Sicurezza: Minneapolis, Gaza e Davos, quando l’uso della forza diventa una crisi di legittimità globale

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C. Minneapolis torna a occupare il centro della scena internazionale non come semplice città americana attraversata da disordini, ma come simbolo di una frattura più profonda che attraversa oggi i sistemi di sicurezza delle democrazie occidentali.

L’uccisione di Alex Jeffrey Pretti, infermiere 37 enne  colpito a morte durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), non rappresenta soltanto un episodio controverso di ordine pubblico.

Un momento dell’omicidio dell’infermiere Alex Pretti

È il punto di emersione di una crisi di legittimità dell’uso della forza che, partendo dal livello locale, si riflette ormai sul piano geopolitico e del diritto internazionale.

Le autorità federali hanno inizialmente giustificato l’intervento parlando di una minaccia armata.

Tuttavia, i filmati diffusi successivamente mostrano una scena diversa: Pretti appare disarmato, con un telefono cellulare in mano, mentre documenta l’operazione. Questa discrepanza tra comunicazione ufficiale e riscontro visivo ha riattivato una dinamica ormai ricorrente: quando la narrazione istituzionale entra in conflitto con le prove, la fiducia pubblica si erode rapidamente e l’operazione di sicurezza si trasforma in un problema politico e strategico.

Minneapolis non è nuova a questo tipo di frattura.

La città è già stata, negli ultimi anni, un laboratorio traumatico del rapporto tra forze dell’ordine, autorità federali e società civile.

Ma ciò che rende il caso Pretti particolarmente sensibile è il contesto operativo: un’azione di controllo migratorio condotta con modalità percepite come militarizzate, in un ambiente urbano già altamente polarizzato.

Dal punto di vista della dottrina sull’uso della forza, il principio di proporzionalità e quello di necessità appaiono oggi al centro di un riesame non solo giudiziario, ma strategico.

Quando un’operazione interna produce instabilità invece di contenerla, il problema non è più tattico, ma sistemico.

La reazione della città e delle autorità locali ha messo in evidenza un ulteriore livello di tensione: quello tra potere federale e governi statali. Le richieste di limitare o sospendere le operazioni dell’ICE non sono semplici prese di posizione politiche, ma segnali di una crisi di coordinamento istituzionale che indebolisce la catena di comando e amplifica il rischio di escalation. In termini di sicurezza nazionale, una forza che perde legittimità sul territorio che presidia diventa vulnerabile, anche quando dispone di superiorità operativa.

Questa dinamica, apparentemente circoscritta agli Stati Uniti, trova un inquietante parallelismo nello scenario mediorientale.

Nelle stesse ore in cui Minneapolis è attraversata da proteste e accuse, l’IDF ha confermato un’operazione di ricerca su larga scala oltre la Yellow Line nel Nord di Gaza, basata su nuove informazioni d’intelligence, finalizzata al recupero del corpo di Ran Guvili, cittadino israeliano morto durante il conflitto.

L’agente di Polizia Ran Guvili

Anche qui, il tema centrale non è soltanto umanitario: il controllo della narrazione sul destino dei caduti è parte integrante della strategia di guerra e del negoziato indiretto. Il trattamento dei morti, la trasparenza delle operazioni e la gestione dell’informazione sono oggi strumenti di potere tanto quanto i mezzi militari.

A rafforzare questa dinamica si aggiunge un ulteriore elemento politico-strategico.

L’Ufficio del primo ministro israeliano ha dichiarato che l’apertura del valico di Rafah, limitata esclusivamente al passaggio dei civili e sotto piena supervisione israeliana, avverrà solo dopo il completamento dell’operazione dell’IDF legata al caso di Ran Guvili.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Secondo la stessa fonte, la decisione rientra nel piano per Gaza in venti punti promosso dagli Stati Uniti e sarebbe subordinata alla restituzione di tutti gli ostaggi vivi e all’impegno totale di Hamas nell’individuazione e restituzione degli ostaggi deceduti.

In questo quadro, l’operazione militare non appare più soltanto come un’azione di ricerca, ma come parte integrante di una negoziazione più ampia, in cui accesso umanitario, intelligence e pressione militare si intrecciano.

In questo senso, Minneapolis e Gaza condividono una dimensione comune: l’uso della forza, quando non accompagnato da una legittimazione chiara e credibile, genera un vuoto che viene immediatamente riempito da sfiducia, radicalizzazione e pressione internazionale.

Non sorprende, allora, che sullo sfondo di questi eventi si collochi l’assenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dal World Economic Forum di Davos.

Un’assenza pesante, che va oltre la diplomazia di circostanza.

Le indiscrezioni secondo cui il mancato viaggio sarebbe legato al timore di conseguenze giuridiche connesse alle indagini della Corte Penale Internazionale segnano un passaggio delicato: il diritto internazionale non più come cornice astratta, ma come fattore concreto capace di incidere sulla libertà di movimento e sull’agibilità politica di un leader in carica.

Davos, luogo simbolo del confronto tra potere economico, politico e strategico, diventa così uno spazio vuoto che parla. Parla dell’intreccio sempre più stretto tra operazioni militari, responsabilità penale e reputazione internazionale.

Parla anche di un ordine globale in cui la superiorità militare non garantisce più automaticamente immunità politica.

Minneapolis, Gaza e Davos non sono tre storie separate, ma tre manifestazioni di una stessa tensione strutturale.

In un mondo iperconnesso, l’uso della forza, sia esso esercitato da un agente federale in una strada americana o da un esercito regolare in un teatro di guerra, produce effetti che travalicano immediatamente il contesto operativo. La legittimità diventa la vera linea del fronte.

