Di Gerardo Severino*
ROMA. È molto probabile che la stragrande maggioranza dei Carabinieri e dei Finanzieri di oggi, sia essi in servizio o in congedo, non siano al corrente di un particolare non affatto trascurabile: la loro origine, almeno riguardo all’organizzazione operativa e territoriale.

Se è vero, come è vero, che le Fiamme Gialle fanno risalire il proprio lignaggio storico alla remota “Legione delle Truppe Leggere”, sorta ai primi di ottobre del 1774, è altrettanto vero che la vera e propria sistemazione del Corpo, sia sul piano ordinativo che operativo-istituzionale, la si dovette ai Regi Preposti delle Gabelle, il Corpo sorto in Piemonte nel 1816, per quanto erede dei “Préposés des Douanes”, la Milizia doganale creata in Francia nel 1791 ed esportata anche nella nostra Penisola, all’indomani dell’invasione Napoleonica [1].
Il 1791, in verità, fu anche l’anno nel quale la Francia Rivoluzionaria ridava vita ad una antichissima Milizia, dapprima militare e poi poliziesca, sorta secoli prima, attorno al 1455, ai tempi di Carlo VII, detto il “Re Vittorioso”.
Stiamo parlando della gloriosa Gendarmerie Nationale, sul cui modello furono istituiti, sia nel Regno Italico che nei Paesi satelliti dell’Impero Napoleonico, Corpi similari, molti dei quali sopravvissero anche dopo la Restaurazione [2].
Lo stesso Corpo dei Carabinieri (poi Arma dopo l’Unità d’Italia), sorse alla corte di Re Vittorio Emanuele I nel 1814, seguendo proprio il modello della Gendarmeria Piemontese, operante sotto i francesi.

Ebbene, sia i Carabinieri che i Preposti Doganali del Regno di Sardegna furono articolati secondo il modello Napoleonico del 1791-1792, tanto da riscontrare nella stessa dialettica istituzionale i termini francesi di Brigata e, quindi, di Brigadiere, ma anche quello di Legione e così via.
Sarà, quindi, anche per questi motivi che i Carabinieri e le Fiamme Gialle hanno sempre mantenuto una grande sintonia operativa, ma anche e soprattutto un diffuso sentimento di reciproco rispetto, frutto di quella vicinanza che li ha, molto spesso, visti operare negli stessi ambienti di servizio, sia in pace come in guerra.
Da Scapaccino alla lotta al brigantaggio e al contrabbando. Dalla Prima guerra mondiale alla Lotta di Liberazione
Che i Carabinieri e i Finanzieri abbiano avuto “parte in causa” nei principali fatti della Storia d’Italia non è certo una novità.
Grazie ad una abbondante letteratura di settore, sia di provenienza interna che da parte dell’editoria privata, è facile apprendere quanto il loro ruolo sia stato determinate anche nella formazione dello Stato Nazionale, a partire dal Risorgimento in poi.

È, invece, pressoché sconosciuta la loro diretta partecipazione – intendiamo quella caratterizzata dalla contemporaneità dei fatti – in alcuni particolari eventi, che tutt’oggi fanno parte di quel retaggio storico connotato da eroismo, generosità, ma soprattutto di altissimo valore militare.
Ebbene, volendo utilizzare una sorta di “macchina del tempo”, nel viaggiare, quindi, a ritroso, risaliamo al lontanissimo 1834, esattamente al 3 di febbraio, allorquando una colonna di Mazziniani, partita da Grenoble al fine di invadere l’Alta Savoia, fu di fatto bloccata dai Carabinieri e dai Preposti delle Regie Dogane nei pressi di quel tratto di frontiera.
E fu proprio in quella circostanza che perdeva eroicamente la vita il Carabiniere a cavallo Giovanni Battista Scapaccino (era nato ad Incisa Belbo, 15 febbraio 1802), successivamente decorato di Medaglia d’oro al Valor Militare [3] da Re Carlo Alberto, ma anche feriti gravemente alcuni Preposti Doganali, ai quali, tuttavia, la storia non ha reso particolare giustizia.

