Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C.. La decisione della Compagnia petrolifera statale azera SOCAR di ingaggiare, dal 20 agosto fino alla fine di quest’anno, la società di consulenza statunitense First International Resources (FIR) di Zev Furst per rappresentarne gli interessi a Washington non è un episodio marginale di lobbying aziendale.

È piuttosto l’ennesimo tassello di una competizione geoeconomica che intreccia energia, infrastrutture e diplomazia.
SOCAR, già protagonista del Southern Gas Corridor e fornitore essenziale per l’Europa nella fase di diversificazione dal gas russo, punta così a consolidare un profilo politico a Washington in un momento di tensioni internazionali e di riorganizzazione dei mercati globali del gas.
L’architettura dell’intesa
L’accordo, depositato il 2 settembre scorso, al Dipartimento di Giustizia USA ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA), prevede un compenso di 582.200 dollari: il 65% versato alla firma, il resto è stato fatto ieri.
La FIR, con sede nel New Jersey, fornirà consulenza strategica, posizionamento presso stakeholder chiave, monitoraggio politico ed economico e supporto comunicativo per promuovere il ruolo di SOCAR come attore affidabile in un settore, quello dell’energia fossile, tornato geopoliticamente sensibile.
Il profilo di Zev Furst e della sua rete
Furst, 77 anni, veterano del lobbying politico e della comunicazione di crisi, ha alle spalle una carriera che attraversa Israele, Giappone, Messico e Ucraina, oltre a una lunga esperienza in contesti delicati come la COP28 negli Emirati Arabi Uniti, dove suggerì di attivare le reti dell’US Jewish Establishment per difendere l’immagine del vertice ospitato da un petroliere emiratino.
La FIR non è specializzata in energia ma nel “posizionamento” di corporate e leader politici, utilizzando tecniche di data analysis e di reputational management.
Il contesto strategico USA-Azerbaigian
Washington guarda con crescente interesse a Baku come partner energetico alternativo a Mosca e come attore capace di stabilizzare il Caucaso, regione di confine con Iran, Russia e Turchia. SOCAR ha ampliato la propria proiezione internazionale, acquistando il 10% del giacimento israeliano Tamar e mantenendo rapporti pragmatici con Gazprom.

. In questo quadro, il ricorso a FIR risponde alla necessità di spiegare e legittimare sul piano politico il ruolo di SOCAR, preservandolo da possibili controversie legate a sanzioni, conflitti regionali o pressioni del Congresso.
Lobbying legale e soft power energetico
L’accordo sottolinea la piena conformità alle normative USA (FARA, Foreign Corrupt Practices Act), chiarendo di non includere attività di lobbying diretto su atti legislativi.
Tuttavia, come accade spesso in questi casi, la vera funzione di FIR sarà di costruire narrative favorevoli, migliorare relazioni con think tank, media e amministrazioni federali, presentando SOCAR non come semplice compagnia statale ma come fornitore strategico per la sicurezza energetica dell’Occidente.
Una partita geopolitica più ampia
La mossa di SOCAR dimostra come la diplomazia dell’energia non si giochi solo con oleodotti e contratti, ma anche con strumenti di influenza e comunicazione.
L’Azerbaigian, collocato tra Russia e Iran, mira a sfruttare l’attuale fase di turbolenza del mercato del gas e la domanda europea di fonti alternative per rafforzare il proprio peso politico.
Per gli Stati Uniti, sostenere il corridoio meridionale significa ridurre la leva energetica di Mosca, ma comporta anche la necessità di gestire le sensibilità legate ai diritti umani e alle tensioni con l’Armenia.
Conclusione: l’energia come leva diplomatica
L’ingaggio di Zev Furst da parte di SOCAR è il segnale che l’energia resta uno degli strumenti fondamentali di soft power, e che ogni player globale, per difendere il proprio spazio, deve saper parlare il linguaggio della politica e dell’opinione pubblica internazionale.
Washington diventa così il teatro dove Baku non solo vende gas, ma cerca legittimazione strategica.
In un mondo in cui i mercati energetici sono sempre più politicizzati, la battaglia per la reputazione vale quanto una pipeline.
*Presidente del Centro Studi Cestudec
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