Di Giuseppe Gagliano*
PECHINO. La visita di Emmanuel Macron a Pechino arriva nel momento in cui la Francia registra un divario commerciale enorme con la Cina.

Non è solo una questione di numeri: il saldo negativo oltrepassa i 40 miliardi e racconta di un’Europa che importa tutto ciò che serve alla sua transizione energetica, dalle auto elettriche alle batterie, dai pannelli solari ai semiconduttori.
È un ribaltamento epocale.
Per decenni la Cina è stata il luogo in cui dall’Occidente si portavano tecnologie e competenze.
Oggi accade l’opposto: sono le industrie europee a guardare a Pechino come alla nuova fabbrica del sapere industriale.
In questo quadro, Parigi tenta di trasformare una debolezza in opportunità.
Accogliere investimenti cinesi significa creare occupazione ma anche- e soprattutto – ottenere trasferimenti di tecnologie, ormai indispensabili per non restare tagliati fuori dalla competizione globale.
Il metodo cinese e la corsa degli industriali francesi
Il caso più evidente è quello dell’automotive.
Renault ha aperto a Shanghai un centro dedicato all’elettrico per apprendere dai migliori ingegneri cinesi.
Il risultato è tangibile: la nuova Twingo elettrica è stata progettata in metà del tempo previsto dagli standard europei.
Forvia lavora con il gigante BYD, che ha superato tutti nella corsa all’auto elettrica.
Orano, invece, si allea con la cinese XTC nell’estrazione dei metalli critici, tassello essenziale per le filiere dell’energia pulita.
Questi esempi mostrano quanto il rapporto di forza si sia invertito.
Oggi è la Francia a inseguire il ritmo cinese, quella velocità produttiva che nel mondo industriale viene ormai chiamata “velocità della Cina”.
Opportunità, rischi e il gioco di Pechino
Ogni trasferimento tecnologico porta benefici immediati ma anche una vulnerabilità crescente.
Parigi cerca di ridurre la propria dipendenza, tuttavia la Cina ha tutto l’interesse a concedere solo ciò che le conviene.

Mantenere l’accesso al mercato europeo diventa cruciale per Pechino in una stagione di tensioni commerciali.
Collaborare con la Francia offre un’altra leva: garantirsi una sponda scientifica con un Paese e un continente che restano leader nella ricerca pubblicata.
Senza dimenticare l’obiettivo più ampio: diversificare le proprie alleanze mentre il confronto con gli Stati Uniti si fa sempre più serrato. Per Pechino, mostrarsi come partner credibile—e non solo competitor—ha un valore strategico enorme.
La concorrenza dentro l’Europa
La partita, però, non è bilaterale.
Non è più Europa contro Cina ma Stati europei contro Stati europei. Ungheria, Spagna e altri Paesi dell’Unione fanno a gara per attrarre investimenti cinesi e accaparrarsi segmenti del sapere tecnologico.
La frammentazione interna rischia di indebolire la capacità negoziale dell’Europa e di consegnare a Pechino un vantaggio negoziale ulteriore: scegliere di volta in volta il partner più conveniente e ottenere condizioni sempre più favorevoli.
Il nodo centrale: sovranità tecnologica
La domanda che resta aperta è semplice ma cruciale: la Francia riuscirà a portare a casa abbastanza tecnologie da non diventare dipendente dalle filiere cinesi?
Da questa risposta dipenderà una parte importante della sovranità economica e industriale europea.
Il viaggio di Macron, al di là delle dichiarazioni ufficiali, segna il riconoscimento di un nuovo equilibrio globale in cui la Cina non è più un laboratorio manifatturiero ma un polo tecnologico da cui imparare. È questo il vero cambio di paradigma che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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