Di Giuseppe Gagliano*
TARTUS (SIRIA) L’arrivo a Tartus della nave da carico “Sparta”, delle petroliere Akademik Pashin e General Skobelev e del cacciatorpediniere “Admiral Levchenko” non costituisce un semplice rifornimento.

È la dimostrazione che la caduta di Bashar al-Assad non ha espulso la Russia dalla Siria e che Mosca è riuscita a trasformare una possibile ritirata strategica in una presenza ridimensionata ma ancora utile.

Le imbarcazioni hanno disattivato i dispositivi di identificazione dopo aver attraversato Gibilterra e la “Sparta” avrebbe scaricato munizioni destinate anche alla base aerea di Hmeimim.
L’operazione conferma quindi la continuità logistica e militare delle strutture russe dopo l’accordo del 9 agosto con Damasco ( (https://www.reuters.com/world/russian-convoy-resupplies-syria-coastal-facilities-first-time-since-moscow-2026-09-14/).
La Russia non dispone più delle condizioni eccezionalmente favorevoli ottenute sotto Assad. Le attività civili del porto di Tartus e dell’aeroporto di Hmeimim torneranno sotto il controllo siriano, mentre le installazioni militari saranno formalmente trasformate in centri congiunti di addestramento. I soldati russi, tuttavia, resteranno.
Mosca perde il protettorato, ma conserva l’accesso.
Tartus vale più della sua consistenza militare
Tartus non è una grande base navale paragonabile alle installazioni statunitensi nel Mediterraneo. Le sue dimensioni sono limitate e non permettono di ospitare stabilmente un’imponente squadra d’altura. Il suo valore risiede nella posizione.
Senza Tartus, le navi russe devono dipendere dai porti del Mar Nero, affrontare i vincoli imposti dalla Turchia sugli stretti oppure utilizzare rotte molto più lunghe provenienti dal Baltico e dall’Artico. Con Tartus, Mosca dispone invece di un punto per rifornire, riparare e sostenere le proprie unità nel Mediterraneo orientale.
La base consente inoltre alla Russia di osservare un’area nella quale convergono le rotte di Suez, le coste turche, Cipro, Israele e il fianco meridionale della NATO.
Non occorre disporre di una grande flotta per ottenere un vantaggio politico: basta conservare la capacità di entrare nella partita e impedire agli avversari di considerare il Mediterraneo orientale uno spazio esclusivamente occidentale.
Hmeimim è il ponte verso l’Africa
La base aerea di Hmeimim possiede una funzione ancora più ampia.

