Di Paola Ducci*
NEW YORK (nostro servizio particolare). La notte del 13 marzo 1964, poco dopo le 3, una giovane donna, Kitty Genovese al rientro a casa nel Queens dopo il suo turno di lavoro in un bar, fu aggredita brutalmente e accoltellata più volte da uno sconosciuto.

Urlò e chiese aiuto: molte finestre del popoloso quartiere di New York si accesero, alcuni residenti si affacciarono.
L’aggressore fuggì, almeno così sembrò. Ma, poiché nessuno corse in aiuto di Kitty, l’uomo tornò, la violentò e la uccise con 30 coltellate.
In seguito alle ricostruzioni e alle testimonianze, si scoprì che ben 38 persone furono testimoni oculari del delitto, ma nessuno era intervenuto.
Questo episodio e la pubblica indignazione per il comportamento dei testimoni avviò una serie di ricerche di psicologia sociale che portò alla definizione di un fenomeno chiamato “effetto spettatore” o “effetto bystander“ .

Il fenomeno descrive un comportamento per cui, quando un gruppo di astanti è testimone di una situazione di emergenza e potrebbe intervenire, paradossalmente non agisce mentre, al contrario, soggetti singoli spettatori di un evento grave come un’aggressione tendono a farsi coinvolgere e a intervenire.
Le motivazioni sono in generale riconducibili a tre ordini di fattori: paura per la propria incolumità, ritenere che qualcun altro “più preparato” di noi possa intervenire, o credere che la situazione non sia poi così grave.
Incide naturalmente la conoscenza o meno della vittima: si tende infatti a intervenire se la si conosce.
Inoltre un ruolo fondamentale è svolto dalla consapevolezza del rischio, che è in funzione dell’età dello spettatore, del gruppo sociale di riferimento a cui appartiene, dalla cultura e dal luogo.
Questo studio è complementare a quello sulle reazioni messe in atto in situazioni di grave stress collettivo (gestione dell’emergenza) in cui i comportamenti umani sono estremizzati.
Nel caso dell’attacco terroristico a Utoya in Norvegia nel 2011 tutta la popolazione dell’isola reagì mettendosi a disposizione, offrendo aiuto, mettendo al riparo i ragazzi aggrediti.
I civili contribuirono spontaneamente a salvare un gran numero di persone in attesa dell’arrivo della polizia, improvvisando operazioni di soccorso.
Dinamiche come queste possono generare un trauma, a prescindere dall’esito positivo o negativo dell’azione compiuta, perché si basano su una decisione istintiva presa in un frammento di secondo, frammento che rimarrà cristallizzato senza possibilità di elaborazione, causando la sindrome definita PTSD (disturbo post traumatico da stress).
Sono molti anche i casi nei militari di ritorno da Teatri di guerra, costretti a compiere azioni estreme che comprendevano e legittimavano ma che non avevano probabilmente avuto possibilità di elaborazione successiva poiché le condizioni oggettive non lo permettevano.
Quando, come nell’episodio di Utoya, si è costretti a fare affidamento unicamente sulle proprie forze per sopravvivere o scongiurare esiti drammatici, le reazioni negative e non gestibili emotivamente prendono il sopravvento impedendo una valutazione lucida del proprio e dell’altrui pericolo.
L’obiettivo comune dovrebbe quindi essere quello di fornire strumenti concreti e linee guida a tutti i cittadini, alle autorità preposte e ai responsabili dell’ordine pubblico per gestire sia autonomamente che in maniera congiunta specifici rischi.
Così da non reagire con i soli meccanismi di risposta del panico, che si focalizzano sull’attacco, con risposte disorganizzate e confuse, sulla fuga o sul congelamento.
Sarebbe quindi importante proporre protocolli di strategie di risposta alle emergenze che coinvolgano la popolazione, i soccorritori e le autorità, per rendere le città e gli insediamenti umani più sicuri e sostenibili.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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