Sindacati di base: “Militari fuori dalle scuole, disertate”. Un’analisi sul mito comunista della Scuola libera e della Caserma opprimente

Di Marco Petrelli

TERNI. “Che ci stanno a fare i militari nelle scuole? A spingervi ad arruolarvi. Disertate! Che le combattano i figli dei ministri quelle guerre di m***a!” è l’arringa di un sindacalista e professore di scuola superiore (o di media di secondo grado come si chiama oggi) di fronte ai militanti della sua sigla e ad una pattuglia di ragazzini, presumibilmente in sciopero… scolastico.

Una manifestazione dei sindacati di base, oggi

Non un linguaggio nuovo, moderno: slogan ripetuti da almeno sessant’anni che, a Woodstock, avrebbero forse avuto un senso, nel mondo di oggi sono come quei vecchi satelliti spenti che continuano a orbitare attorno alla terra. Nessuna funzione, nessuno scopo.

Però attirano l’attenzione e il plauso, quanto il proporre l’educazione sessuale scolastica o l’allontanamento delle Forze dell’ordine dai luoghi di studio.

Un po’ meno entusiasmante la critica all’IA, si vede che anche i giovani rivoluzionari l’apprezzano…

Particolare, il richiamo dell’oratore all’articolo 33 della Costituzione “Libertà d’insegnamento e scuole”.

Ecco, fermiamoci un attimo, perché questo è il nodo di Gordio: la Scuola, che una certa vulgata presenta come libera e autonoma e che infonde cultura, contro altre istituzioni (Forze di Polizia. e Forze Armate.) sinonimo, secondo la medesima vulgata, di repressione e guerra.

Parte dello Stato 

Iniziamo da una domanda: Scuola e Caserme cosa sono? Un insegnante e un militare sono “più colleghi” di quanto non lo sarebbero un insegnante e un avvocato, o un militare e un libero professionista. Entrambi dipendono dallo Stato, servono lo Stato (pur con funzioni diverse), entrambi formano cittadini i primi, sotto il profilo dell’istruzione i secondi a difendere quella stessa Repubblica che permette loro di studiare, curarsi, avere un’assistenza, etc.

In sostanza, un insegnante che se la prende con poliziotti e militari è come l’ufficio marketing che insulta la linea di produzione della stessa azienda. Nel privato i provvedimenti disciplinari fioccherebbero…

Cultura dello Stato

Articolo 52 (il grande dimenticato): la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino. Qui, niente slogan e niente di inventato: è la Costituzione ad affermarlo. E gli articoli della Costituzione andrebbero tutti conosciuti, osservati, rispettati a prescindere dall’orientamento dei singoli.

Se difendere la Patria è un sacro dovere del cittadino, il contatto tra istituzione scolastica e istituzione militare non dovrebbe stupire: è la sincronia istituzionale a fornire al cittadino una completa, cosciente conoscenza delle regole dell’ordinamento democratico. La cultura dello Stato.

Il tema della guerra

Articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Non per contraddire l’esimio oratore di cui sopra, ma nessuno “arruola per la guerra”.

Una copia della Costituzione italiana

Dal 1945 ad oggi il Paese non ha combattuto conflitti e tutte le missioni estere sono state condotte in ossequio ad una logica di peacekeeping, secondo linee di condotta e di coordinamento dettate dalle organizzazioni internazionali (ONU, NATO, UE).

Fondi per la guerra e non per la scuola

Dalle nostre parti usiamo un allocuzione, “fare i conti della serva”, con la quale si intende un ragionamento prosaico e privo di fronzoli.

Ad oggi, il MIM (Ministero Istruzione e del Merito) assorbe circa il 4% del PIL italiano, percentuale sicuramente più bassa rispetto alla media europea, ma ben più alta di quella destinata alla Difesa (circa il 2%). Eppure, la retorica dei “soldi tolti all’istruzione per le armi” è ancora diffusa e radicata.

Già, perché questo concetto (fuorviante) nasce in Italia negli Anni Sessanta.

