Regno Unito: la RAF torna nel meccanismo di “nuclear sharing” della NATO con l’acquisto di dodici F-35A. Dopo circa diciassette anni il Paese abbandona la sua postura nucleare “monocomponente”

Di Fabrizio Scarinci

LONDRA. Durante il summit NATO de L’Aja, il 24–25 giugno 2025, il primo ministro Keir Starmer ha ufficialmente annunciato l’intenzione del Regno Unito di acquistare 12 caccia F‑35A dagli Stati Uniti, muniti della capacità di portare le bombe B‑61‑12.

Un F35A in volo

Questa mossa riporta la componente aerea nella deterrenza nucleare britannica per la prima volta dalla dismissione delle più vecchie versioni dell’ordigno B-61 nel 2008.

Basati presso la base RAF di Marham, questi aerei entreranno nel “nuclear sharing” NATO.

Il costo stimato è di circa 80 milioni di sterline per velivolo, e la decisione risponde all’emergenza di un’“era di incertezza radicale” caratterizzata dalla crescente minaccia russa e dalla possibile ritirata americana dall’Europa.

 

Storia del potenziale nucleare britannico: dalle origini alla sola deterrenza sottomarina, fino al ritorno della componente aerea condivisa

Il Regno Unito è notoriamente il terzo Paese nella Storia ad esserci dotato di armi nucleari, con test atomici nel 1952 e termonucleari nel 1957.

All’epoca, la Royal Air Force, con i suoi bombardieri medio-leggeri English Electric Canberra (in servizio dal 1951)  e “medio-pesanti” Valiant (in servizio dal 1955), Vulcan (in servizio dal 1956) e Viktor (in sevizio dal 1958), costituiva il principale vettore del deterrente britannico.

Armati inizialmente con ordigni di fabbricazione nazionale, come la Red Beard, successivamente tali velivoli sarebbero stati equipaggiati anche con le armi statunitensi fornite attraverso il famoso “Project E”, posto in essere allo scopo di compensare la lentezza con cui stava procedendo la produzione inglese di armamenti nucleari e, verosimilmente, anche per accrescere il livello di influenza detenuto su Londra da parte di Washington.

Bombardiere Avro Vulcan della RAF in volo

Decisamente poca fortuna avrebbe, poi, avuto il tentativo di sviluppare una componente missilistica di fabbricazione nazionale basata a terra (si pensi al progetto volto alla realizzazione del missile balistico a raggio intermedio “Blue Streak”), anche se, già nei primi sessanta, il Paese sarebbe riuscito a dotarsi (tra l’altro, proprio grazie agli USA) di una componente navale strategica basata sui sottomarini della classe Resolution armati con missili balistici Polaris A3.

Caratterizzati da una gittata di 4.600 km, questi missili vennero acquistati con l’accordo di Nassau del 1962, in cui il Presidente John F. Kennedy e il Premier Harold Macmillan sancirono la cooperazione angloamericana riguardo alle forze di deterrenza basate in mare.

In tale contesto, le testate erano britanniche, ma i missili e il know-how erano americani: un modello di collaborazione che verrà replicato anche decenni dopo.

Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, la postura nucleare britannica avrebbe assunto una forma “tripla”, con la componente aerea progressivamente ridimensionata in fatto di raggio d’azione e di potenza distruttiva (dato che il posto dei bombardieri “medio-pesanti” Valiant, Vulcan e Viktor sarebbe stato preso dai cacciabombardieri Blackburn Buccaneer e Tornado IDS armati con bombe tattiche WE‑177), la componente navale strategica sempre incentrata sui missili Polaris (che si era, però, già deciso di sostituire), e, in misura limitata, anche un segmento terrestre (consistente in certo quantitativo di missili “Lance” a testata nucleare gestiti congiuntamente dal British Army e dalle forze statunitensi, che, sarebbero, però, stati dismessi in tempi relativamente brevi).

Un Tornado GR.4 della RAF durante un’esercitazione – Chris Lofting – http://www.airliners.net/photo/UK—Air/Panavia-Tornado-GR4/0710280/L/

In questo periodo, le forze aeree britanniche avrebbero ricevuto anche le bombe nucleari B‑61 statunitensi, presenti in basi RAF come Lakenheath, nel contesto della “nuclear sharing” NATO.

In ragione della loro presenza, nonché della presenza degli appena menzionati missili Lance, il Regno Unito si sarebbe configurato sia come una potenza nucleare autonoma, sia come ospite e vettore di armi americane sotto il sistema della “doppia chiave”.

Con la fine della Guerra Fredda avrebbe avuto luogo una progressiva riduzione in termini numerici dell’arsenale nucleare britannico, a cui avrebbe, tuttavia, fatto da contraltare un significativo potenziamento della componente marittima, che sarebbe stata dotata dei nuovi sottomarini lanciamissili classe Vanguard e degli SLBM a lungo raggio di fabbricazione statunitense Trident II D5, caratterizzati da una gittata di circa 12.000 km.