Tutto ebbe inizio la sera del 3 febbraio, allorquando un centinaio di rivoluzionari di ispirazione Mazziniana provenienti dalla Francia, tentò di invadere il Regno di Sardegna, occupando il villaggio di Les Échelles, in Alta Savoia per l’appunto.
In quel contesto, il Carabiniere Scapaccino, che stava rientrando alla propria Stazione da Chambéry, latore di un dispaccio riservato che riguardava proprio l’imminente invasione, fu fermato alle porte del paese.
Il militare si rifiutò di aderire alla rivolta, cercando, quindi, di forzare il posto di blocco, arma in pugno, pur di raggiungere il proprio comando.
Secondo la nobile tradizione storica dell’Arma, l’eroico Carabiniere, ben conscio del fatto che la sua decisione gli sarebbe costata la vita, rispose ai rivoltosi, capeggiati da Nicola Arduino, che non conosceva altra bandiera se non quella del suo Re.
A quel punto, spronato il cavallo gridando “Viva il Re!” tentò per l’appunto di proseguire la marcia verso la Stazione.
Il giovane fu così colpito a morte da due colpi di fucile, irrorando così con il suo prezioso sangue quel lembo di terra ancora in mano Sarda.
Mentre il Carabiniere Bobbio corse immediatamente verso Ponte Beauvoisin [4], onde lanciarvi l’allarme, gli altri pochi militi presenti nella Stazioncina temettero il peggio.
Si dovette al coraggio del sindaco di Les Échelles, che fece intendere ai rivoltosi che gli abitanti si sarebbero certamente sollevati contro di loro, se i pochi Carabinieri rimasti ebbero salva la vita. È, questo, un particolare ricordato in una interessantissima corrispondenza, pubblicata da una seguitissima rivista dell’epoca, grazie alla quale abbiamo la possibilità, oggi, di poter raccontare anche la parte avuta, nella medesima circostanza, da due piccoli avamposti dei Regi Preposti delle Dogane.

Come ebbe scrivere il periodico: “I Preposti delle Dogane furono i più esposti alle violenze di quella feroce banda: però quantunque troppo disseminati né vari posti delle frontiere per poter loro resistere, si sono essi comportati con molto coraggio. La sera medesima che i rivoltosi assalivano Les Échelles, un centinaio di uomini abbattevano il corpo di guardia di Leyssand. I due Preposti che vi si trovavano si difesero qualche tempo colla baionetta; essi furono però disarmati, a loro furono tolte tutte le armi; le robe e quanto si trovava nel corpo di guardia fu pure involato. Intanto però il brigadiere Paccot raccolti alcuni Preposti moveva in soccorso del posto, e le grida e i colpi di moschetto del piccolo drappello sconcertarono gli assalitori, i quali si ritirarono a Pontecharra donde erano venuti. A Entrembieres avendo i Preposti abbassata la baionetta, un polacco si trasse addietro, e colpì poi colla sua il nominato Lavanchy, il quale rimase ed è tuttora gravemente ferito; un altro fuoriuscito sparò una carabinata al Preposto Couty; per buona ventura però la palla non gli passò che rasente la persona” [5].
Non facendo, allora, parte delle Truppe Reali, i sei Preposti delle Regie Dogane che maggiormente si distinsero in quelle circostanze furono “ricompensate” solo attraverso un piccolo “trofeo regale”: una placca d’argento raffigurante il Carabiniere a cavallo Giovanni Battista Scapaccino), sormontata dalla corona reale ed attorniata dal motto “Valore e Fedeltà”, una sorta di decorazione che in seguito non verrà più concessa ad alcuno. Carabinieri e Finanzieri avrebbero operato assieme, spesso anche nel completo silenzio delle cronache giornalistiche, in altre circostanze, come, ad esempio, durante gli anni della lotta al brigantaggio, nei primi anni post-unificazione, del banditismo in Sicilia e Sardegna, ma anche e soprattutto negli anni durissimi della lotta al contrabbando, lungo le frontiere terrestri e marittime del Paese.
