Di Giuseppe Gagliano*
KIEV. Quando Zelensky parla di “trasformare” la difesa aerea, il punto non è un dettaglio tecnico: è un cambio di mentalità.

L’Ucraina ha imparato sulla propria pelle che un sistema basato solo su pochi grandi apparati, preziosi e limitati, rischia di essere logorato da attacchi ripetuti e relativamente economici.
Per questo Kiev punta su una rete di piccoli gruppi mobili, su mezzi a corto raggio e su droni intercettori: l’idea è moltiplicare gli occhi e moltiplicare le mani, così da rendere più difficile alla Russia saturare le difese con ondate di ordigni e velivoli senza pilota.

La nomina di Pavlo Yelizarov come vice comandante dell’Aeronautica con delega all’innovazione segnala che non si tratta di una toppa provvisoria. È un programma: adattare in fretta dottrina, addestramento e comando, facendo della flessibilità una risorsa strategica.
La guerra che mira alle prese elettriche
Gli attacchi russi di inizio mese, con blackout e riscaldamento interrotto, mostrano il bersaglio reale: la vita quotidiana.
Colpire energia e calore non è solo sabotaggio, è pressione politica. Se la popolazione passa l’inverno al buio o al freddo, la resistenza sociale si incrina, l’economia perde giornate di lavoro, la logistica rallenta, gli ospedali soffrono. In sostanza, la guerra entra nel bilancio dello Stato e nel frigorifero delle famiglie.
Ecco perché l’allarme sull’attività di ricognizione russa verso obiettivi specifici, comprese sottostazioni legate alle centrali nucleari, è più inquietante di quanto sembri. Non significa necessariamente un attacco diretto agli impianti, ma indica una strategia: mettere a rischio i nodi che tengono insieme la rete elettrica, spingere Kiev a disperdere risorse, costringere gli alleati a scegliere tra difendere città e difendere infrastrutture.
Economia di guerra: spendere meno per abbattere di più
La scelta dei droni intercettori ha anche una logica economica.
In una guerra di logoramento, il costo unitario conta quanto la precisione. Se per abbattere un bersaglio economico serve un missile costoso e raro, alla lunga vince chi spende meno.
I droni intercettori, se prodotti su scala e integrati con sensori e unità mobili, promettono un rapporto costo efficacia più sostenibile. E per un Paese che ha accelerato la propria produzione nazionale di droni, questa diventa anche politica industriale: capacità interna, filiera locale, adattamento continuo sul campo.
C’è però il rovescio: tutto ciò richiede elettronica, componenti, comunicazioni sicure, addestramento e manutenzione. Se Mosca colpisce le infrastrutture e al tempo stesso Kiev deve alimentare fabbriche e officine, la difesa aerea diventa un circuito: proteggere energia per produrre difesa, e produrre difesa per proteggere energia.
Il fronte politico: alleati stanchi e priorità che cambiano
Nel testo emerge un segnale delicato: il rifiuto ceco di fornire aerei leggeri utili contro i droni.
Non è un episodio isolato, è un sintomo.
In Europa cresce il peso delle scelte nazionali, dei vincoli di bilancio e dei calcoli politici interni. Ogni “no” non cambia da solo l’andamento del conflitto, ma sommato agli altri restringe le opzioni ucraine e aumenta la pressione su chi continua a sostenere Kiev.
Zelensky, chiedendo vigilanza massima e spingendo le regioni a reagire rapidamente, sta anche parlando agli alleati: se la Russia prepara un attacco di massa, la domanda implicita è quanta capacità aggiuntiva verrà davvero consegnata e con quali tempi.
Davos come anticamera: la diplomazia entra nella guerra di logoramento
La novità più politica è l’attivazione del canale di Davos, con l’annunciata presenza di Kirill Dmitriev e contatti con la delegazione statunitense, mentre anche il negoziatore ucraino Umerov prevede colloqui a margine del Forum economico mondiale.
Il valore di queste mosse non sta nel luogo, ma nel segnale: Mosca vuole mostrarsi pronta al dialogo guidato dagli Stati Uniti, e Washington vuole tenere in mano la regia, anche a costo di irritare parte degli europei.

Il Cremlino, inoltre, prepara la visita a Mosca dell’inviato statunitense Witkoff e di Jared Kushner.
È il formato tipico della trattativa “personalizzata”, dove la politica estera diventa negoziazione diretta tra cerchi ristretti.

In questo contesto, l’affermazione di Trump secondo cui sarebbe l’Ucraina a ostacolare un accordo non è una frase: è una leva.
Serve a spostare il baricentro morale della pressione, a mettere Kiev sulla difensiva e a dire agli europei che la linea americana può cambiare tono e priorità.
Una conclusione provvisoria: proteggere il cielo per non perdere il tavolo
La trasformazione della difesa aerea ucraina è la fotografia di una guerra che cambia pelle: meno spettacolo, più ingegneria; meno attesa di “sistemi miracolosi”, più costruzione di una rete diffusa e resiliente.
Ma questa evoluzione militare corre su due binari politici instabili: la capacità russa di colpire infrastrutture e la volatilità del sostegno occidentale, soprattutto se la diplomazia americana punta a chiudere il dossier in fretta.
Per Kiev la priorità resta brutale: sopravvivere all’inverno, mantenere la coesione interna e arrivare ai colloqui senza essere stata piegata dal buio, dal freddo e dalla saturazione dei cieli.
In questa guerra, il negoziato non lo decide solo la linea del fronte. Lo decide anche chi riesce a tenere accese le luci.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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