Conferenza sulla Sicurezza di Monaco: Vance sferza l’Europa sui valori comuni. L’UE scorpora le spese militari dal Patto di Stabilità mentre Kiev sembrerebbe prepararsi a cedere

Di Fabrizio Scarinci

MONACO DI BAVIERA. Rapporti transatlantici, aumento delle spese militari da parte dei Paesi europei e conflitto ucraino.

Non potevano che essere questi i temi maggiormente dibattuti nel corso della 61^ edizione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, ormai in fase di chiusura dopo due giornate dense di polemiche e scontri verbali piuttosto accesi.

Vance all’Europa: state abbandonando i valori condivisi con gli USA

Al centro dell’attenzione vi è soprattutto il discorso tenuto nella giornata di venerdì dal Vicepresidente statunitense James David Vance, per il quale il continente europeo si starebbe progressivamente allontanando da quei valori di libertà che per decenni l’hanno accomunato agli USA.

Il Vicepresidente statunitense James David Vance

“La Guerra fredda – queste le sue parole – ha messo i difensori della democrazia contro le forze tiranniche che censuravano i dissidenti, che chiudevano le chiese, che annullavano le elezioni. Erano loro i buoni? Certamente no, e hanno perso. Hanno perso perché hanno sottovalutato la forza della libertà: di sorprendere, di sbagliare, di inventare, di costruire. Non si può imporre l’innovazione o la creatività, così come non si possono forzare le persone riguardo a cosa pensare, cosa sentire o cosa credere. Purtroppo, quando guardo all’Europa di oggi, non mi è chiaro cosa sia successo ad alcuni dei vincitori della Guerra fredda”.

Nello specifico, Vance ha fatto riferimento ai diversi casi di limitazione della libertà di parola e financo di arresto posti in essere dalle autorità di diversi Paesi UE, così come dello stesso Regno Unito, in nome del “politicamente corretto” o del contrasto al cosiddetto “linguaggio d’odio”.

Il tutto in un contesto in cui, a suo parere, buona parte dell’establishment politico sembrerebbe essere completamente sordo rispetto alle richieste dei cittadini.

Riguardo al fenomeno dell’immigrazione irregolare, ad esempio, egli ha evidenziato come nessun elettore del continente si sia recato alle urne per aprire le porte a milioni di immigrati non controllati e potenzialmente pericolosi.

“Sapete per cos’hanno votato? Hanno votato in Gran Bretagna per la Brexit e in tutta Europa per dei leader politici che promettono di porre fine all’immigrazione fuori controllo”, ha quindi sottolineato, per poi specificare come “le persone, che tengono alle proprie case, ai propri figli, alla propria sicurezza e ai propri sogni, non vogliano essere educate dai governanti ma ascoltate”.

Le accuse di Vance riguardano, ovviamente, anche i maggiori partiti politici tedeschi, che hanno deciso di erigere un cordone sanitario nei confronti di “Alternative fur Deutschland”.

“In democrazia – ha specificato a tal proposito il Vicepresidente – non c’è spazio per i muri di fuoco. Per salvare la democrazia bisognerebbe rispettare quello che la gente dice, anche se non si è d’accordo”.

E ancora: “se la vostra società democratica può essere distrutta da qualche migliaio di dollari di pubblicità sui social media – qui il riferimento è alla censura nei confronti delle fake news o presunte tali – dovreste riflettere su quanto sia debole la vostra comprensione della volontà popolare”.

In definitiva, per Vance il vecchio continente si starebbe avventurando su una strada molto pericolosa, che potrebbe rappresentare una minaccia addirittura maggiore di quella rappresentata da Vladimir Putin o da altri leader ostili al mondo occidentale.

Le reazioni al discorso di Vance

Le dichiarazioni del Vicepresidente hanno ovviamente incontrato l’immediata risposta del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha specificato come la Germania non possa accettare che estranei intervengano nell’ambito del suo processo democratico, delle sue elezioni e della formazione democratica dell’opinione a favore di questo o di quel partito, ritenendolo inappropriato, soprattutto tra amici e alleati.

Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz durante la conferenza di ieri

Nelle scorse ore il Cancelliere ha, inoltre, confermato la sua intenzione (che, verosimilmente, è anche quella degli altri partiti) di non aprire ad AfD.

Dal canto suo, il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot ha voluto difendere le politiche europee esprimendo su X la necessità di riaffermare, in modo particolare, tre principi: “1. La libertà di parola è garantita in Europa. 2. Quando si è sicuri di sé, non ci si sente minacciati dalle critiche. 3. Nessuno è obbligato ad adottare il nostro modello, ma nessuno può imporci il proprio”.

Quanto all’Italia, invece, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha cercato soprattutto di smorzare i toni, evidenziando come fosse già noto da diverso tempo il fatto che Trump e la sua Amministrazione avessero un diverso modo di comportarsi.

“Hanno fatto delle scelte di cambio di passo, di cambio di linea, ora vedremo come si concretizzeranno”, ha spiegato il ministro, che ha poi proseguito specificando come del cambiamento in atto bisognerebbe occuparsi più che preoccuparsi.

“Agitarsi – ha quindi concluso – è un segno di grande debolezza. Non è un segno di un’Europa che vuole essere forte se facciamo centomila riunioni preoccupati di quello che sta accadendo per un discorso. Capisco in Germania, c’è la campagna elettorale, è ovvio che reagiscano. Per il resto vediamo quali saranno gli atti concreti, quali saranno le posizioni”.

Ovviamente, il fatto che, nel rispondere alle affermazioni di Vance, Tajani abbia utilizzato toni molto più morbidi rispetto a quelli adottati dal suo omologo francese e dal Cancelliere tedesco non dovrebbe stupire più di tanto, soprattutto considerando l’intenzione del nostro Governo di perseguire un ulteriore approfondimento del rapporto bilaterale con gli USA.

Un rapporto che potrebbe aiutare Roma a conservare la posizione di forza negoziale acquisita in Europa nel corso degli ultimi anni, nonché a rafforzare la propria collaborazione con Washington nella regione del “Mediterraneo allargato”.

 Qualche considerazione sui concetti espressi da Vance

In generale, quanto detto da Vance riguardo ai Paesi europei non è certo un’invenzione, o, almeno, non lo è riguardo a molti di essi, in cui, nel corso degli ultimi anni, il fatto che diversi partiti politici, spesso anche di governo, abbiano progressivamente abbracciato le idee legate ai concetti di politicamente corretto e lotta al linguaggio d’odio ha parzialmente depotenziato la tutela di alcune libertà individuali.

Il fatto che nel Regno Unito siano state schedate e/o arrestate persone per il solo fatto di aver postato contenuti sgraditi alle autorità (e, in un’occasione, perfino per aver pregato di fronte ad una clinica abortista) costituisce, purtroppo, un’assoluta verità.

Così come il fatto che in Germania siano state effettuate retate contro cittadini sospettati di aver postato commenti antifemministi.

Se a questo si aggiunge che molti Paesi dell’UE risultano caratterizzati da una spesa pubblica così elevata da rendere necessari sistemi fiscali da girone dantesco (che inevitabilmente limitano la crescita) e che i loro cittadini potrebbero presto essere costretti a spendere decine di migliaia di euro allo scopo di conformarsi alle direttive “green” di Bruxelles, si capisce quanto incresciosa sia, oggi, la situazione complessiva del continente.

Nondimeno, non tutte le affermazioni di Vance risultano completamente esatte e/o credibili.

