REGIO ESERCITO: LA STORIA DI MARIO CHIARA. UOMO, SOLDATO, MUSICISTA

Di Gerardo Severino*

BELPASSO (CATANIA). La storia che sta per iniziare ha origini a Belpasso, un importante centro agricolo nelle immediate vicinanza della bellissima Catania, sito alle pendici dell’Etna, esattamente a Sud del celebre vulcano, simbolo della Sicilia.

Il Capo Fanfara Mario Chiara, in piedi con la sciabola

Collocata a circa 12 miglia dal Mar Jonio e distante 120 chilometri da Palermo, la città barocca di Belpasso, miracolosamente risorta dopo la terribile eruzione dell’8 marzo 1669c[1] era stata, un tempo, capoluogo di Circondario della storica Val di Noto e in seguito, dopo l’unificazione italiana del 1861, capoluogo di Mandamento del Regno d’Italia.

Mario Chiara nacque nella casa avita, sita in Contrada Purgatorio, alle ore 21 del 24 luglio del 1862, figlio secondogenito di Don Salvatore Chiara, possidente di 25 anni e di Agata Nicotra, 20 anni,  già allietati dalla nascita di Vincenzo, venuto alla luce il 21 novembre del 1859.

Il piccolo Mario fu, poi, battezzato il giorno seguente presso la Chiesa Collegiata di Maria Santissima Immacolata, in Piazza Duomo.

I Chiara di Belpasso erano allora facoltosi possidenti terrieri, proprietari di una ricca azienda agricola, in essere in un agro un tempo di proprietà della potentissima Famiglia Moncada dei Principi di Paternò, la quale, già nella metà dell’Ottocento, esportava i propri prodotti in varie località dell’allora Regno delle Due Sicilie.

Nel 1862, Belpasso era sede di un Mandamento, nell’ambito del Circondario e Provincia di Catania, con una popolazione complessiva di 11.282 abitanti, suddivisa nei tre Comuni di Belpasso (7587), il cui Sindaco – alla data del 24 luglio era il possidente Giovanni Pulvirenti – Camporotondo Etneo (637) e Nicolosi (3058).

Erano, quelli in cui ebbe inizio l’esistenza di Mario, giorni, mesi e anni molto difficili per l’Italia e, ovviamente, per la stessa Sicilia.

Ricordiamo, infatti, che appena sette giorni dopo, a Palermo, il Generale Giuseppe Garibaldi raccolse non pochi volontari.

Giuseppe Garibaldi

Li organizzò sotto forma di “Legione Romana”, annunciando al Paese l’intenzione di muovere contro lo Stato Pontificio al grido di “Italia e Vittorio Emanuele, o Roma o morte”.

La storia ci ricorda che quasi un mese dopo, esattamente il 20 agosto fu decretato lo stato d’assedio in tutte le cosiddette “Provincie Napolitane”, allo scopo ovviamente di bloccare l’ennesima spedizione Garibaldina.

L’Eroe dei Mille, nel frattempo aveva raggiunto Catania, mentre il 25 agosto sbarcherà con i suoi 1.300 volontari in Calabria, raggiungendo così l’Aspromonte.

E fu proprio in tale impervia località che le truppe regolari dell’Esercito, al comando del Colonnello Pallavicini di Priola ne avrebbe bloccato l’avanzata, facendo ricorso all’uso delle armi.

Il Generale Garibaldi rimase ferito ad un piede e, quindi, arrestato, mentre alla fucilazione sul posto furono destinati alcuni soldati che avevano disertato dai propri reparti, pur di seguire il “Duce dei Mille”.

Ancor prima di tale epilogo, nell’isola, ove tutto era iniziato, il fatidico maggio del 1860, spentosi l’entusiasmo suscitato dalla nota “Spedizione dei Mille”, si era incominciato a fare i conti con la durissima realtà del post-unificazione: una realtà caratterizzata da gravi problemi di natura non solo socio-economica, ma anche politica, tenendo presente non solo l’iniziale “ventata reazionaria” filo-Borbonica, ma anche e soprattutto la tormentata stagione del brigantaggio.

A tale fenomeno, nato per trasformazione dell’iniziale insorgenza sorta dalla sfiducia maturata nel frattempo nei riguardi del neonato Regno d’Italia, era rimasta “invischiata” anche la locale Chiesa, persino quella di Belpasso, tanto che, attorno al 1865-66, il chierico Gaetano Sava fu fermato in contrada Isoletta dalle Forze dell’Ordine.

