Pearl Harbour: l’ultimo azzardo di un Impero “fortunato”

Di Fabrizio Scarinci

Tokyo. Come noto, il 7 dicembre di 80 anni fa, una poderosa task force della marina imperiale giapponese lanciò un massiccio attacco a sorpresa contro la base navale statunitense di Pearl Harbour.

Composta da 6 portaerei, 2 corazzate, 2 incrociatori pesanti, un incrociatore leggero, 23 sottomarini e svariate altre unità da combattimento e supporto logistico, essa era salpata alcuni giorni prima dalla remota Baia di Hitokappu, situata nelle Isole Curili, facendo rotta verso le Hawaii mentre il governo statunitense e quello giapponese erano ancora ufficialmente impegnati nelle discussioni volte a dirimere le recenti controversie sorte tra i due Paesi.

Un’immagine della portaerei giapponese Shokaku

Negli anni precedenti, infatti, la politica espansionistica portata avanti dal governo giapponese di Fuminaro Konoe (che aveva condotto all’occupazione di vaste aree del territorio cinese e di altri Paesi della regione) e il progressivo avvicinamento di Tokyo alle potenze dell’Asse europee (culminato con la firma del Patto Tripartito del settembre 1940) avevano determinato un forte aumento di tensione nei rapporti tra Washington e l’Impero del Sol Levante.

In questo complicato scenario, il punto di non ritorno venne probabilmente raggiunto nell’estate del 1941, quando, in risposta alla penetrazione dell’esercito nipponico in Cocincina, l’Amministrazione Roosevelt (immediatamente seguita dal governo britannico di Winston Churchill e dal governo olandese in esilio), impose al Giappone un embargo riguardante tutti i prodotti petroliferi, i metalli e diversi altri tipi di materiali potenzialmente utili in ambito strategico, congelando tutti i beni giapponesi presenti sul proprio territorio e privando i mercantili di Tokyo della possibilità di transitare attraverso il Canale di Panama.

Per i giapponesi, tali misure costituirono un colpo molto duro. Nondimeno, anziché trattare il proprio ritiro dalla Cocincina (che rischiava di apparire come un umiliante cedimento alle richieste di Washington), i vertici politici e militari nipponici si convinsero, a partire dallo stesso generale Tojo (chiamato, proprio in quei giorni, a sostituire Fuminaro Konoe), della necessità di pianificare una vasta operazione che consentisse loro di accaparrarsi le cospicue risorse naturali ed energetiche presenti nella Malacca e nelle Indie Orientali Olandesi.

Il Generale giapponese Hideki Tojo, chiamato a guidare il governo del Paese poche settimane prima dell’attacco

Naturalmente, essi si rendevano perfettamente conto del fatto che una simile mossa avrebbe reso inevitabile uno scontro diretto con gli anglo-americani, così come si rendevano perfettamente conto del fatto che Londra e Washington (contro cui sarebbe stato praticamente impossibile ottenere una vittoria totale) avrebbero col tempo messo in campo un potenziale bellico decisamente superiore a quello nipponico.

Tuttavia, la maggior parte di loro sembrava anche credere che se si fosse riusciti a mettere temporaneamente fuori gioco la flotta americana del Pacifico (che Washington aveva schierato a Pearl Harbour proprio al fine di dissuaderli) e a conseguire rapidamente gli obiettivi appena menzionati nel continente asiatico, il Paese sarebbe poi stato in grado di opporre una lunga resistenza, che, nel migliore dei casi, avrebbe anche potuto consentirgli di formulare nuove proposte di accordo a partire da una posizione più favorevole.

Di conseguenza, dopo un paio di svogliati tentativi di ricucire con gli americani, essi cominciarono a pianificare le proprie azioni offensive, utilizzando le trattative diplomatiche più come un diversivo per distogliere l’attenzione dai loro preparativi che come un vero e proprio strumento di negoziazione.

