Seconda Guerra Mondiale: V2, il razzo del Terzo Reich che aprì l’era missilistica

Di Paola Ducci*

BERLINO.  Se la V1 segnò l’ingresso della guerra moderna nell’epoca delle armi automatiche a lungo raggio, la V2 rappresentò un salto ancora più radicale.

Con questa la Germania nazista mise in campo la prima vera arma balistica della storia, destinata non solo a colpire le città nemiche ma anche a lasciare un’impronta profonda nello sviluppo della tecnologia del dopoguerra.

Uno schema di costruzione di un V2 tedesco

La V2 fu al tempo stesso macchina di distruzione, oggetto di propaganda e anticipazione di un futuro che avrebbe portato  ai missili strategici e alla conquista dello spazio.

Anche il suo nome aveva una funzione politica precisa: Vergeltungswaffe 2, ovvero “arma di rappresaglia numero 2”.

Come nel caso della V1, il termine richiamava l’idea di una vendetta capace di compensare, almeno simbolicamente, la crescente impotenza militare del Reich.

Quando i primi esemplari furono lanciati contro Parigi e Londra l’8 settembre 1944, la Germania era già in una posizione gravemente compromessa.

Eppure il regime tentava ancora di presentarsi come depositario di una superiorità scientifica e tecnica in grado di sorprendere il nemico e rinsaldare la fiducia della popolazione tedesca nella vittoria finale.

Ma la V2 non era soltanto un’arma di propaganda perché dal punto di vista ingegneristico costituiva un risultato straordinario per l’epoca.

Si trattava di un grande razzo a propellente liquido, capace di raggiungere alta quota e di precipitare poi sul bersaglio a velocità tale da rendere impossibile qualsiasi intercettazione.

A differenza della V1, che arrivava annunciata dal rumore del motore, la V2 colpiva quasi senza preavviso.

Proprio questa invisibilità sonora e questa rapidità la resero particolarmente inquietante: con questa arma la guerra sembrava assumere una forma nuova, più astratta, più improvvisa, più moderna.

Eppure, come accadde per molte realizzazioni belliche del Terzo Reich, il prezzo umano della sua costruzione fu spaventoso.

La produzione delle V2 si svolgeva nel complesso sotterraneo di Mittelwerk, alimentato dal lavoro forzato dei deportati del sistema concentrazionario di Dora.

In quelle gallerie scavate nella montagna migliaia di prigionieri furono costretti a condizioni di lavoro disumane, tra fame, epidemie, percosse e violenze sistematiche.

Oltre 20 mila persone morirono nel contesto della produzione dei V-weapons.

La V2, celebrata spesso come capolavoro dell’ingegneria missilistica, nacque dunque all’interno di uno dei più brutali dispositivi di sfruttamento del regime nazista.

La V2 non può essere considerata soltanto come l’antesignana dei razzi moderni; essa fu anche il prodotto diretto di un sistema politico fondato sulla coercizione assoluta e la modernità tecnica del Terzo Reich ne fu spesso una delle espressioni più estreme.

Negli ultimi mesi del conflitto il programma delle V-weapons passò sempre più sotto il controllo delle SS, che rafforzarono la propria influenza sia sulla produzione sia sull’impiego operativo.

Si trattò di un passaggio significativo: nel crollo generale dello Stato nazista le SS non si limitarono a gestire la repressione ma si inserirono direttamente nel cuore della macchina bellica e industriale. La V2 divenne così non solo un’arma di nuova concezione, ma anche un emblema della radicalizzazione finale del regime.

Un  V2

Sul piano militare il suo impatto fu comunque  inferiore alle aspettative. La V2 era troppo complessa, troppo costosa e troppo limitata numericamente per modificare il corso della guerra.

La Germania nazista continuò a confidare nelle Wunderwaffen, le “armi miracolose”, senza comprendere fino in fondo che la vera rivoluzione bellica del Novecento si stava preparando altrove. La sola autentica superarma del conflitto sarebbe infatti stata la bomba atomica, sviluppata dagli Alleati occidentali.

Eppure, proprio nel momento della sconfitta tedesca, la V2 rivelò tutta la sua importanza storica.

Le potenze vincitrici colsero immediatamente il potenziale di questa tecnologia.

Nell’estate del 1945 gli inglesi organizzarono l’Operazione Backfire servendosi di personale tedesco catturato e di supervisione tecnica britannica per studiare da vicino il funzionamento e le procedure di lancio dei razzi.

Nell’ottobre successivo furono effettuati tre lanci sperimentali, utili a comprendere i principi operativi di un’arma destinata a influenzare profondamente gli equilibri strategici del dopoguerra.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, agirono con estrema rapidità trasferendo sul proprio territorio numerosi scienziati e tecnici tedeschi.

Il primo lancio di una V2 sul suolo americano avvenne il 3 marzo 1946, segnando l’inizio di un processo che avrebbe avuto conseguenze decisive sulla ricerca missilistica e spaziale statunitense.

Anche l’Unione Sovietica catturò specialisti e materiali, riavviando presto attività analoghe in territorio sovietico.

Così il razzo concepito come arma della disperazione del Terzo Reich divenne uno dei punti di partenza della competizione tecnologica tra le superpotenze.

La parabola storica della V2 è tra le più complesse del Novecento.

Nessun’altra arma tedesca della Seconda guerra mondiale mostra con uguale evidenza l’intreccio fra innovazione scientifica, barbarie politica e eredità postbellica.

Da una parte essa fu un prodigio tecnico, capace di anticipare il mondo dei missili balistici e dei lanci spaziali; dall’altra fu il frutto diretto di un sistema e di una guerra condotta senza limiti morali.

Ricordare la V2 significa dunque confrontarsi con un nodo essenziale della storia contemporanea: il progresso tecnico non è mai neutrale e  ricordare  che una delle soglie decisive della modernità missilistica sia stata attraversata all’interno di uno dei regimi più criminali del XX secolo.

*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa

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