Di Giuseppe Gagliano*
ANKARA. Per oltre un decennio Ankara e Il Cairo si sono guardate con sospetto, quando non con ostilità aperta.
La caduta del Governo egiziano vicino alla Fratellanza Musulmana e l’ascesa di Abdel Fattah al Sisi avevano scavato un solco profondo con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che di quella Fratellanza era stato sponsor politico.

Oggi quel solco viene riempito non da dichiarazioni di principio ma da contratti militari, fabbriche di munizioni e tavoli di coordinamento tra apparati di sicurezza.
Il patto da 350 milioni di dollari firmato il 5 febbraio non è solo un accordo tecnico: è la certificazione di un riallineamento di interessi.
Industria della Difesa come leva economica
Il cuore dell’intesa riguarda la produzione congiunta.
La Turchia esporta sistemi di difesa aerea a corto raggio capaci di contrastare droni e velivoli a bassa quota, mentre in Egitto sorgeranno impianti per munizioni di artiglieria da 155 millimetri e linee per calibri 7,62 e 12,7 millimetri.
La creazione di una società mista per gestire questi impianti indica una scelta chiara: non semplice acquisto di armi, ma trasferimento di capacità produttiva.
Sul piano economico questo significa posti di lavoro, filiera industriale locale e possibilità di esportare verso Africa e Medio Oriente.
L’Egitto punta a diventare polo regionale della difesa, riducendo la dipendenza dall’estero e trasformando la sicurezza in settore trainante. La Turchia, dal canto suo, consolida la propria industria militare come strumento di politica estera e come fonte di valuta pregiata.
Cooperazione militare e calcolo strategico
L’accordo fornisce anche la base giuridica per esercitazioni navali congiunte, visite nei porti e addestramento all’azione coordinata tra forze armate. Dopo tredici anni di pausa, i due eserciti tornano a parlarsi in modo strutturato.
A ciò si aggiunge la condivisione di informazioni di sicurezza e il coordinamento in teatri terzi come Libia e Gaza.
Qui emerge la dimensione strategica. In Libia, Turchia ed Egitto sono stati a lungo su fronti opposti.
Oggi scoprono di avere un interesse comune alla stabilizzazione, purché compatibile con le rispettive sfere di influenza. Ankara, che ha sostenuto Tripoli, ha iniziato ad avvicinarsi anche al campo orientale legato a Khalifa Haftar, cercando sponde politiche per rendere valido su scala nazionale l’accordo marittimo del 2019 che ridisegna i confini nel Mediterraneo.

Il Cairo osserva con pragmatismo: meglio una Turchia prevedibile e integrata in un dialogo che una Turchia isolata e aggressiva.
Il Mediterraneo che cambia
Il riavvicinamento turco-egiziano va letto dentro un Mediterraneo orientale in rapido mutamento.
Il coordinamento tra Grecia, Israele e Cipro ha creato negli ultimi anni un blocco energetico e militare percepito da Ankara come contenimento.
Aprire un canale stabile con l’Egitto significa per la Turchia rompere l’isolamento e ridurre il rischio di accerchiamento.
Per l’Egitto, invece, diversificare i partner militari aumenta l’autonomia strategica e rafforza la propria posizione negoziale con tutti, dagli Stati Uniti ai Paesi del Golfo.
Dalla sicurezza al commercio
La cooperazione non si ferma alle armi. Ankara e Il Cairo vogliono portare gli scambi commerciali da 9 a 15 miliardi di dollari entro il 2028. Idrocarburi, miniere, trasporti, industria automobilistica, elettricità, rinnovabili, idrogeno verde e nucleare civile entrano nell’agenda comune.

La nomina di punti di contatto nazionali e gruppi di lavoro congiunti mostra una volontà di strutturare il rapporto nel lungo periodo.
Questo allargamento economico ha una logica geoeconomica precisa: legare interessi industriali e energetici rende politicamente più costoso tornare allo scontro. In altre parole, il commercio diventa assicurazione sulla stabilità politica.
Una riconciliazione per necessità
La Turchia ha bisogno di capitali, mercati e legittimità regionale per sostenere la propria economia.
L’Egitto ha bisogno di investimenti, tecnologia militare e margini di manovra diplomatici.
Entrambi hanno capito che l’ideologia pesa meno della sicurezza e della crescita. La riconciliazione non nasce da fiducia reciproca ma da convergenza di necessità.
In un Medio Oriente frammentato, dove le alleanze sono sempre più fluide, il patto militare turco-egiziano segnala una tendenza più ampia: gli Stati medi cercano di aumentare la propria autonomia strategica costruendo reti multiple, senza legarsi in modo esclusivo a un solo protettore.
La Difesa diventa così non solo strumento militare, ma moneta diplomatica e motore industriale.
In questo senso, il vero valore dell’accordo non sta nei 350 milioni iniziali, ma nella traiettoria politica che disegna.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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