Guerra civile spagnola. Battaglia di Santander: quando Montanelli fece imbestialire il Duce e i generali

Di Marco Petrelli

ROMA. «A Santander l’unico nemico sono stati il caldo e la sete» titolava un articolo del 1937 del quotidiano romano Il Messaggero, firmato da Indro Montanelli, oggi celebrato come decano del giornalismo italiano e, all’epoca, già noto e apprezzato cronista in Italia e all’estero.

Andiamo per gradi. Cos’era successo a Santander?

Santander è una località della Cantabria dove, nel 1937, si consumò una delle più dure e decisive battaglie della Guerra civile spagnola. Un successo per le forze nazionaliste di Francisco Franco, che riuscirono a sconfiggere i repubblicani anche con il supporto del Corpo Truppe Volontarie italiano.

Stando ad alcune fonti e, soprattutto, alla propaganda dell’epoca, l’appoggio italiano fu determinante. Non secondo l’«Indro nazionale» che, nel suo reportage, ridimensionò sensibilmente la partecipazione italiana e il ruolo avuto dal CTV nell’esito dell’operazione.

Indro Montanelli in una foto risalente al periodo della Guerra civile spagnola

L’Italia, è giusto rammentarlo, nel 1937 era governata da una solida dittatura che, da oltre un decennio, aveva posto la stampa sotto un pesante controllo. Tuttavia, l’articolo di Montanelli uscì prima di essere sottoposto ai veti della censura. Un cortocircuito che portò l’ufficio censura a chiederne il ritiro solo dopo che il numero de Il Messaggero era ormai in edicola.

Chi mentiva? Montanelli o l’informazione del Regime?

Anche in un clima di assoluto controllo della società e dell’informazione, l’idea che un giornalista di spessore come Montanelli fosse stato testimone diretto degli eventi non contribuì certo a dissipare i dubbi dell’opinione pubblica.

Mussolini considerò l’articolo un grave affronto. Montanelli, dal canto suo, pagò con il rimpatrio, provvedimenti disciplinari e un periodo all’estero: fu infatti inviato in Estonia, dove avrebbe continuato la propria attività giornalistica. A ciò si aggiunse un procedimento per disfattismo, vicenda che la «penna di Fucecchio» avrebbe poi commentato con queste parole:

«Sono disposto a subire il processo purché mi venga fatto il nome anche di un solo caduto italiano a Santander».

Anche sul numero dei caduti, le ricostruzioni divergono. Nel suo reportage Montanelli ridimensionò fortemente il peso delle perdite italiane, mentre le ricostruzioni militari relative all’operazione di Santander indicano diverse centinaia di caduti italiani.

Comunque, il procedimento venne sospeso e Montanelli tornò a scrivere. Ma non fu più come prima…

Malgrado l’assunzione al Corriere della Sera nel 1938, nonostante l’esperienza maturata come comandante di una banda irregolare in Africa, il prestigio ottenuto negli anni e il suo trascorso fascista, quell’articolo non fu dimenticato.

Il capo del regime fascista Benito Mussolini

Come si dice? I meriti di ieri non giustificano lo sbaglio di oggi. Parole tuttora utilizzate in qualunque ambiente lavorativo, quando si è ormai deciso di non concedere una seconda possibilità al dipendente. Ma, con quell’articolo, il futuro decano del giornalismo non aveva solo ridimensionato il ruolo italiano a Santander, bensì la sua percezione del fascismo a cui seguì un progressivo allontanamento, culminato anni dopo con l’adesione alle forze partigiane di Giustizia e Libertà, scelta che quasi gli costò la vita dopo l’arresto da parte dei tedeschi.

Nel 1940, Montanelli raggiunse un reparto italiano schierato sul fronte greco-albanese. Era di nuovo corrispondente di guerra ma la difficile situazione delle truppe italiane, tra mancanza di razioni, munizioni, stallo operativo e casi di congelamento, insieme alla censura delle informazioni, impediva di realizzare reportage completi e obiettivi. La situazione greca era talmente drammatica che Roma si guardava bene dal comunicarlo. Al fronte greco è legato un aneddoto, divenuto popolare nel dopoguerra: l’articolo sull’amicizia tra un soldato italiano e un corvo, allegoria di quanto fosse difficile per un giornalista fare il suo mestiere in quel contesto di rigido controllo.

Storia antica, in un Paese in cui la Costituzione garantisce la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di stampa, prevedendo limitazioni e provvedimenti soltanto nei casi stabiliti dalla legge.

Tuttavia, abituati ad ascoltare parole come «integrazione», «inclusività», «tolleranza», «conoscenza» e «rispetto», e a cercare di applicarle nel nostro quotidiano, non ci accorgiamo, forse, che l’«effetto Santander» ci attanaglia ancora a livello di Popolo.

Pensiamoci: sentiamo il dovere di non giudicare il «diverso», di abbandonare luoghi comuni e pregiudizi, quegli stessi che però continuano ad affliggere il mondo del lavoro, pubblico e privato. Le professioni ne sono un esempio emblematico: con l’«effetto Santander», l’errore di pochi si amplifica e condiziona la valutazione generale di un’intera categoria.

Considerazioni a cui ci si attacca come cozze allo scoglio: se una cosa è rimasta uguale dai tempi di Santander, è l’incapacità di ammettere di aver sbagliato.

Perché è inutile sbandierare l’«inclusività» se ci risulta difficile provare ad abbandonare concetti sbagliati e monolitici per l’infondata idea che chi ammette i propri errori sia un fesso.

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