Relazioni Russia-Cina: Il corridoio che sposta l’Eurasia. Mosca cerca a Pechino il capitale che l’Occidente le nega

Di Giuseppe Gagliano*

MOSCA. La notizia, in apparenza, riguarda un’autostrada.

In realtà riguarda una trasformazione molto più profonda: la ricostruzione delle vie commerciali eurasiatiche dopo la frattura tra Russia e Occidente.

Mosca ha chiesto capitali cinesi per finanziare il ramo orientale del Corridoio Internazionale Nord-Sud, una direttrice stimata in circa 40 miliardi di dollari destinata a collegare il Mar Caspio ai porti iraniani sul Golfo Persico, con proiezione successiva verso Afghanistan e Pakistan.

Un’immagine del Corridoio Internazionale Nord-Sud

 

L’annuncio del vice premier russo Marat Khusnullin, al Forum economico di Kazan, non è dunque un semplice capitolo di politica infrastrutturale.

Il vice premier russo Marat Khusnullin

Sul tavolo c’è una strada lunga 1.381 chilometri lungo la sponda caspica: la M6 federale da Mosca ad Astrakhan, poi la prosecuzione verso Kazakhstan e Turkmenistan fino agli sbocchi iraniani. Mosca guarda alle banche pubbliche cinesi e alla Banca asiatica di investimento per le infrastrutture, nata nel 2015 sotto guida cinese come strumento finanziario alternativo agli istituti dominati dall’Occidente.

Il dato decisivo è questo: la Russia non cerca solo denaro. Cerca una nuova geografia.

La fine della Russia rivolta a Occidente

Prima del 2022, circa il 40% delle esportazioni russe passava attraverso Paesi occidentali. Oggi quella quota è scesa tra il 20 e il 25%. Il Cremlino vuole ribaltare il quadro e portare fino all’80 per cento dei propri flussi commerciali attraverso Stati considerati amici.

È un obiettivo economico, certo, ma anche politico e strategico.

Significa spostare il baricentro commerciale russo verso sud e verso est. Significa ridurre la dipendenza dalle rotte europee, dai porti controllati o influenzati dall’Occidente, dalle assicurazioni marittime occidentali, dai pagamenti in dollari, dalle sanzioni e dai blocchi finanziari. Significa costruire una Russia meno baltica e più caspica, meno europea e più asiatica.

Il Corridoio Nord-Sud, firmato nel 2000 da Russia, India e Iran, nasceva già con questo scopo: creare una rotta alternativa al Canale di Suez, capace di collegare il Baltico all’Oceano Indiano. Per anni è rimasto un progetto incompiuto, rallentato da mancanza di capitali, rivalità regionali, burocrazie e infrastrutture insufficienti. La guerra in Ucraina e le sanzioni occidentali lo hanno trasformato da opzione logistica a necessità strategica.

Lo yuan come moneta della frattura

La richiesta russa alla Cina indica anche un altro passaggio: la progressiva sostituzione del dollaro nelle grandi architetture di scambio tra potenze non occidentali.

Il Presidente cinese Xi Jinping e quello russo, Vladimir Putin

Se il capitale arriva dalle banche cinesi, se i contratti vengono regolati in yuan, se le merci transitano attraverso Paesi sottratti alla disciplina finanziaria occidentale, allora non siamo più davanti a una semplice opera pubblica.

Siamo davanti alla costruzione di un circuito economico alternativo.

Per Mosca, lo yuan diventa una moneta di sopravvivenza e di manovra.

Non garantisce piena sovranità, perché aumenta la dipendenza russa da Pechino, ma offre una via d’uscita rispetto all’assedio del dollaro. Per la Cina, invece, finanziare il corridoio significa trasformare la propria moneta in strumento operativo della nuova integrazione eurasiatica. Non più soltanto commercio bilaterale, ma infrastruttura, credito, logistica, porti, dogane, assicurazioni, banche.

È così che si costruisce un ordine economico: non con le dichiarazioni, ma con le strade, i binari, i porti e le valute.

La Via della Seta incontra il Golfo Persico

Per Pechino, il progetto russo è particolarmente interessante perché consente di saldare il Corridoio Nord-Sud alla Nuova Via della Seta. La Cina finanzia già infrastrutture in Kazakhstan, Uzbekistan e Turkmenistan.

