Di Giuseppe Gagliano*
BEIRUT. L’ipotesi che Beirut annunci nelle prossime settimane il completamento del disarmo di Hezbollah nel Sud del Paese segna uno dei passaggi più delicati della storia recente libanese.
Non tanto per ciò che viene dichiarato, quanto per ciò che resta implicito. Il Sud del Libano, a sud del fiume Litani, è sempre stato il cuore simbolico e operativo della deterrenza di Hezbollah contro Israele. Dire che quell’area è stata “ripulita” dall’arsenale del movimento sciita equivale a certificare una trasformazione profonda dei rapporti di forza interni e regionali.
Il disarmo, condotto dalle Forze Armate libanesi dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, non è il frutto di una vittoria militare dello Stato su Hezbollah, ma di un compromesso forzato.
L’organizzazione, indebolita dalla guerra con Israele, dalla perdita della sua leadership storica e dal crollo del regime siriano, ha accettato di arretrare per evitare uno scontro frontale con l’esercito e una possibile guerra civile.

Valutazione strategica militare: deterrenza ridotta, rischio aumentato
Dal punto di vista militare, il Sud del Libano rappresentava la prima linea della strategia di contenimento israeliana. La distruzione o la rimozione degli arsenali di Hezbollah in quest’area riduce la capacità del gruppo di condurre operazioni immediate contro Israele, ma non elimina il problema. Le intelligence occidentali e arabe concordano sul fatto che Hezbollah mantenga ancora consistenti depositi a Beirut Sud e nella Valle della Beqaa.
Questo spostamento verso Nord non è neutro. Trasforma Hezbollah da forza di frontiera a potenziale attore di destabilizzazione interna, aumentando il rischio che il conflitto, anziché esterno, diventi libanese. Allo stesso tempo, Israele continua a colpire obiettivi sul territorio libanese, sostenendo che il gruppo stia tentando di riorganizzarsi. Una pressione militare costante, unita a un disarmo parziale, crea una situazione paradossale: Hezbollah è troppo debole per imporre la deterrenza di un tempo, ma ancora troppo armato per essere neutralizzato senza conseguenze sistemiche.

Scenari economici: ricostruzione sotto tiro
Sul piano economico, il disarmo è presentato come condizione necessaria per la stabilizzazione e la ricostruzione del Sud del Libano. Ma la realtà è più contraddittoria.
I bombardamenti israeliani hanno colpito non solo obiettivi militari, ma anche infrastrutture civili e mezzi di ricostruzione. La distruzione sistematica di macchinari pesanti compromette la capacità di rimettere in piedi villaggi e reti produttive già devastate.
Il Libano ha bisogno di investimenti, aiuti e credito internazionale. Tuttavia, nessun capitale entra in un Paese dove la sicurezza resta precaria e dove il disarmo di un attore armato avviene sotto la minaccia costante di nuovi raid.
Il rischio è che il disarmo diventi una promessa politica utile sul piano diplomatico, ma insufficiente a generare un reale rilancio economico.
Geopolitica: il Libano tra Washington e Teheran
Il processo di disarmo si inserisce in un più ampio riallineamento geopolitico. Il governo guidato dal presidente Joseph Aoun e dal primo ministro Nawaf Salam gode del sostegno di Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar. In cambio, è chiamato a ridimensionare l’influenza iraniana nel Paese. Il raffreddamento dei rapporti con Teheran, reso evidente dalle tensioni diplomatiche delle ultime settimane, segnala la volontà di Beirut di uscire dalla logica di subordinazione strategica all’asse iraniano.
Ma questa scelta ha un costo. Hezbollah non è solo una milizia: è una componente sociale e politica radicata, soprattutto nella comunità sciita. Spingerne il disarmo completo senza offrire un’alternativa di sicurezza e rappresentanza rischia di produrre nuove fratture interne. L’Iran, dal canto suo, difficilmente accetterà una marginalizzazione definitiva senza tentare di mantenere leve indirette.
Una stabilità apparente
L’eventuale annuncio del disarmo nel Sud potrebbe essere letto come un successo dello Stato libanese e dei suoi sponsor internazionali.
In realtà, segna l’ingresso in una fase ancora più instabile. Hezbollah è stato ridimensionato, ma non neutralizzato. Israele è più sicuro sul confine, ma più libero di colpire in profondità. Il Libano appare più allineato all’Occidente, ma più esposto a tensioni interne.
Il vero nodo non è se Hezbollah verrà disarmato in una regione, ma se il Libano sarà in grado di ricostruire un monopolio credibile della forza senza precipitare in una nuova crisi. In assenza di una garanzia di sicurezza regionale e di un serio piano di ricostruzione, il disarmo rischia di restare una vittoria tattica e una sconfitta strategica.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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