Regno Unito: l’equilibrio della scelta. Starmer, Palestina e l’azzardo diplomatico di Londra

Di Cristina Di Silvio*

LONDRA. Nel cuore di un’estate che brucia sulle faglie instabili dell’ordine globale, mentre Gaza continua a implodere sotto il peso congiunto di bombe, assedi e indifferenza, una voce rompe la geometria prudente della diplomazia britannica.

È quella di Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito, che con tono sobrio e chirurgico afferma: “Il Regno Unito riconoscerà lo Stato di Palestina a meno che Israele non accetti un cessate il fuoco e non ponga fine alla sofferenza di Gaza”.

Il primo ministro britannico Keir Starmer

Una frase che non è solo dichiarazione: è atto performativo, nodo geopolitico e detonatore linguistico.

Ogni parola, in questo contesto, pesa come una leva diplomatica. Ogni pausa, come una faglia strategica. Ciò che rende dirompente questa affermazione non è la novità del contenuto, ma l’autorità dell’emittente. Da tempo, capitali come Stoccolma, Dublino e Madrid hanno scelto di riconoscere lo Stato palestinese.

Ma è Londra, ora, a intervenire. E con ciò muta l’asse della questione. Il Regno Unito non è un comprimario del sistema internazionale: è potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU, custode della tradizione diplomatica anglosassone, snodo dei Five Eyes, ex potenza mandataria della Palestina storica.

L’effetto simbolico è amplificato, quello geopolitico profondamente destabilizzante.

Il momento è altrettanto rilevante quanto il messaggio.

In piena guerra asimmetrica tra Israele e le fazioni armate di Gaza, in un conflitto che si sta rapidamente trasformando in trauma strutturale per l’intera regione, il linguaggio usato da Starmer è studiato, affilato, deliberato. Non è un ultimatum né un appello morale: è una manovra diplomatica ad alta precisione.

Forze di terra israeliane operanti nella Striscia di Gaza

 

Una forma di deterrenza etica mascherata da clausola condizionata.

Non si limita a rivolgersi a Israele o all’Autorità Nazionale Palestinese, ma si proietta su una tavola multilivello che comprende Washington, Bruxelles, Ankara, Riyadh, Doha, e – in modo più sottile ma non meno incisivo – Pechino.

Abu Mazen, Presidente dell’ANP

 

A un primo livello, si tratta di un atto che, se portato a compimento, obbligherebbe a una revisione profonda dei rapporti bilaterali tra Londra e Tel Aviv.

Non solo nei protocolli diplomatici, ma soprattutto sul piano operativo. Parliamo di interoperabilità nei sistemi C4ISR, condivisione d’intelligence HUMINT e SIGINT, cooperazione cibernetica, programmi congiunti per UAV e tecnologie di sorveglianza avanzata.

Il Regno Unito intrattiene accordi di valore strategico con colossi della difesa israeliana – Rafael Advanced Defense Systems, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI) – i cui prodotti sono integrati in piattaforme britanniche come il Watchkeeper, il Protector RG Mk1 e nei sistemi radar per difesa costiera e urbana.

Il riconoscimento dello Stato di Palestina, nel contesto di un conflitto in corso, assumerebbe il peso di una cesura. Implicherebbe la sospensione o rinegoziazione di licenze dual-use, la revisione dei protocolli di procurement, e, forse, l’imposizione di nuove condizioni etico-operative alle filiere di armamento.

I nuovi insediamenti fanno alzare la tensione tra palestinesi ed israeliani.

Ma esiste una seconda dimensione, meno visibile ma più potente. In un mondo in transizione verso un multipolarismo instabile – in cui la Via della Seta si interseca con la rotta India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e le sfere d’influenza vengono ridefinite attraverso logiche di connettività, infrastruttura e sicurezza energetica – il gesto di Starmer si configura come un atto di positioning.

Il riconoscimento della Palestina non diventa solo gesto umanitario, bensì tentativo strutturato di riposizionare Londra come attore credibile nel teatro mediorientale.

Non un vassallo dell’egemonia statunitense, ma una potenza con voce propria, capace di esprimere – attraverso un atto simbolico ad alta densità giuridica – un’alternativa morale al cinismo securitario dominante.

Starmer agisce con l’intelligenza tecnica di un giurista e la freddezza tattica di un operatore istituzionale. Non cerca l’applauso né l’effetto mediatico immediato.

La sua retorica è contenuta, asettica, e proprio per questo potente.

Il riferimento alla “sofferenza di Gaza” non è una concessione emotiva, ma una strategia semantica.

Trasforma la sofferenza in soggetto politico, mutandola da epifenomeno collaterale a criterio di legittimità dell’azione statale.

È un’inversione di paradigma: il concetto di diritto all’autodifesa, reiterato meccanicamente nei briefing della NATO, viene affiancato – se non sfidato – da quello di obbligo di cessazione della sofferenza civile.

Un cambio di lessico che produce effetti reali: nella legittimazione dell’azione diplomatica, nella percezione da parte dei partner regionali arabi, nell’architettura del soft power britannico nel Levante e nel Golfo. Nel fare ciò, Londra rientra nel gioco mediorientale non per correggere l’inerzia occidentale, ma per ridefinirla.

Laddove Washington appare sempre più prigioniera della polarizzazione interna e della pressione lobbistica, il Regno Unito prova a ricucire il filo di una credibilità erosa, agendo come garante di legalità e misura.

Il gesto non rompe formalmente gli schemi, ma li distorce dall’interno.

Non cancella le alleanze, ma ne reinterpreta le condizioni.

Soprattutto, non cede alla tentazione dell’estemporaneità. È un atto sobrio, ma potenzialmente sistemico. Riconoscere prima per negoziare poi: è questo l’ordine invertito che Starmer suggerisce, con il rigore di chi non cerca l’iconoclastia, ma una grammatica alternativa del possibile.

Questa operazione – che si potrebbe definire di diplomazia costituente – si inserisce in un momento critico, in cui la diplomazia classica appare sempre più inadeguata a rispondere alle crisi ibride, alle guerre a bassa intensità ma ad alta esposizione mediatica, e alla frammentazione delle norme internazionali.

Il riconoscimento condizionato dello Stato palestinese, se realizzato, potrebbe fungere da precedente operativo, non più postumo rispetto a un negoziato di pace, ma propedeutico a esso.

Un cambio di fase.

Una strategia di rottura lenta ma radicale. Starmer non è un idealista: è un realista sofisticato che ha compreso il vuoto crescente lasciato da Washington nella regione.

E cerca di occuparlo non con la forza, ma con il diritto; non con le sanzioni, ma con la legittimità; non con la retorica, ma con la funzione generativa del linguaggio diplomatico.

Se riuscirà a tenere compatta la maggioranza parlamentare, a gestire il backlash dei Think tank transatlantici, e a reggere il contraccolpo nelle Commissioni NATO e ONU, allora la Gran Bretagna potrebbe tornare ad assumere non solo un ruolo, ma una funzione: quella di coscienza geopolitica dell’Occidente.

Nel disordine sistemico che minaccia di diventare il nuovo ordine, la scelta di Londra si staglia come un gesto di lucidità: riconoscere non per accontentare, ma per agire.

Minacciare non per punire, ma per prevenire. Proporre non una soluzione, ma un nuovo codice di lettura. In questa torsione semantica si annida forse l’unica forma di potere che possa ancora influenzare il reale senza replicare il ciclo infinito della forza. Una scommessa rischiosa.

Ma forse, oggi, l’unica ancora degna della storia.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

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