La Via della Seta

Se ora entra anche nella direttrice russo-iraniana, completa un arco logistico che unisce Asia centrale, Russia meridionale, Iran e Golfo Persico.

Il terminale politico di questa operazione è chiaro: l’Iran.

Teheran diventa il nodo fra Caspio e Golfo, fra Russia e Oceano Indiano, fra Asia centrale e Medio Oriente.

È un ruolo che Washington ha cercato per anni di impedire attraverso sanzioni, isolamento diplomatico e pressione militare.

Ma ogni nuova strada, ogni nuovo porto, ogni nuovo accordo ferroviario o autostradale sottrae l’Iran alla sua condizione di Paese assediato e lo avvicina a quella di cerniera geopolitica.

Questo è il paradosso della strategia occidentale: più si tenta di isolare Russia e Iran, più Russia e Iran cercano infrastrutture comuni; più si usa il dollaro come arma, più gli altri cercano monete alternative; più si militarizza il controllo delle rotte marittime, più cresce il valore delle rotte terrestri.

La valutazione strategico-militare

Dal punto di vista militare, il Corridoio Nord-Sud non va letto solo come via commerciale. Ogni infrastruttura logistica di queste dimensioni ha una doppia funzione. Può trasportare merci, ma può anche sostenere mobilità strategica, flussi industriali, componenti, carburanti, tecnologie, materiali duali.

Per la Russia, una direttrice stabile verso l’Iran e il Golfo rafforza la profondità strategica meridionale. Permette di attenuare la vulnerabilità delle rotte settentrionali e occidentali, oggi più esposte al controllo della NATO.

Per l’Iran, il corridoio consolida la connessione con Mosca e con l’Asia centrale, riducendo l’effetto dell’accerchiamento americano nel Golfo. Per la Cina, rappresenta una cintura logistica indiretta: non una base militare, ma una rete di dipendenze infrastrutturali che produce influenza strategica.

Non servono carri armati per occupare una regione quando si controllano credito, cantieri, corridoi, dogane, porti e moneta di regolamento.

Il perdente: il Corridoio di Mezzo

Il progetto che rischia di uscire indebolito è il Corridoio di Mezzo transcaspico, sostenuto dall’Unione Europea e dal Kazakhstan per collegare Cina, Asia centrale, Caucaso, Turchia ed Europa evitando Russia e Iran.

Era pensato come la risposta occidentale alla crisi delle rotte eurasiatiche dopo la guerra in Ucraina.

Ma se la Cina finanzia anche la direttrice russo-iraniana, la partita cambia. Pechino non ha interesse a scegliere ideologicamente un solo corridoio. Vuole moltiplicare le opzioni, ridurre i colli di bottiglia, aumentare la propria centralità.

L’Europa, invece, continua spesso a ragionare come se le infrastrutture fossero strumenti tecnici, mentre per gli altri attori sono strumenti di potenza.

La differenza è tutta qui.

Geoeconomia della nuova Eurasia

Lo scenario economico è netto: Mosca vuole vendere, Teheran vuole transitare, Pechino vuole finanziare, l’India vuole accedere a rotte più brevi verso Russia e Asia centrale.

Attorno a questi interessi prende forma una geoeconomia non occidentale, ancora fragile, piena di contraddizioni, ma ormai concreta.

Non è detto che il progetto proceda senza ostacoli. Servono capitali enormi, stabilità politica, accordi doganali, sicurezza lungo le tratte, capacità tecnica, coordinamento tra Paesi che non sempre hanno interessi coincidenti.

Il Kazakhstan guarda anche all’Europa, il Turkmenistan difende gelosamente la propria autonomia, l’Iran resta sotto pressione, la Russia è appesantita dalla guerra, la Cina finanzia ma non regala.

Eppure la direzione è evidente. L’Eurasia si sta ricablando.

Le rotte non sono più solo linee su una carta geografica: sono dichiarazioni di sovranità, strumenti di pressione, vie di fuga dalle sanzioni, architetture monetarie.

La formula riassume bene il passaggio storico: la moneta è lo yuan, l’infrastruttura è la Nuova Via della Seta, il terminale è il Golfo Persico.

E il messaggio politico è altrettanto chiaro: il mondo che l’Occidente pensava di poter disciplinare attraverso il dollaro, le sanzioni e il controllo delle rotte marittime sta cercando altre strade. Letteralmente.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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