Di Giuseppe Gagliano*
BELGRADO. La Serbia prova a cambiare passo sul gas, ma lo fa con la cautela di chi conosce il peso della propria storia e dei propri vincoli. Le parole del presidente Aleksandar Vučić sulla diversificazione energetica non sono solo tecniche: raccontano il tentativo di riposizionare il Paese in un’Europa segnata dalla guerra in Ucraina e dalla ridefinizione delle dipendenze strategiche.
Per anni Belgrado ha beneficiato di forniture russe abbondanti e convenienti. Oggi oltre quattro quinti del gas consumato nel Paese proviene ancora da Mosca.
Tuttavia la pressione politica europea e le difficoltà contrattuali con il fornitore russo stanno spingendo la leadership serba a cercare alternative. Non per scelta ideologica, ma per necessità strategica.

La leva energetica come strumento politico
L’Unione Europea considera la riduzione delle entrate energetiche russe parte integrante della strategia verso il conflitto ucraino. In questo quadro la Serbia, candidata all’adesione, diventa un banco di prova. Vučić lo ha detto con realismo: adattare la politica energetica alle nuove esigenze è inevitabile.
Belgrado punta a inserirsi nei meccanismi comuni europei di acquisto del gas e ad assicurarsi una quota stabile delle forniture continentali. Parallelamente guarda all’Azerbaigian, ai collegamenti attraverso la Bulgaria e ai progetti infrastrutturali verso Macedonia del Nord e Romania. È una mappa della diversificazione che riduce il monopolio russo senza cancellarlo.
Scenari economici
La diversificazione ha un costo. Il gas non russo tende a essere più caro e richiede infrastrutture nuove. Nel breve periodo ciò può pesare su famiglie e industria, in un’economia che Vučić presenta come in miglioramento ma che resta sensibile ai prezzi energetici. Nel medio termine, però, una pluralità di fornitori riduce i rischi di shock improvvisi e rafforza l’attrattività per investitori europei.
Il vero nodo è la sostenibilità finanziaria delle nuove reti: gasdotti, collegamenti regionali, accesso al gas liquefatto. Senza sostegno europeo, il peso per la Serbia sarebbe rilevante.
Valutazione strategica militare
L’energia nei Balcani non è solo economia: è sicurezza. Le reti del gas definiscono dipendenze, influenze e margini di manovra politica.
Ridurre l’esclusiva russa significa per Belgrado ampliare lo spazio decisionale e diminuire la vulnerabilità a pressioni esterne. Allo stesso tempo, Mosca perde uno dei suoi principali strumenti di influenza nella regione.
Tuttavia la Russia conserva leve importanti, a partire dal sostegno sulla questione del Kosovo. Finché quel dossier resta aperto, il legame politico con il Cremlino non può essere reciso del tutto.
Valutazione geopolitica e geoeconomica
La Serbia cammina su una linea sottile tra integrazione europea e relazioni storiche con la Russia. Cultura, religione e diplomazia hanno creato un rapporto profondo con Mosca.
Ma il commercio, gli investimenti e il futuro di sviluppo guardano in larga parte all’Unione Europea.
Il problema per Vučić è interno oltre che esterno. Le richieste europee su stato di diritto, libertà dei mezzi di informazione e lotta alla corruzione toccano equilibri di potere domestici. Le proteste seguite al disastro di Novi Sad hanno mostrato quanto il tema della corruzione sia politicamente sensibile. Ammettere il problema è un passo, risolverlo è un altro.
Le accuse a presunti complotti stranieri contro il governo parlano a una parte dell’elettorato, ma non rassicurano Bruxelles.
E l’avvicinarsi della fine del mandato presidenziale apre interrogativi sulla futura leadership.

Una scelta obbligata più che ideologica
La traiettoria europea della Serbia appare come una scelta razionale, ma non lineare. Belgrado non sta voltando le spalle a Mosca: sta riducendo il rischio di dipenderne troppo.
È una differenza sottile ma decisiva.
In definitiva la partita del gas è il riflesso di una questione più ampia: la collocazione strategica della Serbia nel nuovo equilibrio europeo. Se la diversificazione riuscirà, Belgrado guadagnerà autonomia. Se fallirà, resterà sospesa tra due mondi, con meno vantaggi da entrambi.
L’energia, ancora una volta, non è solo carburante per l’economia ma misura concreta della sovranità. Nei Balcani, come altrove, chi controlla i rubinetti del gas influenza anche le scelte politiche. Vučić lo sa, e prova a muoversi di conseguenza, sapendo che ogni passo in una direzione chiude almeno in parte la porta.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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