Tale atteggiamento, che potremmo eufemisticamente definire calcolatore, fu mantenuto fino al momento dell’attacco, che, per varie ragioni, finì addirittura con il precedere di mezz’ora la consegna della nota con cui il governo nipponico intendeva comunicare a quello statunitense la propria intenzione di interrompere le relazioni diplomatiche.

Pianificata in modo particolarmente meticoloso dagli ammiragli Isoroku Yamamoto e Chuichi Nagumo, l’azione del 7 dicembre venne condotta in larga parte dai cacciabombardieri e dagli aerosiluranti imbarcati sulle portaerei, che in due distinte ondate di attacchi riuscirono a colpire ben 21 unità della flotta statunitense di stanza nella base (6 delle quali vennero affondate) e addirittura 347 dei circa 390 aerei militari presenti sull’isola, distruggendo numerose infrastrutture e provocando un totale di oltre 2400 morti e quasi 1180 feriti.

Un caccia giapponese Mitsubishi A 6M Zero ripreso mentre decolla da una portaerei nel giorno dell’attacco

Ad eccezione di alcuni marinai che abbatterono qualche velivolo utilizzando le batterie antiaeree delle navi e di alcuni piloti da caccia che riuscirono ad alzarsi in volo e a dare battaglia con i loro non eccezionali Curtiss P 40, le forze americane schierate in loco apparvero del tutto impotenti di fronte al nemico.

Colte completamente alla sprovvista, la loro unica vera fortuna fu la temporanea assenza nella base delle portaerei Enterprise, Lexington e Saratoga, che vennero pertanto risparmiate e poterono essere impiegate nel corso dei mesi successivi.

Profondamente indignato dall’azione giapponese, il governo degli Stati Uniti (che di lì a pochi giorni, proprio in virtù del Patto Tripartito, si sarebbe ritrovato in guerra anche con la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini) iniziò fin da subito a pianificare lo sforzo bellico del Paese, imprimendo una forte accelerazione al processo di riarmo (cominciato, a dire il vero, già da alcuni mesi) e avviando il reclutamento di diversi milioni di uomini in seno alle Forze Armate.

Cosa spinse Tokyo ad attaccare

Nel frattempo, il terribile shock subito a causa dell’azione nipponica indusse i militari (e non solo) ad interrogarsi sulle ragioni che avevano portato il Paese a subire un simile attacco.

Sulla vicenda vennero, quindi, avviati diversi studi, tra cui, ovviamente, anche quelli delle varie commissioni d’inchiesta istituite dal Congresso al fine di stabilire la sussistenza di eventuali responsabilità.

La maggior parte di essi arrivò alla conclusione che, dal punto di vista statunitense, gli errori più gravi commessi nei mesi che precedettero l’incursione fossero stati essenzialmente quello di aver sottovalutato le capacità dell’avversario (che si credeva poco preparato al fine di condurre operazioni di quella portata a migliaia di kilometri dal territorio nazionale) e quello di aver schierato una forza di dissuasione non sufficientemente adeguata (che, paradossalmente, finì proprio con l’indurre i giapponesi a sferrare un attacco preventivo).

Carcassa di un B 17 Flying Fortress. Nel corso dell’attacco vennero colpiti 347 dei circa 390 aerei militari presenti sull’isola; di questi ben 188 vennero completamente distrutti

Risultò invece più difficile rispondere alla domanda sul perché, anziché ricercare un compromesso accettabile, molti militari nipponici ritennero possibile sfidare una potenza significativamente superiore come quella statunitense portando avanti dei propositi così vaghi e inconsistenti come quelli da loro elaborati, che non prevedevano (e, data la situazione, non avrebbero mai potuto prevedere) la totale sconfitta di un nemico che avrebbe poi potuto rispondere utilizzando tutto il suo immenso potenziale industriale.

