Somalia e Kenia, Al-Shabaab è una minaccia in espansione

Di Francesco Ippoliti * e Matilde Perin **

Mogadiscio. In quest’ultimo periodo la formazione jihadista di al-Shabaab si è dimostrata particolarmente attiva in Somalia, evidenziando un’ efferata violenza verso la popolazione locale.

Componenti di Al Shabaab

Al-Shabaab è una organizzazione terroristica jihadista, retta dal Generale Ahmad Umar (Abu Ubaidah) che opera in Somalia coinvolgendo anche Kenya e Etiopia.

Le origini del gruppo si devono cercare nell’Unione delle Corti Islamiche(ICU) ovvero un’organizzazione sorta ufficialmente nel 2000 a Mogadiscio che raggruppava molti dei clan formatesi per coprire il vuoto lasciato dalla guerra civile somala. In quel periodo Al-Shabaab era infatti una sua espressione armata.

L’ICU venne ben presto accusata di atrocità contro il popolo somalo e contro le varie istituzioni. Così nel 2004 il Governo Federale di Transizione (GFT)  sostenuto dall’Unione Africana che avviò la missione Africa Mission in Somalia (AMISOM, http://amisom-au.org)  neutralizzò l’ICU.

Al-Shabaab si riorganizzò in un gruppo indipendente e i suoi obiettivi principali divennero: l’imposizione della Sharia in Somalia, la liberazione del Paese dalle truppe estere presenti e la destituzione del Governo somalo.

I jihadisti inizieranno una serie di violente azioni contro il GFT e AMISOM che non hanno risparmiato la popolazione locale.

In Soamlia è sempre emergenza umanitaria

A partire dal 2008 al-Shabaab dichiarò la propria alleanza con al-Qaeda, condividendo programmi e obiettivi.

Al-Shabaab risulta presente principalmente nelle zone rurali, aree non controllate dalle forze governative da AMISOM.

Da queste basi, ove trova rifugio ed assistenza, i suoi membri possono pianificare gli attacchi terroristici nei pressi della capitale e di altre grandi aree urbane.

Oltre alla Somalia, il gruppo è anche attivo in Kenya, ove cerca di coinvolgere i giovani musulmani ad impegnarsi nella lotta ideologica della guerra santa. Le attività sono capeggiate da Jaysh al-Ayman con base principalmente nella foresta del Boni.

Nel 2017 al Shabaab ha concluso con successo numerose azioni terroristiche, con un altissimo tasso di letalità (20,9 persone uccise per attacco) e sembrerebbe voler continuare, se non rafforzare, questa politica anche nel 2018.

Uno dei principali obiettivi del gruppo è la capitale somala Mogadiscio, ove non solo convergono le uniche strutture politiche ed economiche del paese, ma anche quelle della cooperazione internazionale avviate per far ripartire il paese.

La città è stata colpita con una media altissima di almeno 4 attacchi al mese, dando una copertura internazionale dell’evento.

Le altre zone sono, invece, state interessate principalmente con lo scopo di mantenere il controllo sulla popolazione locale, le loro risorse ed acquisire il controllo dell’area.

Anche il Kenya ha subito numerosi attacchi terroristici, ma gli obiettivi preposti si sono rivelati maggiormente politici, in particolare sono serviti per spostare l’opinione pubblica verso il ritiro delle forze del Kenia da AMISOM in Somalia e reclutare giovani kenioti nelle file di al-Shabaab. Da rilevare che numerosi di essi erano nelle file dei miliziani che hanno portato l’attacco alla base keniota di Kolbio nel gennaio 2017.

Inoltre, anche una parte della compagine politica di Nairobi ha cominciato ha dichiararsi favorevole per il ritiro delle forze dalla Somalia e rafforzare le difese del confine elevando difese passive (per esempio muri o reti).

Ad ogni modo, il presidente keniano Uhuru Kenyatta, pur essendo il Kenya il Paese estero più colpito da al-Shabaab, è intenzionato a far permanere le truppe in territorio somalo almeno fino al 2020.

Analizzando i dati delle azioni terroristiche riportati dai media, citando fonti ufficiali, considerandoli a partire dal 2015, si evidenzia un incremento delle attività criminali, raddoppiandoli in alcuni casi.

Nel 2016 le azioni suicide , rispetto al 2015, sono aumentate del 107%, con una media del 103% mensile, mentre sono ridotte del 15% quelle degli IED (Improvised Explosive Device).

Il Presidente del Kenia, Uhuru Kenyatta.

Nel 2017 il numero delle azioni terroristiche ha avuto una lieve flessione, presumibilmente per l’inizio delle azioni counterinsurgency da parte degli USA.

Nel 2018, invece, il gruppo sembrerebbe avere una grande ripresa. Basti osservare l’ingente numero di 150 eventi conflittuali legati a questo gruppo che si sono avuti solo tra il 31 dicembre 2017 ed il 4 febbraio 2018. Ben 49 di questi eventi sono avvenuti nel basso Scebeli, regione a Sud della Somalia.

La maggior parte delle azioni di al-Shabaab, in Somalia, hanno avuto come obiettivo le strutture governative ed istituzionali.

Ma la riorganizzazione del gruppo jihadista e la sua pericolosità la si può evincere anche dal numero delle azioni che unità degli USA hanno condotto in territorio somalo contro al Shabaab.

In particolare, dal luglio a dicembre 2017 gli Stati Uniti, con unità speciali, droni e velivoli armati, hanno dichiarato di aver ufficialmente condotto 35 attacchi causando circa 400 morti nelle file del gruppo jihadista.

Nel 2018 al momento risulterebbero 10 azioni militari contro al Shabaab.

In sintesi, pur essendoci in atto un’azione nazionale ed internazionale per la ricostruzione della Somalia, con una significativa presenza estera, il gruppo jihadista sembra non cedere nella sua guerra santa.

Le costanti azioni terroristiche nella capitale cercano di minare il potere politico e soprattutto il consenso popolare verso la presenza di stranieri, con particolare riferimento ad AMISOM.

La missione non riesce ad ottenere il controllo del Paese che era uno degli obiettivi prioritari, lasciando quindi vaste aree sotto il controllo di al-Shabaab nelle quali impone il proprio Governo secondo la legge islamica della sharia.

Ma le sue azioni hanno forte impatto anche sui Paesi viciniori, in particolare il Kenya, ove si evince un significativo incremento nel consenso giovanile.

Quindi al-Shabaab, oltre a cercar di raggiungere gli obiettivi preposti, sembrerebbe che cominci ad incrementare le mire espansionistiche nell’area. Segno che, nonostante le perdite inflitte dalle missioni USA in netto aumento, il gruppo non sembra stia affatto vivendo un periodo di crisi e difficoltà, ma che, al contrario, sta ampliando i suoi orizzonti.

In base ai dati finora analizzati, la situazione attuale delinea una previsione negativa per la Somalia: in pochi anni l’apparato governativo e di sicurezza di Mogadiscio potrebbe ritrovarsi a dover a che fare con una forza ancor più organizzata ed incontrollabile.

La presenza delle forze governative ma soprattutto una missione ripensata e rafforzata di AMISOM potrebbe essere l’unica soluzione, al momento, per la neutralizzazione di al-Shabaab e la riorganizzazione della Somalia.

*Gen.B. (aus) ** Studentessa Istituto Brandolini Rota

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