Di Paola Ducci*
BERLINO. La teatralità, l’eccesso altisonante e la hybris crudele che ha accompagnato i crimini del Terzo Reich si palesava in modo drammatico e grottesco insieme anche nella realizzazione dei processi.
Il Volksgerichtshof, il Tribunale del Popolo nazista, rappresenta uno degli esempi più estremi di come un regime totalitario possa trasformare la giustizia in un apparato di intimidazione e annientamento politico. Istituito nel 1934, all’indomani dell’incendio del Reichstag, nacque con l’obiettivo dichiarato di reprimere il “tradimento del popolo tedesco”.

In realtà fu concepito per eliminare ogni forma di opposizione al nazionalsocialismo e per consolidare il potere assoluto di Adolf Hitler.
Il tribunale non apparteneva alla giurisdizione ordinaria ma rispondeva direttamente alla leadership del partito e operava al di fuori delle garanzie dello Stato di diritto.
I giudici erano scelti tra funzionari fedeli al regime, membri del NSDAP o delle SS, privi di indipendenza e spesso animati da un fanatismo ideologico che trasformava le udienze in veri e propri rituali di umiliazione pubblica.
La figura più nota fu Roland Freisler, presidente dal 1942 al 1945, celebre per il tono urlato, l’aggressività verbale e la totale assenza di imparzialità.
Sotto la sua guida, il Volksgerichtshof divenne una macchina di condanne a morte: oltre cinquemila in meno di tre anni.

La procedura era costruita per negare ogni possibilità di difesa. Gli imputati venivano interrogati senza garanzie, spesso dopo lunghi periodi di detenzione preventiva mentre gli avvocati, nominati d’ufficio, avevano un ruolo puramente formale.
Le sentenze erano spesso decise prima ancora dell’inizio del processo, che si riduceva a una rappresentazione teatrale destinata a mostrare la forza del regime e a intimidire la popolazione.
Un aspetto meno noto ma decisivo del funzionamento del Tribunale del Popolo riguarda proprio la figura degli avvocati difensori.
Formalmente presenti, in realtà erano privati di ogni autonomia. La loro nomina era controllata dal regime: molti erano iscritti al partito nazista o comunque considerati politicamente affidabili.
Non potevano scegliere la strategia processuale, non potevano contestare la corte né avevano accesso pieno agli atti e venivano regolarmente interrotti o ridicolizzati da Roland Freisler, che trasformava ogni tentativo di difesa in un pretesto per esaltare la “giustizia del Führer”.
Esaltazione: questo sembrava essere il mood preferito da Freisler durante la sua retorica posticcia. In tale contesto il difensore diventava parte della messinscena: la sua presenza serviva a simulare un’apparenza di legalità, non certo a tutelare l’imputato.
Ma era necessaria poichè rappresentava il terreno fertile su cui poggiare tutta la teatralità criminale dei processi del Volksgerichtshof.
Alcuni avvocati, per opportunismo o paura, si adeguarono al ruolo, altri tentarono timidamente di mitigare le condanne pur sapendo che il verdetto era già scritto.
La difesa, svuotata di senso, divenne così uno degli strumenti più sottili e perversi della macchina repressiva nazista.
Il Tribunale del Popolo giudicava una vasta gamma di reati politici: sabotaggio, disfattismo, ascolto di radio straniere, aiuto agli ebrei, commenti critici sul Führer.
Tra i casi più noti vi furono i processi contro i membri della Rosa Bianca, il gruppo di studenti di Monaco che distribuiva volantini antinazisti, e quelli contro i partecipanti al complotto del 20 luglio 1944. In entrambi i casi le udienze furono trasformate in spettacoli di violenza verbale, culminati in condanne a morte eseguite poche ore dopo.
Il Volksgerichtshof non fu solo un organo repressivo, fu anche un potente strumento di propaganda. Le udienze venivano filmate, fotografate e riportate dalla stampa controllata dal regime. L’obiettivo era duplice: mostrare la determinazione dello Stato nel punire i “traditori” e rafforzare l’idea di una comunità nazionale minacciata da nemici interni.
Con la caduta del Terzo Reich, il Tribunale del Popolo fu dichiarato un’istituzione criminale.
Molti dei suoi membri tentarono di giustificare il proprio operato come semplice obbedienza agli ordini, ma la storiografia ha dimostrato il loro ruolo attivo nella costruzione del terrore giudiziario nazista.
Oggi il Volksgerichtshof rimane un monito sulla fragilità dello Stato di diritto e sul rischio che la giustizia, se piegata all’ideologia, diventi mero strumento di persecuzione anziché di tutela.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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