Negli ultimi anni è stata utilizzata come tappa per velivoli diretti in Libia, Mali e altri Paesi nei quali opera il Corpo africano russo.
La proiezione di Mosca nel Sahel dipende da collegamenti aerei, rifornimenti, manutenzione e rotazioni del personale.
Hmeimim riduce le distanze e offre un’infrastruttura più affidabile rispetto alle possibili alternative libiche. Perdere la base avrebbe significato rendere più costosa e vulnerabile l’intera presenza russa in Africa.
Tartus e Hmeimim formano quindi un unico sistema: il porto sostiene la dimensione marittima e logistica; l’aeroporto collega il Mediterraneo ai Teatri africani.
È questo, molto più del prestigio legato alla Siria, che Mosca ha cercato di salvare durante diciotto mesi di negoziati.
Damasco tratta con il vecchio nemico perché ne ha bisogno
La nuova leadership siriana è arrivata al potere dopo aver combattuto il regime protetto dalla Russia.
Ha chiesto l’estradizione di Assad e revocato la concessione quarantanovennale che garantiva a Mosca condizioni quasi extraterritoriali. Eppure non ha scelto la rottura.
La ragione è pragmatica. Gran parte dell’arsenale siriano è di origine sovietica o russa. Aerei, elicotteri, sistemi antiaerei, mezzi corazzati e munizioni dipendono da componenti e assistenza che Mosca può continuare a fornire.
Sostituire rapidamente questo apparato con equipaggiamenti occidentali o turchi sarebbe costosissimo.
La Russia può inoltre offrire grano, energia, formazione militare, relazioni diplomatiche e il proprio seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Damasco dispone invece di ciò che Mosca non può ottenere altrove con la stessa facilità: accesso al Mediterraneo e continuità logistica verso l’Africa.
L’accordo trasforma così una relazione gerarchica in uno scambio. Prima la Russia proteggeva il regime e riceveva basi.
Oggi la Siria concede una presenza condizionata in cambio di armi, rifornimenti e sostegno politico.
Turchia, Israele e Paesi del Golfo osservano il compromesso
La permanenza russa riguarda direttamente la Turchia. Ankara è oggi l’attore esterno più influente nella nuova Siria, ma potrebbe preferire una presenza russa limitata a un completo monopolio occidentale o a una nuova frammentazione del Paese.
Mosca e Ankara sono concorrenti, ma hanno già dimostrato di saper negoziare zone d’influenza.
Per Israele il quadro è più ambiguo. La Russia mantiene rapporti con l’Iran, ma in passato ha anche garantito canali di comunicazione utili a evitare incidenti tra le aviazioni russa e israeliana.
Una presenza russa controllata potrebbe funzionare come elemento di equilibrio rispetto all’espansione turca; potrebbe però anche facilitare il ritorno di armamenti avanzati in Siria.
Arabia Saudita, Emirati ed Egitto vedono nella nuova Damasco un’occasione per ridurre l’influenza iraniana.
Non necessariamente considerano vantaggiosa l’espulsione totale di Mosca, che spingerebbe la Russia verso una dipendenza ancora maggiore da Teheran.
La Siria diventa così il luogo nel quale potenze rivali cercano un equilibrio senza concedere a nessuna di esse il predominio assoluto.
Il prezzo economico della nuova sovranità siriana
Il ritorno sotto controllo siriano delle attività commerciali di Tartus ha anche un significato economico. Damasco vuole recuperare entrate portuali, dazi e capacità di regolazione, evitando che un’infrastruttura nazionale resti sottratta allo Stato.
L’intesa prevede che le funzioni civili siano reintegrate nell’amministrazione siriana, mentre la presenza russa prosegua nelle aree militari. È la formula attraverso la quale al-Sharaa tenta di mostrare sovranità senza rinunciare ai vantaggi offerti da Mosca (https://www.reuters.com/world/middle-east/syria-russia-reach-deal-future-tartous-hmeimim-bases-after-18-months-talks-2026-08-09/)
Rimangono però i rischi delle sanzioni. Le navi impiegate nei rifornimenti e numerose imprese russe coinvolte sono sottoposte a restrizioni occidentali. Una cooperazione troppo visibile potrebbe complicare il reinserimento economico internazionale della Siria e scoraggiare investimenti europei o statunitensi.
Una presenza più fragile, ma forse più sostenibile
Militarmente, la Russia è oggi più vulnerabile rispetto all’epoca di Assad.
Le basi dipendono dal consenso della nuova leadership, dalle condizioni di sicurezza nella fascia costiera e dalla possibilità di far arrivare rifornimenti attraverso rotte sorvegliate. Non sono più enclave garantite da un alleato totalmente dipendente da Mosca.
Politicamente, però, la nuova sistemazione potrebbe risultare più sostenibile.
Una presenza formalmente congiunta e accettata dal governo siriano costa meno, provoca minore ostilità e offre a Damasco la possibilità di presentarla come cooperazione anziché occupazione.
Tre scenari restano possibili.
Nel primo, l’accordo si consolida e la Russia conserva una presenza ridotta ma stabile.
Nel secondo, Damasco utilizza Mosca per riequilibrare Turchia e Occidente, rinegoziando continuamente condizioni e compensazioni. Nel terzo, una crisi sulle armi, sull’estradizione di Assad o sulle sanzioni porta a una nuova espulsione.
Per ora, il convoglio giunto a Tartus indica che ha prevalso il compromesso.
La Russia non domina più la Siria, ma continua a usarla come cerniera tra Mediterraneo, Medio Oriente e Africa. Per una potenza sotto pressione in Ucraina e colpita dalle sanzioni, non è una vittoria completa. È qualcosa di più realistico: aver evitato una sconfitta strategica.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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