Dalla perquisizione personale erano uscite fuori lettere compromettenti, le quali avrebbero confermato il legame tra lui e il Colonnello Torembenos [2], noto reclutatore di combattenti filo-borbonici, definiti ovviamente dai Piemontesi “briganti”, in omaggio ai briganti di una volta, dai quali, peraltro, era sorto in origine il toponimo di “Malupassu [3].

Ma Belpasso, sempre in quel primo decennio post-unificazione, era anche una cittadina ove molto forte era ancora il sentimento libertario, lo stesso che aveva animato il Dottor Antonio Bartoli, uomo vicino ai sentimenti Mazziniani e Garibaldini, nel fondare la “Società Fede e Avvenire”, di ispirazione massonica.

Mario e i suoi fratelli (è probabile che Don Salvatore, oltre a Vincenzo e Mario ebbe altri figli e figlie), vissero a Belpasso tutta loro infanzia e fanciullezza, godendo – anche grazie alla buona posizione economica della famiglia – gli agi di una vita decorosa, tanto da poter frequentare la Regia Scuola Elementare sino alla quinta classe, allora affidata, tra gli altri, ad una grandissima Maestra, Vincenza Zappalà Aradas, madre del grande Nino Martoglio [4].

Frequentatore dell’Oratorio in essere presso la stessa Chiesa del Cristo Re, nel Quartiere Purgatorio, Mario si appassionò ben presto anche di musica, seguendo i primi passi della stessa Banda Musicale di Belpasso, la quale era stata istituita da quel Consiglio Comunale il 10 febbraio del 1873, quando Mario aveva undici anni: l’età giusta per “muovere i primi passi” anche in tale direzione. Dopo aver compiuto gli studi elementari, il padre, Don Salvatore Chiara, volendo assecondare la passione del figlio, “finanziò” il trasferimento di Mario in quel di Palermo, ove allora operava il più importante – se non l’unico – Regio Conservatorio, peraltro famosissimo anche nel Continente.

Il Conservatorio di Palermo (attuale Conservatorio “Alessandro Scarlatti”) era, infatti, uno dei più antichi tra quelli esistenti allora nel Regno d’Italia, essendo stato istituito per volontà del Viceré,  Conte De Castro, tra il 1617 e il 1618, presso la trecentesca Chiesa della Santissima Annunziata, col titolo di “Orfanotrofio del Buon Pastore”.

In quel contesto, ai fanciulli si insegnava, oltre al catechismo, anche il canto e altri mestieri.

Tempo dopo, l’insegnamento della musica prese il sopravvento sulle altre discipline, tanto che, nel 1747 il “Buon Pastore” diventò una Scuola esclusiva di insegnamento musicale, svolgendo, quindi, un ruolo prezioso nella vita culturale della Capitale siciliana.

Mario Chiara mise piede al Regio Collegio di Musica “Del Buon Pastore” tra il 1874 e il 1875, in un epoca nella quale l’Istituto era retto dal Comm. Gaetano Daita, ammesso al c.d. “convitto interno”, per il quale il padre Salvatore avrebbe corrisposto una determinata retta mensile. Qui, Mario avrebbe affrontato il percorso educativo che, dopo diversi anni lo avrebbe portato a conseguire, oltre al diploma di Professore di Pianoforte anche quello di Direzione d’Orchestra, avendo superato i non facili esami, sotto la guida di grandi musicisti, quali i Professori Luigi Alfano, Edoardo Caracciolo e Antonino Palminteri [5].

Ai primi degli anni Ottanta, Mario, ormai prossimo al conseguimento degli ambiti Diplomi (pianoforte e direzione d’orchestra), si trovò dinanzi ad una scelta non certo facile: tornare a Belpasso e tentare lì la via della professione musicale, oppure, approfittare del Servizio Militare per iniziare una carriera nel Regio Esercito.

A Belpasso, intanto, la situazione non era delle migliori.

La località, nonostante fossero passati più di vent’anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, era assurta fra i luoghi di Sicilia, in generale e della provincia di Catania, in più allarmanti dal punto di vista della sicurezza pubblica.

Attorno al giugno-luglio del 1881, Belpasso, unitamente a Biancavilla e altre località del Mandamento di Adernò erano ancora “…teatro di una serie infinita di reati contro le persone e contro le proprietà” [6], tanto da far registrate non pochi ricatti ai ricchi proprietari terrieri della zona, secondo la migliore tradizione brigantesca, la quale amava colpire i cosiddetti “galantuomini”.

