Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON. Un attacco che riapre il dossier siriano L’uccisione di due soldati statunitensi e di un interprete civile americano a Palmira, in un’imboscata attribuita allo Stato islamico, ha riportato bruscamente la Siria al centro dell’agenda strategica di Washington. Donald Trump ha promesso vendetta, parlando di “tre grandi patrioti”, ma l’episodio pesa soprattutto per ciò che rivela: la fragilità di un impianto politico-militare che gli Stati Uniti non sono mai riusciti a chiudere davvero dal 2015 a oggi.

Palmira non è un luogo qualsiasi. È simbolo della guerra siriana, del collasso dello Stato, della sopravvivenza dell’ISIS come attore clandestino. Che l’attacco sia avvenuto contro una pattuglia congiunta siriano-statunitense, in un’area teoricamente sotto controllo governativo, segnala una realtà scomoda: la sicurezza resta porosa, e il nuovo potere a Damasco controlla solo a tratti il territorio.
Il paradosso del nuovo corso siriano Dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, Washington ha scelto una linea pragmatica: dialogo con il nuovo Presidente ad interim Ahmed al-Sharaa, ex leader di Hayat Tahrir al-Sham, già legato all’universo jihadista. Trump lo ha ricevuto alla Casa Bianca, ne ha elogiato la durezza e ha avviato il percorso per la rimozione delle sanzioni dell’era Assad. Una scommessa rischiosa, fondata sull’idea che l’inclusione possa stabilizzare ciò che l’isolamento non ha mai pacificato.

L’attacco di Palmira mostra però i limiti di questa strategia. Le stesse autorità siriane hanno lasciato intendere che l’aggressore potesse provenire dall’apparato di sicurezza, un dettaglio che alimenta i sospetti sulla permeabilità delle nuove strutture statali a elementi estremisti. Il governo di Sharaa promette indagini e punizioni, ma la continuità tra milizie, apparati e potere politico resta uno dei nodi irrisolti della Siria post-Assad.
Valutazione strategica militare Dal punto di vista militare, l’episodio conferma che l’ISIS non è sconfitto, ma adattato. Agisce con cellule isolate, attacchi mirati, sfruttando zone grigie e rivalità locali. La presenza statunitense, ridotta progressivamente da circa 2.000 a un obiettivo di 1.400 uomini, resta sufficiente per operazioni antiterrorismo ma insufficiente a garantire un controllo del terreno. Il dibattito interno a Washington è irrisolto: Trump è scettico sul mantenimento delle truppe, i militari chiedono almeno 500 uomini per evitare il collasso del dispositivo. Palmira rafforza la posizione di chi teme che un ritiro affrettato riaprirebbe spazi incontrollabili.
Scenari economici La dimensione economica è meno visibile ma decisiva. La Siria resta un Paese devastato, dipendente da aiuti esterni e investimenti futuri. Ogni attacco che colpisce forze straniere rallenta la normalizzazione, scoraggia capitali, rende più difficile la ricostruzione di infrastrutture e siti simbolici come Palmira stessa. La rimozione delle sanzioni, promessa da Washington, è condizionata alla stabilità. Senza sicurezza, non c’è ricostruzione; senza ricostruzione, il nuovo Stato resta fragile e permeabile all’insorgenza.
Curdi, carceri e bomba a orologeria Sul piano geopolitico, Palmira riaccende anche il dossier curdo. Le Syrian Democratic Forces, principali alleate degli Stati Uniti contro l’ISIS, controllano il Nord-Est e gestiscono prigioni e campi con migliaia di combattenti jihadisti. L’accordo di integrazione nello Stato siriano, firmato a marzo, è rimasto in gran parte sulla carta. Ogni ritardo aumenta il rischio che queste strutture diventino una bomba a orologeria, con evasione, radicalizzazione e nuove ondate di violenza.
Una vendetta che non risolve il problema La promessa di vendetta di Trump risponde a una logica politica immediata, ma non scioglie il nodo strategico. La Siria resta una trappola: troppo instabile per essere lasciata, troppo costosa per essere controllata. L’attacco di Palmira dimostra che il post-Assad non è una fine, ma una nuova fase di conflitto a bassa intensità, in cui terrorismo, fragilità statale e competizione regionale continuano a intrecciarsi. Per Washington, il vero dilemma non è come colpire l’ISIS, ma se e come restare in un Paese che da dieci anni rifiuta qualsiasi soluzione semplice.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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