Un SSBN classe Vangurd della Royal Navy – CPOA(Phot) Tam McDonald – Defence Imagery

Quanto alla componente nucleare tattica, invece, essa sarebbe stata progressivamente smantellata.

Nel 1998, infatti, il governo laburista guidato da Tony Blair decise di ritirare tutte le bombe WE‑177, segnando la fine della capacità nucleare aerotrasportata nazionale.

Non molto tempo dopo, anche le bombe B‑61 statunitensi sarebbero state rimosse dal territorio britannico: il ritiro completo sarebbe avvenuto nel 2008, con la conseguente chiusura della “nuclear sharing” sul suolo del Regno Unito.

Negli anni Duemiladieci e Duemilaventi, il governo ha confermato più volte questa scelta “monolitica”, nonostante le critiche di coloro che sostenevano l’utilità di una deterrenza più flessibile, in grado di rispondere anche a crisi regionali.

Con l’annuncio riguardo all’acquisto dei 12 Lightning con capacità nucleare, il Regno Unito abbandona per la prima volta in 27 anni il proprio modello “monocomponente”, tornando ad avere una postura strategica incentrata su una componente “sea-based” a lunghissimo raggio gestita a livello nazionale (anche se con missili di fabbricazione statunitense) e un piccolo segmento aviotrasportato di portata primariamente regionale (dato che, non diversamente dai Buccaneer e dai Tornado, anche gli F-35A sono dei cacciabombardieri) gestita congiuntamente con USA e NATO attraverso il meccanismo della doppia chiave.

Attualmente, il numero di testate disponibili dovrebbe aggirarsi intorno alle 225, di cui 120 circa da considerarsi pienamente operative. Il numero delle B-61-12 da acquistare non è ancora stato reso noto, anche è piuttosto difficile che si vada oltre qualche decina di ordigni.

 

La partecipazione britannica al programma JSF e le incertezze sul numero dei velivoli da acquistare

Il Regno Unito ha aderito al programma JSF fin dagli anni Novanta come partner di livello 1, con un contributo finanziario e industriale rilevante.

Nel complessa, Londra ha investito oltre 2 miliardi di dollari nella fase di sviluppo, con il coinvolgimento diretto di BAE Systems, Rolls-Royce e Leonardo UK. Il programma prevedeva inizialmente l’acquisto di 138 velivoli, un numero che avrebbe consentito di equipaggiare due stormi operativi e coprire il fabbisogno della Royal Navy e della RAF.

Tuttavia, fin dai primi anni, il programma è stato segnato da una profonda incertezza sulla quantità effettiva di aerei da acquistare. Dopo aver optato inizialmente per una linea interamente basata sulla versione STOVL F‑35B, compatibile con le portaerei della classe Queen Elizabeth (ma non certificata per l’utilizzo di ordigni nucleari), il governo britannico avrebbe cambiato direzione nel 2010 decidendo di passare alla variante F‑35C, con decollo convenzionale e maggiore autonomia.

Decollo di un F-35B dalla Portaerei Queen Elizabeth – Photo: LPhot Luke/MOD

Nel 2012, tuttavia, per motivi sia finanziari che tecnici, si sarebbe nuovamente tornati all’F‑35B.

Nel 2015, la revisione strategica avrebbe ufficialmente confermato il piano dei 138 aerei, anche se la sua sostenibilità sarebbe stata più volte messa in discussione.

Non a caso, i documenti successivi, incluso il Defence Command Paper del 2021, si sarebbero limitati a confermare i primi 48 F‑35B, evitando accuratamente di ribadire il numero complessivo. Il tutto secondo una strategia di tipo “attendista”: completare la prima tranche di 48 aerei entro il 2025, e valutare ulteriori acquisizioni successivamente.

Come noto, questa incertezza è stata, più volte, oggetto di forti critiche, sia in Parlamento sia tra gli osservatori indipendenti.

Dal canto suo, il Defence Committee ha accusato il Ministero della Difesa di mancanza di trasparenza, specialmente sul piano finanziario e sulla distribuzione operativa tra RAF e Royal Navy.

Ad oggi, i velivoli effettivamente consegnati dovrebbero essere 33, mentre i restanti 15 della prima tranche dovrebbero arrivare entro la fine dell’anno in corso.

In ogni caso, però, considerando che, all’Aia, il governo britannico ha assunto l’impegno di portare il budget della Difesa fino al 5% del Prodotto Interno Lordo (cosa che forse non avverrà ma che comunque comporterà un significativo innalzamento delle spese militari), appare assai probabile che i nodi appena descritti possano essere definitivamente sciolti con il definitivo acquisto dei velivoli originariamente programmati (o di gran parte di essi), a cui, ovviamente, si aggiungeranno anche i dodici F-35A da basare a terra e inserire nel dispositivo di “nuclear sharing” dell’Alleanza Atlantica.

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