In zona si registravano, in particolare, le malefatte della banda brigantesca di Luigi Stimoli e Santo Ragusa, assieme ai propri manutengoli con i quali spadroneggiavano nelle campagne, commettendo vari reati, finchè non furono tutti catturati e, quindi, condannati a pene severissime  [7].

Erano, quelli, gli anni nei quali erano si erano registrare non poche vicende di cronaca, alcune delle quali immortalate dal grande Giovanni Verga, che peraltro era di casa nella stessa Belpasso, paese d’origine della madre, Donna Caterina Di Mauro Barbagallo.

Fra queste vi è “I Malavoglia”, il romanzo più conosciuto di Giovanni Verga, pubblicato a Milano dall’editore Treves nel 1881, opera straordinaria che farà conoscere all’intero Paese il dramma vissuto dai Siciliani, a quel punto veri e propri “sconfitti” (da cui il noto “Ciclo dei Vinti[8]), all’indomani dell’unificazione del Paese.

A quel punto, considerando che la situazione generale era divenuta difficile anche per Don Salvatore Chiara, Mario decise di lasciare al fratello più grande, Vincenzo, l’onere di continuare la gestione dell’azienda agricola di famiglia, dando così sfogo alla propria smisurata passione per la musica.

Da soldato a Capo Musica

 Fu agli inizi degli anni Ottanta, ovviamente dell’Ottocento, che il giovane Mario Chiara, da poco diplomatosi Maestro di musica a Palermo, decise di arruolarsi nel Regio Esercito italiano, volendo però sfruttare le sue doti di Direttore d’Orchestra.

La scelta di operare nell’ambito della musica militare non fu, tuttavia, conseguenziale, ma sicuramente frutto anche di una consolidata tradizione locale, che probabilmente solo in parte guardava all’aspetto che oggi potremmo definire “occupazionale”.

Come ricorda lo storico Gaspare Nello Vetro: “I musicanti effettivi erano per lo più giovani provenienti per la quasi totalità dalle classi sociali meno fortunate, e l’arruolamento costituiva la fuga da un mondo di lavori precari, offrendo un impiego assai modesto ma sicuro, al termine del servizio una piccola pensione in una società nella quale esistevano rarissime forme di assicurazione per la vecchiaia, e la possibilità di continuare nell’attività dopo il congedo, nelle tante bande civili ben liete di accogliere elementi competenti e dalla collaudata esperienza pluriennale” [9].

Molto importante, infatti, era la tradizione della musica militare in quello che un tempo era il Regno delle Due Sicilie.

Come ricorda lo stesso Vetro: “I complessi bandistici dell’esercito borbonico erano numerosi, e offrivano un buon numero di posti di lavoro ai giovani, forniti di una buona preparazione, che uscivano dalle diverse scuole musicali. Modellati su quelli germanici, questi corpi musicali, tra quelli italiani, erano riconosciuti tra i migliori per le notevoli capacità esecutive” [10].

Al Vetro gli fa eco la storica Enrica Donisi, secondo la quale: “Il Regno borbonico vanta ottime bande militari. L’opera organizzativa si innesta sulla salda tradizione musicale della “scuola napoletana” [11].

Non solo, ma nel Meridione in generale, il ruolo sociale rivestito dalle bande musicali, sia militari che civili era allora molto considerato dall’opinione pubblica, soprattutto dalla gente comune, la stessa che non poteva di certo permettersi frequentazioni teatrali.

Ricordiamo che in quel contesto storico, tra i compiti affidati alle bande musicali militari, “Musiche” o “Fanfare” che dir si voglia, vi era anche quello di accompagnare le allora numerose feste civili, così come quelle religiose [12].

Ed è forse anche da tale forma di pubblicità, colta sul campo, che nacque in Mario Chiara il desiderio di far parte di quell’affascinante mondo, composto da musicisti in uniforme.

Il giovane etneo fu ammesso in Cavalleria, iniziando la sua carriera in Piemonte, passando così dall’8° Reggimento “Montebello” di stanza a Saluzzo al 10° “Vittorio Emanuele” di stanza a Savigliano, al 12° “Saluzzo”, di stanza a Torino (ove conobbe la sua futura compagna, Margherita) così come al glorioso 1° Reggimento Cavalleria “Nizza”, la cui guarnigione era collocata nella città di Voghera.