A tal proposito, tra le centinaia e centinaia di operazioni che li videro accomunati, ne ricordiamo una, così come fu descritta in un vecchio numero del benemerito giornale dell’Arma, “Il Carabiniere”.
I fatti che stiamo per narrare si svolsero a Platischis, una piccola località nei pressi di Tarcento (Udine) l’8 marzo del 1886.
Quella sera, il Sotto Brigadiere Vincenzo Alliud, sottordine presso la locale Brigata di frontiera della Guardia di Finanza, unitamente al milite Ferruccio Battarelli, si trovava in servizio di appostamento nei pressi di Montemaggiore, piccola frazioncina di quel Comune.
Alla loro vista, due contrabbandieri preferirono abbandonare il carico, un recipiente di spirito, dandosi così alla fuga.
I Finanzieri incominciarono così ad inseguirli. Ad un certo punto, mentre il giovane Finanziere Battarelli stava per bloccarli, il Brigadiere, scivolato sulla neve rimase indietro. Fu a quel punto che uno dei contrabbandieri, tornato indietro, afferrò il malcapitato per i capelli, vibrandogli alcuni colpi di coltello, che lo ferirono alla testa e all’addome.
Mentre il Sottufficiale invocava disperatamente aiuto, il Finanziere, tornato indietro anche lui, cercò di utilizzare il moschetto d’ordinanza, pur di bloccare il malvivente.
Sfortunatamente, l’arma s’inceppò per ben tre volte, e ciò consentì al secondo contrabbandiere di avventarsi sul Battarelli, il quale fu anche lui raggiunto da due colpi di coltello alla nuca, seguiti da altri cinque in faccia, da parte del primo contrabbandiere.
Abbandonati al suolo i due tutori dell’ordine, così come la “preziosa merce”, i contrabbandieri di si diedero alla fuga.
Le Fiamme Gialle, nonostante le gravi ferite ricevute, recuperata la merce di contrabbando s’incamminarono alla volta di Platischis, ove ebbero modo di lanciare l’allarme.
Fu così che, assieme ai colleghi della Finanza, la Benemerita della Stazione di Tarcento organizzò una pattuglia, col chiaro intento di acciuffare i due pericolosi delinquenti. Al comando del Brigadiere Pietro Valotto, e composta dai Carabinieri Felice Pozzan, Elpidio Falconi e Giuseppe Meropiali, la pattuglia dovette, tuttavia, rientrare in caserma, non avendo trovato traccia dei fuggiaschi. Come ricorda il settimanale dell’Arma: “ Militari dell’Arma però non si scoraggiarono di tale risultato negativo, ma continuarono con maggiore alacrità nelle investigazioni e riuscirono a dimostrare con prove di fatto alla giustizia che autori della ribellione e del grave ferimento erano stati due latitanti, Andrea Caletto e Giovanni Caletto, quest’ultimo appunto soldato in congedo illimitato del 64° fanteria, entrambi del comune di Lusevera. Il sette di aprile il giudice istruttore spiccò mandato di cattura contro i menzionati Caletto, dè quali solo Andrea fu potuto arrestare il giorno 12 essendosi l’altro rifugiato in territorio austriaco. Ad ogni modo importantissimo venne generalmente giudicato il servizio prestato dai militari menzionati, i quali perciò si ebbero il premio dell’encomio solenne all’ordine del giorno” [6].
Le brave Fiamme Gialle avrebbero fatto la stessa cosa, una decina di anni dopo, rendendo così giustizia ai colleghi trucidati ad Alcamo [7].
Questa è la vicenda verificatesi nella primavera del 1897. Alcamo, oggi importante centro vinicolo in provincia di Trapani, era allora un’area geografica ad altissima densità mafiosa, che proprio in quel frangente storico si trovava ad affrontare un ulteriore rinvigorimento del fenomeno delinquenziale, subendo, come se non bastasse, la commissione di omicidi, grassazioni ed altre nefandezze anche da parte di varie bande di briganti e malandrini locali.
