delle potenze regionali incontrano i limiti della forza militare.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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