Su questo punto diversi storici e analisti si sono interrogati a lungo, indagando, tra le altre cose, elementi quali lo spiccato fanatismo ideologico-nazionalista che caratterizzava la società giapponese di quegli anni e la sottovalutazione del carattere nazionale statunitense da parte della classe dirigente nipponica.

Tuttavia, almeno a parere di chi scrive, a giocare il ruolo forse più importante nelle scellerate scelte giapponesi di quei giorni furono i peculiari trascorsi storici del Paese, che, nel corso degli anni (e degli eventi che lo avevano visto protagonista prima del 1941) sembrava aver sviluppato una particolare forma di ottimismo strategico corroborata da una strana sensazione di relativa impunità.

Il Giappone dei decenni precedenti

Per capire ciò di cui sta parlando occorre, però, fare un rapido excursus sulla Storia giapponese dei decenni precedenti, tornando fino al momento in cui la flotta del Commodoro Perry costrinse il Paese ad aprirsi al commercio con gli Stati Uniti.

All’epoca (siamo, per la precisione, tra il 1853 e il 1854) il Giappone si presentava ancora come una sorta di universo a sé stante; decisamente arretrato sul piano economico/tecnologico e caratterizzato da una mentalità particolarmente chiusa, che gli aveva impedito (a dispetto della sua natura arcipelagica) di sviluppare una vera e propria vocazione marittima e di trarre beneficio dagli scambi internazionali.

In poche parole, esso appariva come il classico Stato geoeconimicamente (e geopoliticamente) periferico destinato ad essere colonizzato o a subire forti ingerenze da parte delle maggiori potenze occidentali.

A conferma di ciò, nel corso degli anni immediatamente successivi alle “visite” del Commodoro Perry, il Giappone fu costretto ad accettare la firma di alcuni “trattati ineguali”, che comportarono l’istituzione di concessioni territoriali alle potenze straniere, il riconoscimento di un certo grado di immunità dei cittadini stranieri rispetto al sistema giudiziario del Paese e il mantenimento di un bassissimo livello di tassazione sulle merci importate.

Immagine del Commodoro statunitense Matthew Perry

Contro ogni pronostico, però, questo stato di cose sarebbe presto cambiato. Proprio grazie ai contatti con l’Occidente, infatti, i giapponesi intuirono i numerosi vantaggi derivanti dall’industrializzazione, e, negli anni immediatamente successivi alla fine dello shogunato e alla conseguente restaurazione dei Meiji, intrapresero una vasta e capillare opera di modernizzazione del proprio apparato statale.

Nonostante alcune difficoltà iniziali, questo ambizioso percorso di rafforzamento, fatto soprattutto di riforme, scolarizzazione e investimenti, ebbe pieno successo, facendo sì che, già sul finire dell’Ottocento, il Paese avesse ormai conseguito capacità militari ed industriali non troppo lontane da quelle di alcune potenze europee.

In questa sua nuova condizione, l’enorme distanza geografica che separava l’Impero del Sol Levante dai principali “centri di gravità” delle maggiori potenze mondiali si rivelò essere un grandissimo vantaggio.

Infatti, benché la maggior parte dei Paesi europei e occidentali presenti in Asia continuasse ad essere complessivamente più forte del Giappone, a partire dagli ultimi anni del secolo molti di essi videro scemare la propria superiorità militare locale nei confronti di Tokyo, con la conseguenza di non poter affrontare un conflitto armato contro di essa se non compiendo un enorme sforzo militare, logistico e organizzativo.

I giapponesi poterono, pertanto, lanciarsi anch’essi verso una politica di tipo marcatamente espansionistico, che sarebbe cominciata già nel 1876 con l’imposizione alla Corea di trattati ineguali molto simili a quelli che loro stessi avevano dovuto subire alcuni anni prima ad opera di europei e statunitensi.

Nel giro di pochi decenni, tale politica portò l’Impero del Sol Levante in rotta di collisione con quello cinese, che appariva assolutamente deciso a mantenere la penisola coreana all’interno di ciò che restava della sua sfera d’influenza.