E quando questa linea viene oltrepassata, il costo strategico può superare di gran lunga qualsiasi vantaggio tattico.

Minneapolis ci ricorda che un errore locale può riversarsi in crisi nazionali; Gaza insegna che ogni corpo, ogni parola, ogni informazione diventa strumento di potere. E l’assenza di un leader come Netanyahu a Davos mostra che anche la geopolitica globale è vincolata dalla percezione di responsabilità e legittimità.

Chi sottovaluta questi fattori paga un prezzo strategico immediato e irreversibile.

La vera linea del fronte oggi non corre solo tra Eserciti, ma tra diritto, fiducia e controllo dell’informazione. Chi la ignora, perde prima ancora di combattere.

ENGLISH VERSION 

Security: Minneapolis, Gaza, and Davos, When the Use of Force Becomes a Crisis of Global Legitimacy

By Cristina Di Silvio**

WASHINGTON D.C. Minneapolis has once again become the focus of international attention, not merely as an American city experiencing unrest, but as a symbol of a deeper fracture running through the security systems of Western democracies.

The killing of 37-year-old nurse Alex Jeffrey Pretti during an Immigration and Customs Enforcement operation is not simply a controversial law-and-order incident. It represents the emergence of a legitimacy crisis in the use of force that, while originating at the local level, now reverberates on both the geopolitical and international law stage.

The killing of 37-year-old nurse Alex Jeffrey Pretti 

 

Federal authorities initially justified the operation by citing an armed threat. Yet footage released subsequently shows a different reality: Pretti appears unarmed, holding a mobile phone while recording the operation.

This discrepancy between official narrative and visual evidence has reignited a recurring dynamic: when institutional narratives clash with proof, public trust erodes rapidly, and security operations transform into political and strategic challenges.

Minneapolis is no stranger to this kind of fracture. In recent years, the city has served as a traumatic laboratory for the relationship between law enforcement, federal authorities, and civil society.

What makes the Pretti case particularly sensitive is the operational context: a migration control action carried out with militarized methods in an already highly polarized urban environment.

From the standpoint of use-of-force doctrine, the principles of proportionality and necessity are now at the center of a review, not merely judicial but strategic. When a domestic operation generates instability rather than containing it, the issue ceases to be tactical and becomes systemic.

The response of local authorities and the community has revealed yet another level of tension: that between federal power and state governments.

Calls to limit or suspend ICE operations are not simply political positions; they signal a crisis of institutional coordination that weakens the chain of command and amplifies the risk of escalation. From a national security perspective, a force that loses legitimacy on the territory it polices becomes vulnerable, even when it holds operational superiority.

This dynamic, seemingly confined to the United States, finds a disturbing parallel in the Middle East. At the same time that Minneapolis is convulsed by protests and accusations, the IDF has confirmed a large-scale search operation beyond the Yellow Line in northern Gaza, based on new intelligence, aimed at recovering the body of Ran Guvili, an Israeli citizen who died during the conflict. Here too, the central issue is not merely humanitarian: control over the narrative surrounding the fate of the dead is an integral part of both wartime strategy and indirect negotiation. The treatment of the dead, transparency of operations, and management of information have become instruments of power as consequential as military means.

Benjamin Netanyahu

This dynamic is further reinforced by an additional political-strategic element.

The Israeli Prime Minister’s Office has stated that the opening of the Rafah crossing, limited exclusively to civilian passage and under full Israeli supervision, will occur only after the completion of the IDF operation related to the Ran Gvili case.

According to the same source, the move falls within the U.S.-backed twenty-point plan for Gaza and is conditioned on the return of all living hostages and a full commitment by Hamas to locate and return deceased hostages. In this framework, the military operation no longer appears solely as a search effort, but as an integral part of a broader negotiation in which humanitarian access, intelligence, and military pressure intersect.

In this sense, Minneapolis and Gaza share a common dimension: the use of force, when not accompanied by clear and credible legitimacy, creates a vacuum that is immediately filled by distrust, radicalization, and international pressure. It is therefore unsurprising that, against this backdrop, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu was absent from the World Economic Forum in Davos.

This absence carries weight beyond mere diplomatic protocol.

Reports suggest that his decision not to travel is linked to concerns over potential consequences stemming from investigations by the International Criminal Court.

This marks a delicate turning point: international law is no longer an abstract framework but a concrete factor capable of affecting a sitting leader’s freedom of movement and political agency.

Davos, the symbolic stage for the convergence of economic, political, and strategic power, thus becomes an empty space that speaks. It speaks to the increasingly tight intertwining of military operations, legal accountability, and international reputation. It also signals a global order where military superiority no longer automatically guarantees political immunity.

Minneapolis, Gaza, and Davos are not three separate stories but three manifestations of the same structural tension. In a hyperconnected world, the use of force, whether exercised by a federal agent on an American street or a regular army on a battlefield, produces effects that immediately transcend the operational context.

Legitimacy becomes the true frontline. And when that line is crossed, the strategic cost can far exceed any tactical advantage.

Minneapolis reminds us that a local error can spill over into national crises; Gaza teaches that every body, every word, every piece of information becomes a tool of power. And Netanyahu’s absence from Davos demonstrates that global geopolitics is constrained by perceptions of responsibility and legitimacy.

Those who underestimate these factors pay an immediate and irreversible strategic price.

Today, the true frontline runs not only between armies but between law, trust, and the control of information. Whoever ignores it loses before even stepping into battle.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani

**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights

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