Ma procediamo per ordine.

Da quel preciso momento in poi anche il giovane etneo iniziò a girovagare per l’Italia. Quella dei frequenti trasferimenti dei Reggimenti da un punto all’altro del Paese era una realtà che aveva preso piede sin dai primi momenti che seguirono la post-unificazione della Penisola.

Come ci ricorda lo storico Vetro: “Nei primi anni dell’unificazione del Regno i reggimenti furono sottoposti a spostamenti continui di guarnigione, anche in località disagiate e lontane, consentendo così ai richiamati di conoscere e avvicinare popolazioni che erano state suddite di governi diversi e con le quali era mancato ogni contatto. In questi trasferimenti le bande militari, anche se lamentavano spesso carenza di organici, ebbero un ruolo importante, in quanto portarono la musica in luoghi che fino allora avevano avuto scarse opportunità di avvicinarsi a quest’arte e, nei paesi che ne erano privi, stimolarono per emulazione il sorgere di questi complessi. Le bande furono così presenti non solo nelle città sedi del comando del reggimento di appartenenza ma anche, come recandosi a una visita pastorale, nei paesi della provincia nei quali erano di stanza dei distaccamenti con delle compagne capillarmente dislocate nel territorio” [13].

Attorno al 1885, Mario Chiara è, quindi, Caporale in quel di Torino, ove si trova di stanza il 12° Reggimento di Cavalleria “Saluzzo”, agli ordini del Colonnello Alessandro Gloria[14].

Qui, Mario avrebbe raccolto l’eredità di grandi Maestri Capi Fanfara, uomini del calibro di Raffaele Coppola, che la diresse nei primi anni che seguirono la proclamazione del Regno d’Italia, lasciando poi il testimone ad altri Maestri e abili compositori [15].

Divenuto Sergente Musicante, Mario Chiara fu, quindi, trasferito a Napoli, presso la Fanfara del 20° Reggimento Cavalleria “Roma”, ove lo troviamo ancora attorno al 1887, allorquando divenne padre di una bambina, come approfondiremo a breve, nata dall’unione con la signorina Margherita Chiura, originaria, come è stato già ricordato della provincia di Torino, essendo nata a Chialamberto il 29 maggio 1864, figlia di Battista Alaria Chiura e di Cecilia Perotto.

Tra le varie manifestazioni cui avrebbe preso parte la Fanfara diretta dal Maestro Chiara vi fu anche il poco conosciuto Concorso Nazionale delle Bande Civili e Militari, organizzato nel giugno del 1893 dal compositore Pietro Abbà Cornaglia [16].

Nel 1895, il Maestro Chiara era, invece, Furiere Maggiore (equivalente dell’odierno grado di Maresciallo), di nuovo “Capo Fanfara” altrimenti detto “Capo Musica” del glorioso 12° Reggimento Cavalleria “Saluzzo[17], reparto d’élite della Cavalleria italiana, che si trovava in quel momento di stanza a Voghera, nella caserma “Vittorio Emanuele II”, agli ordini del Colonnello Attilio Matioli Alessandrini[18]. Variegati erano, allora, i compiti del “Capo Musica”, primo fra tutti quello di curare l’insegnamento nei riguardi dei suonatori.

“Non essendo mai stata istituita una scuola per formare i musicanti – evidenzia lo storico Vetro –  se si escludono quelle prime parti tra le quali vi furono anche dei virtuosi solisti di strumento, era il reggimento stesso a istruire i suoi suonatori.  E se quelli effettivi di carriera avevano anche il compito di addestrare i nuovi allievi allo strumento prescelto, funzione del capo musica era impartire quell’insegnamento musicale in virtù del quale potessero leggere la musica ed eseguirla assieme” [19].

Egli, oltre alle tradizionali incombenze di natura militare si sarebbe dovuto occupare anche dell’organizzazione di eventi pubblici, in genere coincidenti con il tradizionale concerto domenicale, almeno nei centri urbani di una certa importanza, come lo era ovviamente Bologna.

Come ci ricorda lo storico Vetro, compito del Maestro era anche quello di scegliere di volta in volta il repertorio da eseguire: <<Questo doveva essere sempre pronto per ogni evenienza e pertanto il complesso, accanto agli inni nazionali e alle marce specifiche del reggimento, doveva avere preparata quella serie di pezzi che formavano l’ossatura dei programmi: e una buona parte era anche conosciuta a memoria. In sintesi, si può dire che la scelta era costretta entro due liniti; l’organico a disposizione e il livello qualitativo dei suonatori che facevano parte della banda” [20].