Tradizionalmente considerata come la più importante potenza dell’Asia (se non altro per ragioni demografiche), nel corso del XIX secolo anche la Cina, al pari del Giappone, aveva vissuto come un trauma il massiccio arrivo degli occidentali nelle proprie aeree di maggior interesse strategico.

Dopo aver combattuto (e generalmente perso) alcune guerre contro europei e statunitensi, anche i cinesi avevano avviato un vasto programma finalizzato alla modernizzazione e al rafforzamento dello Stato. Nondimeno, soprattutto a causa di una situazione politica interna sempre più instabile (e, ovviamente, della presenza occidentale stessa), essi non riuscirono a portare avanti i loro propositi, avviandosi verso una lunga ed umiliante stagione di declino.

Quando, nel 1894, giapponesi e cinesi arrivarono allo scontro militare diretto, le forze del Sol Levante, inferiori nei numeri ma decisamente superiori sul piano tattico e qualitativo, riportarono una vittoria a dir poco schiacciante, che permise a Tokyo di conquistare Taiwan, annullare l’influenza cinese in Corea ed occupare l’intera Penisola di Liaodong.

L’incrociatore giapponese Matsushima, intensamente impiegato del corso di quella che verrà ricordata come la prima guerra sino-giapponese

A livello internazionale, tale successo ebbe un’eco enorme, ed oltre ad offrire una valida dimostrazione di come gli storici rapporti di forza tra i due imperi si fossero completamente ribaltati, diede anche a Tokyo il prestigio necessario per ottenere il superamento dei trattati ineguali stipulati quaranta anni prima con le potenze occidentali.

La Guerra russo-giapponese

Ciononostante, una nuova minaccia si profilava all’orizzonte. La Russia zarista mirava, infatti, da tempo a consolidare la propria influenza in Estremo oriente e, non appena apprese che, secondo quanto stabilito nel trattato di pace tra Cina e Giappone, Tokyo si sarebbe impossessata della Penisola di Liaodong, manifestò fin da subito la propria opposizione.

Alla posizione russa si sarebbero presto allineate anche la Francia, spinta soprattutto dalla necessità di onorare l’intesa del 1892, e la Germania, che mirava ad ottenere il sostegno russo riguardo ai suoi progetti coloniali in Cina e, più in generale, a dirottare l’attenzione di Pietroburgo verso oriente (in modo da favorire sia un allentamento della sua pressione sui Balcani, sia lo sviluppo di una più stretta collaborazione tra i due Paesi in tutta l’Eurasia).

Parigi, Berlino e Pietroburgo esercitarono quindi un’enorme pressione diplomatica congiunta, di fronte alla quale il Giappone non poté far altro che rinunciare alla penisola.

La vicenda non si sarebbe, però, chiusa lì. Nel 1897, infatti, il territorio in questione venne direttamente annesso dai russi, che l’anno successivo avrebbero cominciato a consolidare la propria presenza anche in Manciuria (poi definitivamente occupata in occasione della repressione della “ribellione dei Boxer”, a cui parteciparono anche i giapponesi) e nella parte settentrionale della penisola coreana, andando, così, a costituire una minaccia molto grave per gli interessi di Tokyo.

Navi russe in Estremo oriente

A questo eccezionale attivismo russo nella regione il Giappone rispose rafforzando le proprie capacità militari (in particolar modo quelle della flotta) e stipulando, nel 1902, un trattato di alleanza con la Gran Bretagna, che, vedendo in un’eventuale convergenza tra russi e tedeschi in Asia una minaccia esistenziale per il suo impero, decise di abbandonare la sua decennale politica di “splendido isolamento” al fine di utilizzare il Giappone come spina nel fianco per i propri avversari.

Forte di quest’alleanza (che implicava che, in caso di guerra tra Tokyo e Pietroburgo, qualora un’altra potenza europea fosse intervenuta al fianco dei russi, Londra si sarebbe immediatamente schierata al fianco dei giapponesi) i vertici politici e militari nipponici iniziarono a pressare i russi affinché abbandonassero le posizioni occupate negli anni precedenti.

