SPECIALE. Risorgimento: Maggiore dei Bersaglieri Pilade Bronzetti, Medaglia d’Oro al Valor Militare ed eroe di Castelmorrone

Di Attilio Claudio Borreca*

Castelmorrone (Caserta). La storia, raccontata e scritta, quasi sempre ci propone grandi eventi: fatti, avvenimenti, episodi che hanno segnato e continuano a segnare la vita del genere umano.

Un momento della battaglia del Volturno (da una litografia del 1861)

Ma la Storia, quella dei grandi avvenimenti, si compone di tante piccole storie che spesso sono più concrete, più veritiere e più comprensibili.

G. W. Friedrich Hegel argomentava, nella sua opera “La filosofia della storia”, che il fine della storia è la libertà e che se gli uomini eccezionali hanno fatto la storia e hanno contribuito a realizzare il destino di una nazione (Napoleone, Giulio Cesare,…) gli uomini “non riportati nei libri di storia”, gli uomini delle trincee quelli non raccontati, i più umili, normali eroi della quotidianità, in fondo anche loro hanno contribuito a scrivere le pagine della storia di una comunità, di una Nazione, di uno Stato.

Ebbene molti sono i personaggi del Risorgimento che con il loro contributo, importante o marginale, hanno collaborato a comporre il mosaico unitario.

Un considerevole numero di eroi silenziosi che con grandi sacrifici e spesso al prezzo della propria vita, hanno concorso a perseguire primari obiettivi politici e militari, sono stati condannati ad un ingiusto oblio oppure appena menzionati sui libri di storia o in studi spesso confusi e poco accurati.

Pochi italiani oggi ricordano le gesta di Stefano Canzio (genero di Garibaldi, Generale garibaldino e politico, insignito di Medaglia d’Oro al valor Militare nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza), Gabriele Camozzi (patriota e politico), Giovanni Chiassi (militare, patriota e politico.

Colonnello del 5º Reggimento del Corpo Volontari Italiani, cadde durante la battaglia di Bezecca e fu insignito di Medaglia d’Oro al valor Militare) ), di Carlo De Cristoforis (patriota, veterano delle Cinque Giornate, economista, autore di un celebre testo di teoria militare.

Capitano dei Cacciatori delle Alpi, cadde nella battaglia di San Fermo, all’età di trentaquattro anni), di Narciso e Pilade Bronzetti, di Matteo Renato Imbriani (politico italiano e patriota, nel 1859 combatté con i piemontesi, nel 1860 fu con Garibaldi a Castelmorrone) o Giuseppe Sirtori (Generale, patriota e politico.

Fu capo di Stato Maggiore di Garibaldi per l’intera Spedizione dei Mille.

Come Generale nel Regio Esercito combatté con valore a Custoza e fu cinque volte deputato) e di tanti altri, sprofondati nell’oblio già pochi decenni dopo gli avvenimenti risorgimentali o relegati in un angolo impolverato della memoria collettiva nazionale.

Eppure le loro esistenze non furono certamente vuote: senza il loro apporto, e quello di migliaia di anonimi patrioti, gli illustri statisti e gli acclamati condottieri forse non sarebbero stati così decantati negli anni a seguire.

E allora in questo lavoro voglio ricordare la figura di uno di questi eroi rimasti a lungo dimenticati, Pilade Bronzetti, Maggiore dei Bersaglieri e Medaglia d’Oro al Valor Militare.

I Borbonici e i Garibaldini sul Volturno

Lungo tutto il fronte di guerra che da Caiazzo, seguendo il corso del fiume Volturno, giungeva sino al Mar Tirreno, si respirava un’aria carica di tensione e di aspettativa.

I Borbonici e i Garibaldini, schierati gli uni a destra e gli altri a sinistra del fiume, si rendevano perfettamente conto della gravità del momento e dell’importanza che avrebbe assunto la battaglia ormai vicina e agli effetti dei risultati finali della guerra.