La famiglia Chiara si stabilì a Cascina Capalla, un piccolo borgo agricolo sito nell’immediata periferia di Voghera (a 27 chilometri da Pavia), zona Medassino.

La stessa – per quanto i due genitori non si fossero ancora sposati legalmente (lo erano solo dal punto di vista religioso) – era stata già allietata dalla nascita di altri figli, nell’ordine: Celina, nata a Napoli il 21 maggio 1887, Salvatore, nato a Napoli il 25 settembre 1889, Lucia Cecilia, nata a Saluzzo il 2 dicembre 1891, Flora, nata a Voghera l’11 dicembre 1893 e, infine, Ubaldo Giuseppe Gennaro, nato anch’egli a Voghera il 3 settembre 1895.

La nascita dell’ultimogenito intervenne a poco meno di un mese dall’avvio delle operazioni militari che il Negus d’Etiopia, Menelik, avrebbe intrapreso contro l’Italia, spostandosi col grosso del suo esercito dalla capitale, Addis Abeba, verso il Tigrè.

Tra le truppe mobilitate vi era stato anche il 12° Reggimento Cavalleria “Saluzzo”, compreso anche il Capo Fanfara, Mario Chiara e il suo complessino, pur sempre abili a combattere e a fare il proprio dovere di soldati.

A tale stato di cose era, poi, subentrata, il successivo tre di dicembre, la sconfitta subita dal Distaccamento italiano comandato dal Maggiore Toselli, il quale perse la vita con la maggior parte dei propri soldati, barbaramente assassinati dalle truppe abissine sull’Amba Alagi.

Gli anni nei quali Mario Chiara prestò servizio a Voghera furono contraddistinti da contesti storici nei quali il Paese fu impegnato, oltre che nella sua ostinata politica coloniale, che avrebbe portato al noto e ulteriore disastro di Adua, il 1° marzo 1896, anche in frequenti periodi di forti tensioni sociali.

Ci riferiamo, in particolare, a contesti storici caratterizzati da gravi turbamenti dell’ordine e della sicurezza pubblica, come ci ricorda quanto accadde a Milano agli inizi di maggio del 1898, ove a sedare i tumulti popolari, il Governo incaricò le truppe militari al comando del Generale Fiorenzo Bava Beccaris.

E fu proprio a Milano, come si sa, che si consumerà una vera e propria strage di civili.

Già, il “ferale” 1898, lo stesso anno nel quale, in gennaio, s’era verificato nell’area etnea l’ennesimo terremoto che avrebbe procurato non pochi danni, soprattutto nella zona di Biancavilla, così come a Belpasso e a Adernò[21].

Immaginiamo la pena e l’ansia che prevalse sul povero Sottufficiale di Cavalleria, prima di ricevere il telegramma che lo avrebbe assicurato che nulla di grave era capitato ai propri familiari.

In quel frangente storico, pur tuttavia, Voghera era uno dei più importanti centri dell’Oltrepò Pavese, noto sia per la sua produzione vinicola, facilitata dalle soleggiate colline situate ai piedi degli Appennini, sulla sinistra della Staffora, sulla via Emilia, che per le sue importanti produzioni agricole, soprattutto cereali, ma anche per le fabbriche di vari prodotti.

Ci sia consentito raccontarne brevemente la storia, ricordando che alla stessa Voghera, la famiglia Chiara rimarrà a lungo legata, e non solo perché aveva dato i natali ai figlioli più piccoli, ma anche per il fatto che lo stesso Ubaldo Chiara proprio da essa avrebbe mosso i suoi primi e ultimi passi da ufficiale di Cavalleria, ma anche studiato a fondo le sue tradizioni storiche, ivi comprese quelle militari.

Baciata dalla storia, come si suole dire in questi casi, Voghera vantava origini romane, tanto da essere annoverata come un’importante colonia col nome di Iria Augusta.

Di antichissime origini, dunque, la città era stata abitata, in seguito, dai liguri.

Distrutta al tempo delle invasioni barbariche, risorse e dipese per un certo periodo da Tortona, ma al principio del secolo XII si resse a Comune.

Nel 1122, Voghera si alleò a Pavia, di cui seguì a lungo le sorti.