Le discussioni andarono avanti per qualche tempo, fino a quando, resisi conto di come il regime zarista stesse sfruttando i negoziati al mero scopo di prendere tempo e di come esso non avesse alcuna reale intenzione di fare concessioni, i giapponesi optarono per la guerra.

Considerate le enormi capacità militari dell’Impero russo (che, malgrado avesse vissuto una lunga stagione di declino, restava pur sempre una delle maggiori potenze europee), Tokyo decise di avvantaggiarsi colpendo a sorpresa le sue forze dislocate nella regione.

Il teatro della guerra russo-giapponese

La necessità di acquisire il controllo dei mari adiacenti, fondamentale al fine di trasportare truppe e rifornimenti dall’arcipelago giapponese alle zone del continente in cui si sarebbero sviluppati i combattimenti, fece sì che la flotta russa del Pacifico di base a Port Arthur (collocata proprio nell’estremità occidentale della Penisola di Liaodong), divenisse l’obiettivo prioritario dei vertici militari nipponici.

La notte tra l’8 e il 9 febbraio 1904 dieci cacciatorpediniere della marina imperiale giapponese fecero, quindi, irruzione nella base e diedero inizio all’attacco.

Di per sé, non si trattò di un’operazione particolarmente brillante. I siluri lanciati dalle imbarcazioni nipponiche vennero, infatti, in larga parte ostacolati dalla presenza di reti di protezione e, sebbene diverse unità nemiche vennero colpite, nessuna di esse subì danni così gravi da determinarne l’affondamento. Quanto ai russi, invece, dopo lo shock iniziale essi trovarono abbastanza presto il modo di reagire e di mettere in azione le loro batterie costiere, che, nel giro di poche ore costrinsero gli attaccanti ad interrompere l’azione.

Altri scontri si registrarono, poi, nel corso della giornata successiva, quando, convinto del fatto che l’attacco della notte precedente avesse avuto successo, l’Ammiraglio Togo Heihachiro (pianificatore dell’intera operazione) condusse nella zona una nutrita squadra navale allo scopo di “completare il lavoro”.

L’Ammiraglio fu, però, costretto a constatare che le capacità di combattimento dei russi erano state tutt’altro che annientate, e, dopo un intenso scontro a fuoco, si vide anch’egli obbligato a tenere le sue navi a distanza di sicurezza.

Tuttavia, se è vero che sul piano tattico i giapponesi non ottennero grandi risultati, la mossa di attaccare Port Arthur permise comunque loro di conseguire l’obiettivo strategico di mantenere la flotta russa d’oriente sostanzialmente chiusa nel suo porto principale.

Raffigurazione della battaglia di Port Arthur in una stampa giapponese dell’epoca

Assicurati i collegamenti tra l’arcipelago e il continente Tokyo poté, quindi, cominciare a sbarcare le sue truppe, che, dalla Corea attaccarono le forze russe schierate in Manciuria.

L’attacco costrinse immediatamente il nemico sulla difensiva, e, nel giro di qualche mese, le truppe dello Zar iniziarono ad indietreggiare verso nord, lasciando ai giapponesi il controllo della Penisola di Liaodong.

Già dalla fine di luglio la stessa Port Arthur si ritrovò, quindi, assediata via terra, e dopo circa 5 mesi di strenua resistenza, il 2 gennaio 1905, fu costretta ad arrendersi.

Nel frattempo, altre truppe nipponiche penetrarono anche nel cuore della Manciuria, sconfiggendo i russi in una gigantesca battaglia nei pressi di Mukden, ossia l’attuale Shenyang.