Per tale ragione, su richiesta dell’autorità Prefettizia, anche la presenza della Regia Guardia di Finanza era stata ulteriormente accentuata, naturalmente secondo le possibilità organiche dell’epoca, sia mediante il potenziamento della Brigata alla sede (i cui componenti affiancarono i reparti di Carabinieri e Guardie di Pubblica Sicurezza nei servizi di rastrellamento e prevenzione), sia mediante il distacco di altri Finanzieri da parte dei reparti viciniori.
A questi ultimi, considerata la scarsa conoscenza dei luoghi, fu prevalentemente affidata la vigilanza costiera per fini anticontrabbando: anche questo un settore delicatissimo, visto che Alcamo, già allora, era nota in tutta Italia per la produzione a livello industriale – di vini pregiati, ricca perciò di distillerie e cantine sociali.
Il caso che stiamo per narrare ebbe per protagonista appunto una pattuglia di Guardie di Finanza “distaccate” ad Alcamo, ma organicamente appartenenti alla Tenenza di Castellammare del Golfo.
La notte del 22 maggio 1897, dunque, la piccola pattuglia composta dalle guardie Pantaleone Pellicanò [8] ed Eugenio Mulas [9], si trovava nei pressi della spiaggia di Alcamo Marina per eseguirvi un normalissimo turno di servizio.
Verso le ore 2.45, giunti nei pressi della locale stazione ferroviaria, i Finanzieri notarono da lontano due sconosciuti che stavano per allontanarsi dalla piazzetta antistante l’edificio ferroviario.
Insospettito dal fatto che i due stavano circolando per la pubblica via e a quella tarda ora muniti di armi da fuoco portate “in bella mostra”, ma anche perché vi era stata, da parte del comandante della Tenenza, S. Tenente Francesco Bucca, la specifica raccomandazione di prestare la massima attenzione possibile su qualsiasi “movimento strano”, la Guardia Scelta Pellicanò, a capo della pattuglia, decise di volerci “veder chiaro”, pedinando così le due losche figure.
I due ignoti personaggi, accortisi di essere seguiti, incominciarono ad accelerare il passo nella speranza di darsi alla fuga nelle vicine campagne.
Ormai certo, visto appunto il tipo di reazione, del fatto che non potevano che essere delinquenti, il Pellicanò invitò ripetutamente gli individui a fermarsi, facendogli intendere che se indugiavano ancora la pattuglia avrebbe fatto uso delle armi.
Alla classica frase: “Fermatevi, in nome della Legge”, pronunciata con vigore dal Finanziere, i due criminali risposero con l’esplosione di alcuni colpi di doppietta e di rivoltella contro di lui e l’altro collega.
Andati per fortuna a vuoto i colpi avversari, i due Finanzieri risposero subito con i propri fucili (all’epoca i moderni Vetterli 1870), grazie ai quali riuscirono a colpire uno dei responsabili, rimasto a terra ferito gravemente alla regione intercostale sinistra ed alla coscia destra, mentre il secondo ebbe modo di squagliarsela rocambolescamente grazie all’oscurità della notte.
Soccorso immediatamente dai due militi, al ferito furono sequestrati un fucile a doppia canna con 38 cartucce ed una rivoltella a rotazione calibro 12.
Rifiutandosi di dare le proprie generalità, il malvivente fu trasportato in una sala della vicina Stazione ferroviaria in attesa dell’arrivo di qualche medico: dopo qualche attimo, però, il ferito cessò di vivere, ponendo così fine alla sua lunga latitanza.
E fu proprio questa la sorpresa che ricevettero il giorno seguente i due Finanzieri, appena i Carabinieri locali riconobbero nel cadavere giacente alla Stazione il famigerato latitante Tito Bucellato, di Castellammare del Golfo, un pluriomicida, autore di grassazioni, rapine e delitti di ogni genere, da molti mesi ricercato in tutta la Sicilia per l’efferato assassinio dei Carabinieri Reali Giuseppe Ciulla e Angelo Palermo, avvenuto nelle campagne di Alcamo nel pomeriggio del 29 novembre 1896.