Il 15 novembre del 1277, arbitri gli astigiani, vi fu conclusa una pace fra Alessandria e Tortona da una parte e Pavia dall’altra, per la quale i Ghibellini potevano ritornare nelle rispettive città.

Devastata da lotte interne, Voghera fu presa da Luigi di Baviera, e in seguito appartenne ai Visconti.

Nel 1499 fu presa dai francesi, mentre nel 1513 l’occuparono gli spagnoli del d’Avalos, i quali si resero protagonisti del massacro di seicento persone.

Nel 1635 se ne impadronì Odoardo Farnese, e qualche anno dopo Tommaso di Savoia.

Nel 1743, col trattato di Worms, Voghera passò al Regno di Sardegna. Durante l’occupazione francese fu proprio a Voghera, dal Palazzo Dattili, che Napoleone Bonaparte assistette al passaggio del suo Esercito diretto a Marengo.

Napoleone Bonaparte

Sul finire dell’Ottocento – quando la famiglia Chiara vi si era trasferita – la città pavese, situata lungo la via che collegava Genova a Piacenza, era sede di importanti Uffici pubblici, dalla Sotto Prefettura, essendo capoluogo di Circondario, ai vari Uffici Finanziari e Caserme Militari.

Toccata dalla Regie Ferrovie dello Stato, era, quindi, sede di una importante stazione d’incrocio lungo la linea, lunga una sessantina di chilometri, che portava a Milano.

Il Furiere Mario Chiara, seguito dalla sua famiglia, vivrà per qualche tempo anche a Udine, prima di fermarsi per sempre a Bologna. E fu proprio a Udine che la famiglia trovò finalmente una propria dimensione sociale.

Ricordiamo, infatti, che nel capoluogo friulano, ove il Reggimento era stato, nel frattempo, trasferito di Guarnigione, il 17 dicembre del 1898, Mario Chiara e Margherita Alaria Chiura si unirono finalmente in matrimonio anche civilmente, dopo quello religioso celebrato a Chialamberto alcuni anni prima.

La Musica del Reggimento “Saluzzo”, al pari degli omologhi complessi sparsi in tutta Italia, avrebbe presenziato, e non solo a Udine città evidentemente, alle onoranze funebri che seguirono il regicidio di Umberto I, avvenuto, come si ricorderà, a Monza il 29 luglio del 1900.

L’attentato ad Umberto I, a Monza

Per l’occasione, la banda del Maestro Mario Chiara avrebbe eseguito anche la “Preghiera per il Re Umberto I”, scritta dalla Regina Margherita e opportunamente musicata “Per ogni organico possibile”, come ci ricorda il Vetro, riferendosi per l’appunto al ruolo avuto allora dalle bande militari nelle varie piazze italiane [22].

La famiglia risulta risiedere a Udine ancora nel 1902, tant’è vero che del celebre “Maestro Chiara” se ne fa cenno in una corrispondenza pubblicata in quello stesso anno sulla rivista del Tiro a Segno Nazionale, laddove venne ricordata la cerimonia che si era tenuta il 26 di agosto, in Piazza Umberto I, ove i quattro Squadroni del 12° Cavalleggeri “Saluzzo”, in quel frangente agli ordini del Colonnello Salvati, si erano cimentati nelle allora tradizionali gare di tiro. In quella circostanza, come concluse il reportage giornalistico “La brava banda del maestro Chiara rallegrò la festa” [23].

Dopo alcuni anni, trascorsi dunque a Udine, ai primi del nuovo secolo (tra il 1903 e il 1904) il 12° Reggimento raggiunse la nuova sede di Bologna, ove avrebbe trovato quartiere presso la storica caserma “San Domenico”, posto agli ordini del Colonnello Luigi Salvati.

Una immagine del terremoto del 1908

E, mentre la famiglia Chiara viveva la sua tranquilla vita domestica e sociale in quel di Bologna, l’amatissima terra di Sicilia fu scossa, così come accadrà per la Calabria, dalla nota tragedia del 28 dicembre 1908, allorquando un terribile terremoto, seguito da uno spaventoso maremoto, spazzò via Messina e Reggio Calabria, ma anche altre località viciniore, causando la morte di circa 80 mila persone e danni incalcolabili.

Ebbene, tra le tantissime vittime che si registrarono nella sola città di Messina, tra i quali anche alcuni lontani suoi parenti, vi fu anche un caro amico di Mario Chiara, Francesco Barcone, Capo Musica dell’89° Reggimento Fanteria di stanza nella stessa città, falciato dall’ecatombe assieme a molti altri membri del reparto e, quindi, della stessa banda [24].