Soldati russi in ritirata dopo la battaglia di Mukden

I vertici politico-militari zaristi tentarono, a quel punto, di mettere in campo più risorse (anche perché, pur avendo perso la battaglia, erano perfettamente a conoscenza del fatto che il loro “non eccezionale” nemico fosse ormai esausto), ma dovettero fare i conti sia con numerosi problemi di carattere logistico (dati soprattutto dall’enorme distanza che separava il baricentro europeo del Paese dalle sue estreme propaggini asiatiche), sia con i crescenti disordini interni scaturiti dal diffuso malcontento popolare, che il conflitto aveva notevolmente esacerbato.

Alla fine, l’unica vera (e, in parte, tragicomica) iniziativa che si riuscì a intraprendere fu quella di inviare nella zona una squadra navale della Flotta del Baltico, che nei piani dei russi avrebbe dovuto insidiare la superiorità marittima locale che i giapponesi avevano ottenuto attraverso il blocco di Port Arthur.

Disgraziatamente, però, dopo aver circumnavigato l’intera Afro-Eurasia, la flotta in questione si fece rapidamente annientare da quella dell’Ammiraglio Togo nella cosiddetta battaglia di Tsushima.

Quest’ultimo scontro fece sì che russi si rassegnassero e accettassero di firmare un trattato di pace, grazie al quale Tokyo poté consolidare la propria influenza sulla penisola coreana (completamente annessa a partire dal 1910), prendere il tanto agognato controllo della penisola di Liaodong e ottenere la parte meridionale dell’isola russa di Sakhalin (che le truppe nipponiche avevano occupato già nel corso del conflitto).

La geografia rende il Giappone sempre più aggressivo

Questa incredibile vittoria, ottenuta contro un nemico che, pur essendo caratterizzato da alcune deficienze a livello tattico, appariva, nel suo complesso, di gran lunga superiore, costituì, probabilmente, il primo vero esempio di quanto la geografia potesse costituire un vantaggio per il Giappone, che nel corso dei decenni successivi ebbe modo di ripetere più e più volte il copione messo in atto in occasione di questo conflitto.

Già durante la Prima Guerra mondiale, ad esempio, approfittando della propria superiorità militare locale, e, anche in questo caso, della collaborazione con la Gran Bretagna, Tokyo sottrasse alla Germania le Isole Caroline, le Marianne, le Marshall e la concessione cinese di Tsingtao.

Soldati nipponici sbarcano a Tsingtao

Tra il 1931 e il 1932 toccò, invece, alla Manciuria, che i giapponesi strapparono alla debole Repubblica di Cina e integrarono nel loro Impero attraverso l’istituzione dello Stato fantoccio del ManciuKuò.

In tale occasione la Comunità Internazionale (così come la neonata Società delle Nazioni) si scoprì del tutto impotente, e, a parte la formulazione del roboante quanto inconsistente istituto giuridico del “non riconoscimento dei mutamenti territoriali ottenuti attraverso l’uso della forza”, il massimo che si riuscì ad imbastire fu solo qualche tentativo di mediazione tra cinesi e giapponesi, che ovviamente cadde nel vuoto a causa delle obiezioni di Tokyo.

Una tregua tra i due Paesi venne, quindi, raggiunta solo nel 1933, quando i cinesi accettarono il nuovo assetto politico-territoriale venutosi a creare nella loro ex provincia.

Sfortunatamente per loro, però, i giapponesi nutrivano ambizioni molto più ampie, e, nel 1937, lanciarono un’operazione su vasta scala mirante ad ottenere il controllo di altri territori dell’ex Celeste Impero, dando così inizio alla cosiddetta “Seconda guerra sino-giapponese”.

Focalizzate soprattutto sulle mire espansionistiche della Germania nazista in Europa, anche in questo caso le altre grandi potenze restarono sostanzialmente immobili, consentendo, di fatto, a Tokyo di ampliare il proprio impero continentale.

Nondimeno, Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna (ormai non più alleata di Tokyo) non rinunciarono ad elargire alcune forme di aiuto indiretto, consistenti soprattutto in trasferimenti di denaro e rifornimenti di materiale bellico, che avrebbero contribuito non poco a sostenere le capacità di resistenza del fragile Stato cinese.

