Relazioni USA-Egitto: il direttore della CIA Ratcliffe a Il Cairo. Washington riscopre la centralità strategica del Paese

Di Giuseppe Gagliano*

IL CAIRO. L’incontro tra il direttore della CIA John Ratcliffe, il Presidente Abdel Fattah al-Sisi e il capo dei Servizi Segreti egiziani Hassan Rashad indica che Washington considera nuovamente il Cairo un interlocutore indispensabile per gestire la crisi regionale.

Il direttore della CIA John Ratcliffe

La presenza contemporanea dei responsabili dei Servizi segreti suggerisce un confronto operativo: scambio di informazioni, mediazioni riservate, valutazione delle minacce, protezione delle rotte marittime e coordinamento con Israele e le monarchie del Golfo.

 

L’Associated Press conferma che durante la visita sono stati affrontati Gaza, Iran, Sudan e sicurezza del Mar Rosso.

L’incontro tra Ratcliffe e Al Sisi

Gaza: l’Egitto resta il mediatore inevitabile

L’Egitto controlla il valico di Rafah, confina con la Striscia e mantiene canali con Israele, Stati Uniti e Hamas.

Il valico di Rafah

Nessun cessate il fuoco stabile, scambio di prigionieri o progetto di ricostruzione può essere realizzato senza la collaborazione egiziana.

Per Il Cairo la priorità è impedire che la guerra produca un trasferimento della popolazione palestinese nel Sinai.

Una simile eventualità altererebbe l’equilibrio demografico, introdurrebbe organizzazioni armate nel territorio egiziano e trasformerebbe una crisi palestinese in un problema permanente di sicurezza nazionale.

Ratcliffe potrebbe quindi avere discusso non soltanto della tregua, ma delle garanzie necessarie per controllare il confine, impedire il riarmo delle organizzazioni palestinesi e gestire la fase successiva alla guerra.

Iran e Golfo: il Cairo rifiuta una guerra senza limiti

L’Egitto non è alleato dell’Iran, ma non vuole partecipare a un conflitto destinato a destabilizzare il Golfo.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono fondamentali per gli investimenti, i depositi finanziari e l’occupazione di milioni di lavoratori egiziani.

Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi

Il messaggio di al-Sisi sulla necessità di soluzioni politiche e diplomatiche va letto come una presa di distanza da un’ulteriore escalation militare.

Il Cairo può condividere informazioni e sostenere la protezione della navigazione, ma difficilmente accetterebbe di diventare la piattaforma di una campagna diretta contro Teheran.

Washington cerca dunque di capire fin dove possa spingersi la cooperazione egiziana. Al-Sisi, da parte sua, vuole trasformare la disponibilità politica in aiuti economici, forniture militari e maggiore considerazione americana.

Mar Rosso e Suez: la vera emergenza economica

La sicurezza marittima è probabilmente il punto più urgente. Per l’Egitto il Mar Rosso non è soltanto una questione militare: è una fonte essenziale di valuta attraverso il canale di Suez.

Il canale di Suez è sempre al centro dei traffici commerciali

La pressione simultanea su Hormuz e Bab el-Mandeb sta riducendo il traffico commerciale e spingendo numerose compagnie verso il Capo di Buona Speranza.

Nel fine settimana soltanto 17 navi mercantili avevano attraversato Hormuz, contro una media precedente alla guerra di circa 125 al giorno.

Anche il traffico attraverso Bab el-Mandeb risultava in diminuzione, secondo la Reuters.

Ogni nave che evita il Mar Rosso rappresenta una perdita per il bilancio egiziano.

La diminuzione delle entrate di Suez aggrava la scarsità di valuta, aumenta il costo delle importazioni e indebolisce una situazione economica già segnata da debito, inflazione e dipendenza dagli aiuti esterni.

Per questo al-Sisi ha recentemente coordinato le proprie posizioni con Mohammed bin Salman sulla sicurezza di Bab el-Mandeb e delle rotte del Mar Rosso, come riferito dalla Reuters.

Il Principe Mohammed bin Salman

 

Sudan: il fronte dimenticato

Il Sudan costituisce la quarta componente della visita. Il Cairo teme la disgregazione dello Stato sudanese, l’espansione delle milizie, nuovi flussi di profughi e la penetrazione di potenze rivali lungo il Nilo e la costa del Mar Rosso.

L’Egitto considera la sopravvivenza delle istituzioni statali e dell’Esercito sudanese una questione di sicurezza nazionale.

Gli Stati Uniti, invece, devono tenere conto degli interessi spesso divergenti di Emirati, Arabia Saudita, Turchia, Iran e Russia.

I servizi egiziani possono fornire informazioni e canali che Washington non possiede direttamente.

Il ritorno dell’Egitto al centro

La visita segnala il tentativo americano di costruire una gestione regionale delle crisi senza assumere direttamente tutti i costi militari.

L’Egitto non viene scelto come punta di lancia, ma come mediatore, centro informativo e garante geografico.

Il Cairo controlla Suez, confina con Gaza, influenza il Sudan, coopera con Israele e mantiene rapporti stretti con Arabia Saudita ed Emirati.

Nessun altro Paese arabo occupa contemporaneamente tutte queste posizioni.

Al-Sisi cercherà di sfruttare questa centralità per ottenere tre risultati: sostegno economico, continuità delle forniture militari e riconoscimento del ruolo egiziano nelle decisioni regionali.

In cambio offrirà mediazione e collaborazione riservata, evitando per quanto possibile un coinvolgimento diretto nelle guerre.

Il significato geopolitico della visita è quindi chiaro: mentre il sistema regionale si frammenta, Washington riscopre che l’Egitto, pur economicamente fragile, rimane geograficamente insostituibile.

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