Il meritato riposo

La famiglia Chiara si fermò, quindi, a vivere a Bologna anche dopo il congedo del Furiere Maggiore, Mario Chiara, dal Regio Esercito, intervenuto attorno al 1912, e per raggiunti limiti d’età.

Ancora agli inizi del Novecento, per essere collocati in pensione, un Capo Musica militare doveva maturare almeno 20 anni di servizio effettivo, ma soprattutto aver raggiunto i 45 anni di vita [25].

Della copiosa prole messa in piedi da Mario e Margherita si sa ben poco, oltre a quanto già ricordato in occasione della stesura della biografia di Ubaldo, tranne che riguardo al figlio maggiore, Salvatore, il quale sarebbe ben presto diventato un campione di calcio della squadra del Bologna.

Come già ricordato nel libro prima citato, Salvatore Chiara aveva debuttato, ventunenne, il 20 marzo 1910 ai  “Campi di Caprara” contro la celebre Squadra del “Sempre Avanti”.

In quegli anni, la Squadra del Bologna si allenava, infatti, nella vecchia Piazza d’Armi, presso i Prati di Caprara, fuori Porta San Felice, nell’area dove oggi sorge l’Ospedale Maggiore.

Era stato proprio lì che Salvatore si era fatto notare dai dirigenti del Bologna, ma anche dalla sua stessa famiglia, il padre Mario e suo fratello Ubaldo in testa, che di tanto in tanto assistevano sia agli allenamenti che alle stesse competizioni domenicali.

Nel febbraio 1911, i rossoblù si trasferirono in località Cesoia, fuori Porta San Vitale, ove il nuovo campo di calcio era stato ricavato in una zona priva di costruzioni, lungo Via Massarenti, che allora si chiamava Strada di San Vitale, nel tratto compreso tra le attuali Via della Cesoia e Via Paolo Fabbri.

Salvatore conquistò proprio lì il titolo di “Campione Emiliano” nel corso dello stesso anno,  mentre nel 1912, tornato indenne dalla guerra italo-turca, passò al ruolo di mediano, poi a quello di difensore e, quindi, terzino titolare nei primi tre campionati della storia del “Bologna Calcio”.

Salvatore avrebbe giocato la sua ultima partita in rossoblù il 19 gennaio 1913.

Dopo aver preso parte anche lui alla Grande Guerra, si stabilì definitivamente a Bologna, dove morì  il 25 novembre del 1964.

Non sappiamo praticamente nulla riguardo agli anni successivi al congedo di Mario, oltre, ovviamente, a quanto già ricordato nel libro dedicato a Ubaldo [26].

Ubaldo Chiara in uniforme di Tenente dei Cavalleggeri Guide – 1919 (Collezione Bassi-Anzola)

In verità si tratterà di un tempo piuttosto breve, tenendo presente che l’esistenza di Mario Chiara avrebbe termine il 16 dicembre del 1919, a poco più di un anno dalla fine della Grande Guerra, immane conflitto al quale avevano partecipato entrambi i figli, per fortuna tornati a casa indenni, peraltro, Ubaldo con le spalline di Tenente di Cavalleria, ma soprattutto con due medaglie d’argento al Valor Militare.

Spentosi a causa dell’epidemia di spagnola ad appena 57 anni, Mario Chiara lasciò la famiglia e gli amici letteralmente sgomenti.

Le sue esequie, nella Chiesa di San Giuseppe, a Porta Saragozza, videro la partecipazione di centinaia di persone, molte delle quali vecchi commilitoni del Regio Esercito, ma anche tanti e tanti estimatori del figlio, Salvatore, rimasto celebre in città per le sue vicende calcistiche.

Margherita, l’adorata moglie di Mario abbisognò di molto tempo per “rassegnarsi” a quell’assurda perdita, e in questo dovette molto anche al figlio più piccolo, Ubaldo, che, vestendo ancora i panni di Ufficiale di Cavalleria, era stato destinato, appena un mese prima della morte del padre, in Costa Rica, quale “Addetto Militare”.

Per un certo periodo, infatti, Ubaldo portò con sé la madre a San José de Costa Rica, per poi farci anche un viaggio in America, esattamente a New York, ove la genitrice aveva un fratello, Giuseppe, trasferitosi come emigrante molti anni prima.