Il problema vero dell’uso dei fondi destinati all’Istruzione sta nel pagamento degli stipendi.

Dei 90 miliardi di euro per l’Istruzione (scuola + università), il 90% è speso per pagare gli stipendi, poiché il MIM è di fatto il più grande datore di lavoro italiano: quasi 1 milione di dipendenti, non solo del ruolo docente.

I paradossi sono proprio questi: tanti dipendenti, ma carenze d’organico croniche tra gli insegnanti; denaro maggiore rispetto al comparto Difesa e strutture scolastiche con difficoltà strutturali (riscaldamento, vetustà e limitata capienza degli edifici). Se la soluzione proposta da alcuni fossero i fondi “a pioggia”, è bene far presente l’inutilità del foraggiare con denaro pubblico realtà che, prima, andrebbero riformate e ristrutturate affinché le risorse possano essere meglio valorizzate.

Quanto ai programmi di studio, quelli sono argomento di contrasto, scontro, slancio propositivo, speranze e resa da decenni: l’ottobre di ogni anno, da 40 anni a questa parte, si scende in piazza per protestare contro le riforme della scuola, giudicate sempre inadeguate a prescindere dall’orientamento politico del governo in carica.

Dagli al “nemico!”

Lo psicologo Viktor Frankl sosteneva che al mondo esistano solo due categorie di persone: “Le persone per bene e le persone meno per bene”.

Lo psicologo Viktor Frankl

Lui stesso riuscì ad individuare persone per bene nell’inferno dei lager: nel suo “Uno psicologo ad Auschwitz” sostiene di aver trovato persone umane tra i sorveglianti (l’ultimo comandante del campo che acquista medicine per i detenuti) e sadici tra i prigionieri (i kapò).

Cercare un nemico per spirito d’appartenenza o per convenienza è estremamente pericoloso oltreché antropologicamente sbagliato. Noi italiani siamo un Popolo particolare: eccezionale, per quanto riguarda empatia e accoglienza, ma capace di starsi antipatico da solo.

Paradosso: siamo meno inclini a capirci tra italiani che non a capire chi viene da fuori.

Ecco, la nostra categoria – i giornalisti – è talvolta disprezzata tout court, senza chiedersi se anche tra noi esista qualcuno che possa essere salvato. 

Lo conferma chiosa del sindacalista sull’informazione, “sono tutti mainstream”, che il giovane pubblico può aver percepito come monito al non fidarsi, tout court, degli operatori dell’informazione.

Esternazione che ci si aspetterebbe dall’uomo di strada, dall’italiano medio per intenderci, non certo da un professore.

Parole che sono: scorrette, perché sai che non è vero; pericolose, perché alterano la percezione della realtà; pietose, perché solo le persone ignoranti restano legate a pregiudizi monolitici, giustificandoli con l’altrettanto patetico “ho avuto brutte esperienze”.

In fondo, come si può essere convinti di poter cambiare il mondo, se poi non si è disposti a cambiare opinione.

Se Frankl e la psicologia non interessano, “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni offre un’ulteriore, importante riflessione sulle conseguenze dei “dagli all’untore!”.

In conclusione, le Istituzioni dello Stato hanno pari dignità e usare ruoli istituzionali e formativi per convincere che talune siano più importanti di altre è profondamente ingiusto, oltreché pericoloso perché potrebbe generare una frattura sociale.

Scuole e Caserme, oltreché istituzioni, sono luoghi con persone, a loro volta diverse tra loro. E a fare la differenza sono, come sempre, le qualità dei singoli (capacità di analisi, spirito del dovere, empatia, sensibilità, livello umano e culturale, ascolto, rifiuto del pregiudizio) messe disposizione dell’Istituzione e della Collettività.

Condannare in blocco una realtà è il sistema che usavano i regimi totalitari, per accrescere il loro potere sulle masse.

Curioso, dunque, che un tale comportamento provenga da chi pretende di difendere la Cultura, la Conoscenza e la libertà di confronto.

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