I due militari, appartenenti alla Stazione dell’Arma di Alcamo, stavano rientrando in caserma dopo aver fatto il “punto di riunione” (nella Guardia di Finanza viene definito “scambio visti”) con i colleghi di Castellammare del Golfo, presso il Crocevia Cavasemo.
Verso le 15.00, soffermatisi brevemente presso il pozzo della casa rurale di tale Melchiorre Cangelosi, per bere un sorso d’acqua, i Carabinieri furono attratti dall’esplosione di alcuni colpi di fucile provenienti dalla località Timperosse. A quel punto, i due militari: “senza più attendere l’acqua, si slanciarono verso la parte dove avevano sentito i colpi ed arrivati alle Timperosse, in prossimità della casa colonica di Paglino Luca, furono fatti segno a diversi colpi d’arma da fuoco ed entrambi stramazzarono al suolo esanimi senza avere avuto il tempo di difendersi.” [10].
I Carabinieri Ciulla e Palermo, appena ventenni, erano stati, infatti, le ennesime vittime di un agguato, realizzato, in perfetto stile mafioso, da ignoti malfattori [11].
Solo successivamente, dopo alcuni mesi di indagini, fu possibile risalire al Bucellato, quale autore materiale del duplice omicidio, tanto che sul suo capo fu posta anche una taglia di £.500, dimostrazione palese della ferma volontà della legge di porre fine alle crudeltà del bandito.

Oltre al compiacimento ricevuto da parte della cittadinanza e dei vertici dell’Arma dei Carabinieri, alle due Fiamme Gialle, con Regio decreto del 2 luglio 1898, fu concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, quale doveroso premio riservatogli dalle Istituzioni del Regno colpite dalla risonanza dell’avvenimento e dal trionfo della Giustizia.
Gli uomini della Benemerita e i “cugini” Finanzieri – come spesso tali appartenenti vengono simpaticamente ricordati – avrebbero combattuto assieme anche in guerra, sia nella Prima, sia nella guerra “Italo-Etiopia”, sia nella Seconda e nella stessa Guerra di Liberazione, come ci ricordano alcuni eventi molti importanti accaduti in quegli anni.
Dalla gloriosa battaglia sul Podgora, del 19 luglio 1915, nell’ambito della Seconda battaglia dell’Isonzo, al cui Reggimento Carabinieri si affiancò anche l’indomito II Battaglione di frontiera delle Fiamme Gialle, si passa alla difesa dell’ordine e della sicurezza pubblica, con atti di sangue accaduti, ad esempio a Bandino di Bagno a Ripoli (Firenze), ovvero a tutela del confine orientale, luoghi un tempo appartenenti all’Impero Austro-Ungarico, ove non pochi furono gli scontri con i terroristi locali, così come i caduti subiti da entrambi i Corpi di Polizia.
Questa è la cronaca dei fatti di Bandino: “Il 27 febbraio u. s. un drappello di guardie si, disponeva a partire dalla Brigata Badino per recarsi di rinforzo al posto di servizio di Ripoli, quando si incontrò a passare il Maresciallo dei Carabinieri Biancardi, che con un manipolo di militi, doveva portarsi nella stessa località. Il Maresciallo Biancardi credette opportuno di formare un solo drappello con le nostre guardie ed i suoi uomini e di procedere di conseguenza verso la località indicata. Ad un certo punto il drappello trovò la via ostruita da una barricata. Il Maresciallo Biancardi ordinò agli uomini di aprirsi un passo attraverso di essa. Mentre le nostre guardie ed i carabinieri erano intenti a questa operazione, una violenta scarica di fucileria si abbatté su di essi. Il Maresciallo Biancardi fu colpito a morte e due delle nostre guardie e cioè Petrini Giuseppe e Foschi Marino rimasero ferite.