La prima riguarda il fatto stesso che l’Europa si starebbe allontanando dagli USA sul piano valoriale; cosa certamente errata poiché buona parte delle idee che hanno condizionato negli ultimi anni il pensiero politico di questa periferia culturale un tempo grandiosa vengono dalle famose “coste statunitensi”, e, in modo particolare, dalle loro più blasonate università, letteralmente distrutte (almeno per ciò che concerne gli studi di carattere umanistico, storico e politologico) dall’emergere della cosiddetta cultura “woke”.

Una cultura a cui l’Amministrazione Trump intende certamente contrapporsi ma che rappresenta comunque un “pezzo” d’America.

Per tale ragione sarebbe stato, probabilmente, più logico riconoscere l’esistenza di un problema con i tradizionali valori di libertà in tutto il mondo occidentale e non solo in una parte di esso, che si starebbe distaccando dall’altra.

La seconda considerazione riguarda, poi, l’effettiva entità del problema in questione, che, quantunque abbia già causato un certo numero di fatti decisamente spiacevoli, sembrerebbe ancora molto lontano dal rappresentare una vera e propria emergenza generalizzata per i sistemi democratici del vecchio continente, che hanno ancora ampie possibilità di porvi rimedio mediante una civile e pacata presa di coscienza degli effetti potenzialmente deleteri derivanti dall’applicazione di talune idee astratte e tendenzialmente irrispettose del senso comune alla complessità del mondo reale.

Indi per cui, considerarlo un rischio maggiore di quello posto da minacce esterne come Russia e Cina appare francamente un’esagerazione.

L’evoluzione della strategia USA in Europa e nei confronti della Federazione Russa

Il discorso di Vance alla Conferenza di Monaco si staglia su un contesto già piuttosto teso, in cui sia i membri europei della NATO che l’Ucraina, tuttora in guerra con la Russia di Vladimir Putin, temono di avere molto da perdere da un eventuale cambio di approccio degli USA rispetto al vecchio continente.

In linea di massima, l’Amministrazione Trump sembrerebbe orientata a perseguire una sorta di “pausa tattica” con la Russia (da cui, in prospettiva, potrebbe perfino scaturire una nuova “Yalta”) al fine di concentrarsi sulla Cina ed operare, almeno nel medio periodo, un parziale disimpegno dall’Europa.

A confermare tale intenzione lo stesso segretario alla Difesa Pete Hegseth, che, nei giorni scorsi, ha chiarito come l’impegno degli USA nel vecchio continente non potrà durare per sempre.

In tale situazione, l’Ucraina, che continua comunque ad avere la solidarietà della maggior parte dei governi europei, incluso, ovviamente, quello italiano, sembrerebbe purtroppo destinata a dover accettare non solo cospicue cessioni territoriali ma anche il mancato ingresso nell’Alleanza Atlantica al fine di congelare il conflitto con Mosca.

Quanto all’ottenimento di maggiori garanzie per il futuro non vi è ancora nulla di certo. Si parla di una forza di interposizione di Paesi del vecchio continente (i quali dovrebbero, tra l’altro, riunirsi domani anche al fine di valutare come ottenere un ruolo nell’ambito delle trattative di pace), anche se gli USA hanno specificato che non sarebbero coperti dall’articolo V della NATO.

Nel frattempo, Zelensky cerca di far valere le sue posizioni trattando con Washington 500 miliardi di dollari di minerali rari, che aiuterebbero gli USA a ridurre la dipendenza da Pechino.

Il Presidente ucraino Voldymyr Zelensky

Anche riguardo al più generale assetto del continente europeo la situazione che potrebbe venirsi a creare nel medio termine non è ancora del tutto chiara.

A tal proposito, può essere certamente utile ricordare come, prima del conflitto ucraino, in Europa orientale fosse in atto una complessa dinamica geopolitica nata, in parte dall’allargamento della NATO ad est e, in parte, dal progressivo approfondimento delle relazioni economiche ed energetiche tra Russia e Germania (notoriamente inviso a tutte le Amministrazioni statunitensi degli ultimi anni, inclusa quella guidata da Donald Trump tra il 2017 e il 2021).