Non abbiamo idea se Mario Chiara avesse o meno avuto il tempo di tornare nella sua amata Sicilia, se non altro per porgere un ultimo saluto ai propri genitori.

Possiamo solo affermare – almeno ci piace pensarlo – che nel momento del trapasso abbia avuto il tempo di evocare alla mente un ultimo pensiero a quella Terra meravigliosa, la stessa nella quale aveva scoperto la gioia della musica, al cui suono sarebbe stato accolto in Paradiso, là dove un uomo buono e onesto come lui fu sicuramente destinato da Nostro Signore.

NOTE

[1] Sorta attorno al Trecento, Belpasso si era chiamata sino ad allora Malpasso.

[2] Cfr. <<Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato>>, Volume 2, Roma, Ministero per i beni culturali e le attività culturali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1999, p. 728.

[3] Nel XV secolo, l’odierna località di Belpasso divenne “Malpasso” (Malupassu), prendendo tale nome per via dei briganti che vi commettevano efferati e frequenti delitti.

[4] Nino Martoglio, giornalista, poeta dialettale, regista cinematografico e sceneggiatore, nacque a Belpasso il 3 dicembre del 1870 e morì a Catania il 15 settembre del 1921.

[5] Cfr. “Palermo. R. Collegio di musica detta del Buon Pastore”, in Annuario della Istruzione Pubblica del Regno d’Italia pel 1873-74, Roma, Regia Tipografia , 1874, p. 463.

[6] Cfr. “Briganti condannati”, in Bollettino Ufficiale della Direzione delle CarcerI, n. 10-11 – Anno 1882,  p. 285.

[7] Ibidem, p. 286.

[8] Secondo il progetto originario del Verga, la serie del “Ciclo dei Vinti” avrebbe dovuto avere come comune denominatore un tema comune e universale, quello cioè dell’indiscussa lotta dell’uomo per l’esistenza e per il progresso.

[9] Gaspare Nello Vetro, Le Bande Musicali del Regio Esercito. Dalla proclamazione del Regno d’Italia alla Prima Guerra Mondiale (1861 – 1915), Roma, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, 2010, p. 108.

[10] Ivi, pp. 12 e 13.

[11] Cfr. Enrica Donisi, Le Bande Musicali Militari. Dall’Unità d’Italia alla prima metà del Novecento, Roma. Edizione Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, 2012, p. 23.

[12] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 13.

[13] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 53.

[14] Cfr. Ministero della Guerra, <<Annuario Militare del Regno d’Italia – 1885>>, Roma, Carlo Voghera Editore, 1885, p. 329.

[15] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 207.

[16] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 76.

[17] Il Reggimento traeva origini dal 7° Reggimento di Cavalleria formato a Vercelli nell’agosto 1848 con la fusione di due Reggimenti (uno di Dragoni ed uno di Cavalleggeri, detto anche Cacciatori a cavallo e poi Cavalleggeri di Pio IX), costituiti, con elementi volontari, a Milano nel marzo dello stesso anno. Nel gennaio 1850 il 7® Regg. passò a far parte della Cavalleria leggera col nome “Cavalleggeri di Saluzzo”. Il suo 1° Squadrone  partecipò alla spedizione di Crimea. Nel 1871 prese il nome di 12° Reggimento di Cavalleria (Saluzzo); nel 1876 quello di Reggimento Cavalleria Saluzzo (12®); nel 1897 di Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo.

[18] Cfr. Ministero della Guerra, “Annuario Militare del Regno d’Italia – Anno 1895”, Roma, Enrico Voghera Editore, 1895, p. 392.

[19] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 108.

[20] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 108.

[21] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Terremoto”, in Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, gennaio 1898, p. 1811.

[22] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 79.

[23] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Cavalleggeri di Saluzzo (12°)”, in Il Tiro a Segno Nazionale, n. 34 del 15 settembre 1902, p. 376.

[24] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 88.

[25] Cfr. Gaspare Nello Vetro, op. cit., p. 107.

[26] Cfr. Gerardo Severino, Ubaldo Chiara. Dai duelli aerei della Grande Guerra alla Regia Legazione Italiana in Colombia, ovvero storia di un asso dell’aviazione militare prestato alla Diplomazia (Voghera, 1895 – Bogotà, 1936), Catania, Edizioni Akkuaria, 2024.

*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – Storico Militare. Membro Comitato Redazione Report Difesa

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