Di Giuseppe Gagliano*
L’AVANA. Quando Donald Trump parla di “regime cubano vicino al collasso”, non sta facendo una diagnosi economica neutra ma un atto politico deliberato.

La cattura di Nicolás Maduro diventa, nel racconto della Casa Bianca, l’evento-soglia che certifica la fine di un intero sistema di alleanze nel Caribe.
Non è solo il Venezuela a cadere: è l’architrave energetico e strategico che per anni ha sostenuto l’Avana.
La dipendenza energetica come vulnerabilità strutturale
Per Cuba il petrolio venezuelano non era una semplice importazione, ma il presupposto di funzionamento dello Stato. Energia a condizioni di favore in cambio di sicurezza, intelligence, supporto politico e militare.
La fine di questo scambio espone l’economia cubana a una fragilità immediata: produzione industriale discontinua, trasporti ridotti, agricoltura dipendente da input esterni, finanza pubblica senza margini. Senza Caracas, il sistema guidato da Miguel Díaz-Canel perde l’ultimo ammortizzatore strategico.

Il collasso senza intervento: la dottrina dell’erosione
Trump esclude esplicitamente un’azione militare diretta contro Cuba.
È un passaggio chiave. Washington non punta a un cambio di regime per via armata, ma a un logoramento progressivo.
L’idea è semplice e brutale: lasciare che la crisi economica produca instabilità politica dall’interno, senza offrire a L’Avana il vantaggio propagandistico dell’aggressione esterna.
È una strategia di pressione indiretta, coerente con una visione in cui l’economia diventa strumento principale di guerra politica.
La dimensione militare nascosta
La conferma ufficiale della morte di 32 cittadini cubani in Venezuela è un elemento di rottura.
Per la prima volta l’Avana ammette apertamente la presenza di personale delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno impegnato nella protezione del regime chavista.

Questo dato ha un peso strategico: dimostra che Cuba non era solo un alleato politico di Caracas, ma un attore operativo sul terreno.
La loro eliminazione segnala che l’asse Caracas – L’Avana non era simbolico, ma funzionale, e che ora è stato colpito nel suo cuore.
Lutto nazionale e controllo interno
La risposta di Díaz-Canel – lutto nazionale, retorica dell’eroismo, denuncia dell’aggressione straniera – mira a ricompattare il fronte interno.

Ma il consenso simbolico ha un’efficacia limitata quando la scarsità energetica diventa quotidiana.
In un sistema dove il controllo sociale passa anche attraverso la distribuzione di beni essenziali, l’austerità prolungata rischia di trasformarsi in disgregazione politica.
La cornice geopolitica più ampia
Le parole di Trump si inseriscono in una strategia regionale più ampia: smantellare ciò che resta dell’area chavista attraverso una pressione a catena.
Caduto il Venezuela, Cuba diventa il bersaglio successivo, non con le armi ma con l’isolamento economico e diplomatico.
La solidarietà espressa dalle nuove autorità venezuelane verso l’Avana non cambia la sostanza: l’asse che garantiva risorse, sicurezza e proiezione esterna è spezzato.
Conclusione: collasso o agonia controllata
Il “collasso” evocato da Trump potrebbe non manifestarsi come un evento improvviso, ma come una lunga agonia fatta di razionamenti, proteste intermittenti e aggiustamenti autoritari.
Tuttavia, una cosa è certa: senza il sostegno venezuelano, Cuba non è più un problema congelato.
È una crisi aperta, e Washington scommette che questa volta basterà il peso dell’economia a fare ciò che per decenni le sanzioni e la retorica non sono riuscite a ottenere.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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