Trasportate sollecitamente all’ospedale, il Petrini – dato lo stato grave in cui versava – fu dovuto operare di laparatomia; il Foschi invece fu riconosciuto guaribile in pochi giorni- li Colonnello Settembrini, comandante la Legione, recatosi subito all’ospedale ove i due finanzieri erano ricoverati, poté assicurarsi di persona che essi erano oggetto delle, più amorevoli cure, É di fatti, anche il Petrini può ormai considerarsi fuori di pericolo” [12].
Sempre nel ’21, il Capitano Riccardo Cecchetto, comandante della Compagnia Regia Guardia di Finanza di Parenzo ricevette un encomio solenne da parte del locale Comando di Corpo d’Armata, in quanto: “Saputo che un ufficiale dei RR.CC. era stato ferito in una imboscata preparatagli da contadini croati, spontaneamente si recava sul posto, ed assieme ad alcuni uomini, dopo aver accerchiato il villaggio ne vinceva l’armata resistenza, arrestando 36 rivoltosi” [13].
E, sempre, in quegli stesi luoghi, accadde quanto segue: “Il 17 Ottobre u. s. a Casana di Quisca, nei pressi di Gorizia, colpito da mano assassina, cadeva vittima del dovere l’Appuntato Caravelli Salvatore. Ecco come si svolse il tragico fatto. In un ballo pubblico che aveva luogo nel suddetto paese; era nata una grave contestazione fra alcuni individui ed un drappello di carabinieri, contestazione che ben presto degenerò in aspro conflitto.
Richiamato dal suono concitato delle voci e dalle grida, un drappello di nostri militari, costituito del S. Brigadiere Solinas, dell’appuntato Caravelli e della guardia Gentile, si portò sollecitamente sul posto, per dare man forte ai commilitoni della Benemerita. Ma neppure il loro energico intervento valse a far ritornare la calma fra i borghesi, chè anzi questi, che erano molto numerosi ed armati, nel timore di essere sopraffatti dagli agenti della forza pubblica, ricorsero alle armi e spararono contro i carabinieri ed i finanzieri numerosi colpi d’arma da fuoco. Sventuratamente uno di essi colpì in pieno il povero appuntato Caravelli, che cadde a terra esanime.
Queste le poche e frammentarie notizie che abbiamo potuto raccogliere intorno al tragico fatto e che ci riserviamo di completare appena ci perverranno ulteriori particolari in proposito. Sappiamo intanto che i compagni dello sventurato Caravelli, profondamente costernati, resero alla povera vittima dei dovere le più affettuose e commosse onoranze, alle quali parteciparono anche in larga misura ed autorità e cittadini. Noi invitiamo il Corpo tutto dei finanzieri a presentare le armi dinanzi a questa novella vittima del dovere e, a nome suo, spargiamo lagrime e fiori sulla sua oscura ma gloriosissima tomba” [14].
Si passa, poi, dalla guerra in Africa Orientale, ove Carabinieri e Finanzieri subirono non poche rivolte local i[15], alla Seconda Guerra mondiale, con importanti atti eroici compiuti sul confine greco-albanese [16], ma soprattutto alla Resistenza e le Guerra di Liberazione, nel corso della quale l’Arma e il Corpo della Guardia di Finanza avrebbero combattuto, spesso fianco a fianco, il nemico invasore, dando alla nobile causa uomini come i Brigadieri Salvo d’Acquisto e Mariano Buratti, tanto per rimanere a Roma e Lazio [17].

In quelle terribili giornate vissute dalla nostra martoriata Nazione vi furono, quindi, eroismi singoli, ma anche gesta collettive.
Valga per tutti la stessa liberazione di Roma, del 4 giugno 1944, allorquando, tra le avanguardie della 5^ Armata Americana, gli unici reparti in armi composti da italiani, che ebbero assieme agli americani l’onore di entrare nella Capitale, liberandola, furono proprio due gloriosi “Contingenti R. (Roma)” dell’Arma dei Carabinieri Reali e della Regia Guardia di Finanza, i cui comandanti, Tenente Colonnello Perinetti e Capitano Sciuto, sarebbero poi stati decorati dallo stesso Generale Clark con la “Bronz Star Medal”, ovvero dal Generale Roberto Bencivenga con quella di Bronzo al Valor Militare [18].