In particolare, se l’allargamento dell’Alleanza occidentale, originariamente concepito soprattutto per ragioni legate alla stabilità della regione, avrebbe avuto l’effetto di aumentare il senso di accerchiamento del Cremlino, il parallelo incremento delle relazioni di carattere economico tra Mosca e Berlino avrebbe progressivamente fatto sì che gli USA iniziassero a temere l’eventualità che russi e tedeschi potessero, prima o poi, dar luogo ad un “asse” geopolitico in grado di mettere in pericolo la loro posizione sul vecchio continente; cosa che, come in un circolo vizioso, sembrerebbe averli indotti a proseguire in maniera sempre più determinata con il loro rafforzamento nell’area del cosiddetto “Trimarium”.

Chiaramente, con lo scoppio del conflitto ucraino, il progressivo avvicinamento tra Russia e Germania sembrerebbe essersi interrotto in maniera piuttosto brusca. Basti pensare che, proprio nel corso delle ultime ore, il Cancelliere Scholz si sarebbe opposto all’ipotesi, avanzata da Donald Trump, di reintegrare la Russia nel G7 come parte di un più ampio processo di normalizzazione delle relazioni tra Mosca e Occidente.

Nondimeno, per il futuro non vi è nulla di certo e, per Washington, la cosa più logica da fare potrebbe essere quella di riprendere una qualche forma di dialogo stabile con la Federazione Russa (soprattutto al fine di allontanarla dalla Cina) mantenendo, al contempo, un diaframma tra essa e il cuore dall’Europa.

Di conseguenza, è lecito immaginare, soprattutto con riferimento alla regione del Trimarium, che gli USA vogliano comunque conservare una certa presenza militare.

In quest’ottica, a meno che a dettarle non siano davvero state delle mere ragioni di principio, le dichiarazioni di Vance riguardo al recente annullamento delle elezioni rumene in cui si era registrato un vero e proprio exploit del candidato filo-russo Calin Georgescu potrebbero essere interpretate con la volontà di recuperare una qualche sorta di ascendente verso quella parte dell’elettorato del Paese.

Scorporo delle spese militari dal Patto di Stabilità e Crescita: finalmente l’Europa batte un colpo

Quanto agli europei occidentali, invece, la richiesta è sempre quella di fare di più sul piano delle spese militari (si chiede ormai fino al 5% del PIL, anche se i più lo ritengono, al momento, un obiettivo del tutto irrealistico) e di sostenere con maggiore serietà gli impegni legati alla sicurezza dell’Occidente.

Dal punto di vista di Washington, uno degli obiettivi di tale richiesta è, senz’altro, quello di riequilibrare la bilancia commerciale tra USA ed Europa, dato che un aumento delle spese militari da parte europea porterebbe anche le industrie della difesa a stelle e strisce a vendere più equipaggiamenti, piattaforme e sistemi d’arma ai Paesi vecchio continente.

A tale incremento nelle vendite di armamenti, si dovrebbero, poi, aggiungere quello dell’energia e, molto probabilmente, anche quello dei servizi informatici offerti dalle cosiddette “big-tech” statunitensi, che certamente finirà sul tavolo delle trattative sui dazi tra USA e partner europei.

In ogni caso, dopo mesi di discussioni l’UE ha finalmente dato il via libera allo scorporo tra le spese militari e il Patto di Stabilità, accogliendo una proposta sostenuta con forza dal governo italiano.

Naturalmente si tratta di risorse aggiuntive che dovranno servire a potenziare i nostri strumenti militari, e, in prospettiva, anche a mantenere il passo dal punto di vista tecnologico e produttivo.

Ragion per cui è bene che i Paesi europei li utilizzino per investire principalmente (e seriamente) sui propri comparti industriali e su progetti di carattere cooperativo in grado di “sfornare” prodotti allo stato dell’arte capaci di rivaleggiare con quelli di qualsiasi potenza ostile.

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