Soldati cinesi impegnati in uno scontro a fuoco con i giapponesi durante il secondo conflitto sino-giapponese

Tali aiuti non mancarono, però, di avere profonde ripercussioni nei rapporti tra queste potenze e il Giappone, che presto avrebbe cominciato ad innalzare il livello dello scontro.

In particolare, identificando nell’Unione Sovietica la principale minaccia latente per propri interessi sul continente, tra il 1938 e il 1939, i militari di Tokyo iniziarono ad esercitare alcune pressioni a ridosso del confine russo-mancese e all’interno del territorio mongolo (che Mosca considerava quasi come una sorta di protettorato).

Malgrado l’impegno contro i cinesi e le enormi capacità militari dell’Unione Sovietica, anche in quest’occasione la dirigenza nipponica credeva di poter ottenere qualche vantaggio a livello locale sfruttando la relativa perifericità del teatro in questione rispetto al baricentro degli interessi di Mosca.

Le cose sarebbero, però, andate diversamente, e dopo circa un anno di schermaglie, nell’estate del 1939 il generale Georgij Zhukov (futuro difensore di Stalingrado, nonché conquistatore di Berlino) travolse i giapponesi nei pressi di Khalkhin Gol impiegando i propri carri armati secondo le più moderne tattiche della cosiddetta “guerra di profondità” (che altro non sarebbe se non una sorta di “Blitzkrieg” ante litteram).

Il generale sovietico Georgij Zukov

L’evento convinse, pertanto, i vertici politici e militari nipponici a moderare la loro politica aggressiva nella zona e ad intavolare delle trattative con la dirigenza sovietica.

Nondimeno, da esse sarebbe comunque scaturito un vantaggiosissimo patto di non aggressione, che, almeno fino al 1945 (quando sarà poi violato dai sovietici), avrebbe garantito ad entrambi i Paesi di avere le spalle coperte in caso di guerra con altre potenze.

Conclusioni

Analizzando gli eventi appena elencati, si può, quindi, facilmente intuire come il fatto di essere divenuto l’unico significativo conglomerato di capacità nell’ambito di una regione arretrata e periferica rispetto agli interessi delle maggiori potenze mondiali, abbia progressivamente conferito al Giappone il vantaggio strategico di poter condurre una lunga serie di paganti azioni offensive (sia contro i suoi deboli vicini, sia contro i possedimenti asiatici di potenze geograficamente molto lontane) senza correre il rischio di mettere a repentaglio la propria sopravvivenza.

Truppe giapponesi entrano a Pechino nel 1937

Questo stato di cose, pienamente confermato anche in occasione della sconfitta di Khlkhin Gol, che come abbiamo visto, non ebbe alcuna conseguenza significativa per la sicurezza del Giappone, iniziò, col tempo, a costituire il brodo di coltura ideale per lo sviluppo di una mentalità spiccatamente votata all’azzardo.

Per tale ragione, quando, nel 1941, si trattò di scegliere quale fosse la condotta più indicata da seguire con gli americani, è lecito immaginare che i vertici militari nipponici abbiano deciso di attaccare confidando nel fatto che, se anche la tattica mirante ad ottenere un considerevole vantaggio locale da spendere in eventuali trattative future non avesse avuto successo, molto probabilmente (anche in ragione del considerevole impegno che la guerra in Europa avrebbe comportato per gli Stati Uniti) il Paese se la sarebbe comunque cavata senza dover pagare un prezzo troppo elevato.

Come oggi sappiamo, però, tali speranze si rivelarono del tutto prive di fondamento, e con le sue decisioni, tanto scellerate quanto superficiali, il Giappone sarebbe presto entrato in un vicolo cieco, dal quale sarebbe uscito solo diversi anni dopo al prezzo di drammi e tragedie di immense proporzioni.

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