NOTE
[1] Cfr. Gerardo Severino, “Guardia di Finanza: il Corpo dei Doganieri francesi “fratello maggiore” delle Fiamme Gialle d’Italia”, in www.reportdifesa.it (2 dicembre 2021).
[2] Cfr. Gerardo Severino, “Gendarmerie National: da 570 anni al servizio della legge”, in www.giornidistoria.net (7 gennaio 2025).
[3] Con la seguente motivazione: “Per aver preferito farsi uccidere dai fuorusciti nelle mani dei quali era caduto piuttosto che gridare “viva la Repubblica”, cui volevano costringerlo, gridando invece “viva il Re”. Pont des Échelles (Savoia), 3 febbraio 1834″.
[4] Le Pont-de-Beauvoisin (in italiano, Ponte Belvicino) è un comune francese di 3.590 abitanti situato nel Dipartimento dell’Isère, nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi.
[5] Cfr. La Gazzetta Piemontese n. 17 dell’8 febbraio 1834, pag. 83.
[6] Cfr. Il Carabiniere, n. 5 del 29 gennaio 1887, pag. 36.
[7] Cfr. Gerardo Severino, “In nome della legge. Una pagina di eroismo del lontano 1897”, in rivista “Fiamme Gialle”, n. 1/1998, pagg. 12 e 13. Vgs. anche “Il Monitore delle Regie Guardie di Finanza”, n. 24 dell’8 giugno 1897, pag. 1 e 2.
[8] Il Pellicanò era nato a Reggio Calabria l’8 luglio del 1854.
[9] Il Mulas era nato a Tissi (Sassari) il 25 aprile del 1870.
[10] Dalla ricostruzione dei fatti, racchiusa nel processo verbale di omicidio qualificato n. 226, stilato in data 2 dicembre 1897 dal Comando Stazione Carabinieri di Alcamo Principale. Archivio Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri.
[11] Il Carabiniere Ciulla era nato a Pietraperzia (Enna) il 18 marzo 1872, mentre il collega Palermo era nato a Bova (Reggio Calabria) il 2 giugno 1875.
[12] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Finanzieri feriti da comunisti”, in Il Finanziere, 13 marzo 1921, pag. 4.
[13] Cfr. Comando Generale R. Guardia di Finanza, Bollettino ufficiale della R. Guardia di Finanza – Anno 1921 Roma, Tip. Coop. Sociale, 1922, pag. 368.
[14] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Ancora!”, in Il Finanziere, n. 37 del 23 ottobre 1921, pag. 1.
[15] Cfr. Gerardo Severino, “A difesa del Casello. La breve storia della strenua difesa del casello ferroviario di Zalalakà in Africa Orientale il 6 e il 7 luglio 1936 ad opera dei Carabinieri e dei Finanzieri”, in <<Notiziario dell’Arma dei Carabinieri>>, n. 4/2023.
[16] Cfr. Gerardo Severino, “Gli Eroi del Dibrano. Storia di un manipolo di Finanzieri e Carabinieri nei primi giorni del conflitto Italo-Jugoslavo (6-11 aprile 1941)”, Roma, Edizioni Chillemi, 2012.
[17] Cfr. Gerardo Severino, “Le Fiamme Gialle e l’organizzazione Resistenziale dell’Arma dei Carabinieri”, in <<Notiziario dell’Arma dei Carabinieri>>, n. 3/2022.
[18] Cfr. Gerardo Severino, “Il ruolo delle Fiamme Gialle nella liberazione di Roma (gennaio-settembre 1944”. In Speciale Storia “Seconda guerra mondiale. Roma 1944 e la resistenza”, in www.reportdifesa.it, 29 marzo 2024.
*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – Storico Militare. Membro Comitato Redazione Report Difesa
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