Pakistan-Sudan. 1,5 miliardi di armi: il ritorno della guerra “a distanza” nel Mar Rosso

Di Giuseppe Gagliano*

KHARTOUM. L’accordo da 1,5 miliardi di dollari che Islamabad starebbe finalizzando con Khartoum non è una semplice vendita di armamenti. È un’operazione politica, industriale e geopolitica che lega insieme tre crisi: la guerra civile sudanese, il riassetto del Golfo e la strategia pakistana di trasformare l’industria della difesa in pilastro di sopravvivenza economica. Il Sudan, paese strategico sul Mar Rosso e grande produttore d’oro, non è solo un campo di battaglia: è una cerniera tra Africa e Medio Oriente, tra rotte commerciali e competizione regionale. E chi mette il piede in Sudan, anche con un contratto, entra in quel gioco.

Valutazione militare: droni, cielo e ribaltamento del fronte

Il punto operativo è chiaro: l’esercito sudanese (SAF) ha bisogno di recuperare la supremazia aerea erosa dalla crescita dell’uso dei droni da parte delle Forze di supporto rapido (RSF). Per questo il pacchetto pakistano sarebbe centrato su tre strumenti: aerei leggeri da attacco e addestramento, droni per ricognizione e attacco, e sistemi di difesa aerea più avanzati.

Dieci Karakoram-8, centinaia di droni e piattaforme come i Super Mushshak significano una cosa: capacità di sorveglianza, colpi mirati, pressione costante sul campo. E se entrassero anche i caccia JF-17, il salto sarebbe qualitativo: non più solo guerra di logoramento con mezzi leggeri, ma capacità di deterrenza e di colpire più in profondità. In un conflitto in cui la linea del fronte è liquida e le città cambiano mano, il controllo del cielo può decidere l’esito di una campagna in poche settimane.

Un K-8P Karakorum delle forze aeree pakistane. Credit –  3GO*CHN-405/mjordan_6 – http://www.airliners.net/photo/Pakistan—Air/Hongdu-K-8P-Karakorum/1822329/L/

C’è però un rovescio: più tecnologia, più guerra “a distanza”, meno incentivi alla trattativa. Quando un esercito crede di poter vincere con i droni e con la superiorità aerea, tende a rimandare il compromesso. E il Sudan è già oltre il limite, con una crisi umanitaria che si autoalimenta.

Il finanziatore fantasma: Arabia Saudita tra mediazione e ambiguità

Il passaggio più interessante non è la lista della spesa, ma la domanda: chi paga? Nelle ricostruzioni, torna l’ipotesi saudita: mediazione, possibile sostegno, o quantomeno copertura politica. Ma le fonti si contraddicono sul finanziamento. Ed è proprio questa ambiguità a dire molto.

Riyadh ha interesse a un Sudan non ostile e non “catturato” da avversari regionali, soprattutto lungo il Mar Rosso. Ma ha anche interesse a non esporsi troppo in una guerra sporca e lunga. Perciò la formula più probabile, se davvero c’è un ruolo saudita, è quella tipica della geopolitica del Golfo: facilitare, orientare, tenere aperti canali, senza caricarsi formalmente la fattura.

A rendere tutto più plausibile c’è l’altro tavolo: il Pakistan discute con l’Arabia Saudita un accordo di difesa molto più grande, tra i 2 e i 4 miliardi. In un contesto simile, le forniture al Sudan possono diventare una voce indiretta, o un “pacchetto” che si appoggia su intese più ampie.

Golfo diviso, Sudan usato: la guerra per procura che rispunta

Il Sudan oggi è un teatro dove le potenze regionali si osservano e si colpiscono di rimbalzo. Da un lato i tentativi di mediazione, dall’altro le accuse incrociate: l’esercito sudanese sostiene che le RSF ricevano rifornimenti dagli Emirati, che negano. Nel frattempo, la rivalità tra Riyadh e Abu Dhabi — aggravata dai recenti scossoni nello Yemen e dalle divergenze su petrolio e assetti regionali — rende il Sudan ancora più pericoloso: perché ogni avanzata militare sul terreno rischia di essere letta come una vittoria indiretta di una capitale sull’altra.

E qui la vendita pakistana diventa un tassello: non solo “armi al Sudan”, ma armi che si collocano dentro una frattura nel Golfo. Con un effetto prevedibile: se una parte si rafforza, l’altra cercherà di compensare.

Scenari economici: Pakistan, fabbrica d’armi come piano di stabilità

Per Islamabad, la notizia è quasi più importante che per Khartoum. Il Pakistan è dentro un programma del Fondo monetario internazionale, ha evitato il fallimento nel 2023, e si regge anche grazie ai rinnovi e ai depositi degli alleati del Golfo. In questo quadro, l’industria della difesa è una leva doppia: porta valuta, crea occupazione qualificata, consolida rapporti politici con clienti e sponsor.

Non a caso Reuters ricorda altri tasselli: accordi con la Libia, contatti con il Bangladesh, interesse crescente dopo l’impiego dei jet in un conflitto con l’India. Il messaggio è: il Pakistan vuole essere percepito come fornitore affidabile di sistemi a basso e medio costo, con tecnologia sufficiente e con addestramento incluso. Un modello che, per molti Paesi in guerra o in instabilità cronica, è più accessibile delle grandi piattaforme occidentali.

Ma c’è un rischio strutturale: se l’economia si aggancia troppo all’export militare, la stabilità interna diventa dipendente da crisi esterne. E le crisi esterne, per definizione, non garantiscono continuità pulita: garantiscono volatilità.

Lettura geopolitica: il Mar Rosso come linea di frizione globale

Il Sudan non è un punto qualunque. Sta sul Mar Rosso, che oggi è una delle grandi arterie sotto stress del commercio globale. Instabilità sudanese significa instabilità sulle rotte, sulle infrastrutture portuali, sul controllo delle coste e sulle filiere dell’oro. E l’oro, in un Paese frammentato, non è solo ricchezza: è carburante di guerra, perché finanzia milizie, acquisti e fedeltà.

Se il Pakistan entra come fornitore militare, entra anche nel quadro più ampio della sicurezza marittima e della competizione tra blocchi. E la possibile presenza dei JF-17 — sviluppati con la Cina — aggiunge una sfumatura: non perché la Cina “comandi”, ma perché la tecnologia diventa un canale di influenza. Ogni pezzo di ricambio, ogni aggiornamento, ogni addestramento crea dipendenza e relazione.

Dove porta questa storia

Se l’accordo verrà chiuso, il SAF guadagna capacità immediate e probabilmente fiducia. Le RSF, di riflesso, cercheranno contromisure: più droni, più supporti esterni, più guerriglia. Il risultato più probabile, nel breve, è un’intensificazione. Nel medio, una guerra che si internazionalizza ancora di più: Golfo, Mar Rosso, Africa nord-orientale, e il Pakistan che usa la difesa come moneta politica.

Il paradosso è sempre lo stesso: si parla di pace, ma si firmano contratti che rendono la pace meno conveniente. E quando la guerra diventa sostenibile tecnicamente e finanziariamente, diventa anche più lunga.

Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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