Il Maggiore Pilade Bronzetti

Giuseppe Garibaldi, posto al comando delle operazioni nella città di Caserta, aveva dislocato tutte le sue truppe in ordine di battaglia: avevano l’ordine di resistere ad ogni costo agli attacchi nemici, e cercare di attraversare il Volturno, grande baluardo naturale, dietro il quale si trinceravano i Borbonici, nel disperato tentativo di frenare la loro irresistibile avanzata.

Le truppe regie dal canto loro dovevano tentare ad ogni costo di arginare l’avanzata nemica; non solo, ma in quel fatale primo ottobre, erano pronte a sferrare una violenta controffensiva lungo tutto il fronte, cercando di togliere ai Garibaldini le importanti posizioni occupate nei giorni precedenti.

Uno dei capisaldi avanzati dello schieramento garibaldino era costituito dalla roccaforte di Castelmorrone, posta a brevissima distanza dal Volturno.

Lo Stato Maggiore garibaldino del Generale Sirtori, riteneva di fondamentale importanza questo avamposto, la cui perdita avrebbe consentito a consistenti forze nemiche di piombare, nel mezzo alla battaglia, su Caserta, spezzando la linea difensiva e prendendo alle spalle le divisioni impegnate sulla riva del Volturno, oppure di spingersi verso le alture di S. Angelo o, più probabilmente, in direzione di Caserta Vecchia per prendere tra due fuochi le truppe di Nino Bixio attestate lungo il sottostante Ponte della Valle.

La sera del 26 settembre il Generale Garibaldi, o forse in sua vece il Generale Sirtori, trovò l’ufficiale adatto per questa delicata e rischiosa missione: il Maggiore Pilade Bronzetti, promosso per meriti di guerra appena qualche giorno prima, comandante del I Battaglione Bersaglieri della 1^ Brigata della 16^ Divisione.

La scelta dell’Ufficiale mantovano non fu certamente casuale.

Pilade Bronzetti godeva di piena fiducia e considerazione presso Garibaldi, il suo Stato Maggiore ed il ministro della Guerra, per il suo coraggio, la sua affidabilità, le capacità di comando dimostrate in più occasioni negli ultimi due anni e per l’attaccamento alla causa nazionale.

Discendente da una famiglia trentina di soldati e combattenti per la libertà (il fratello Narciso, il “prode dei prodi” di Garibaldi cadde il 15 giugno 1859 nella battaglia di Treponti presso Brescia, guadagnando la Medaglia d’Oro al valor Militare alla memoria), Pilade Bronzetti, mantovano, all’età di sedici anni nel 1848 prese parte alla lotta per l’indipendenza e l’unità nazionale.

Era partito da Milano il 2 luglio con circa 200 volontari pieni di entusiasmo e di ardore, si erano imbarcati a Genova sul piroscafo “Washington” ed erano giunti a Palermo il giorno successivo.

Dopo pochi giorni avevano cominciato a far parlare di loro, riuscendo a catturare con un ardito colpo di mano, davanti a Scilla, due vapori borbonici carichi di armi munizioni e uomini; avevano combattuto da prodi, nel terribile giorno della battaglia di Milazzo, rinnovando le pagine di valore e di sangue già scritte sui campi di battaglia di Como e di Varese.

Seguendo la fulminea avanzata di Garibaldi, da Napoli erano stati inviati a Caserta e da quest’ultima località a Castelmorrone ove avevano l’ordine perentorio di mantenere a tutti i costi quella posizione che, come già detto, era considerata determinante per la tenuta dello schieramento garibaldino.

Erano uomini preparati a tutte le lotte e a tutte le fatiche: da qualche giorno scarseggiavano i viveri e le munizioni, ma nessuno si lamentava o protestava.

La guerra che erano venuti a combattere, era durissima, disperata, e gli interessi personali passavano in secondo piano dinanzi al bene supremo della Patria che essi volevano unita e libera.

La difesa di Castelmorrone

Primo ottobre 1860, ore 4 antimeridiane. Il comandante del Battaglione, Maggiore Pilade Bronzetti, attendeva tranquillo ed impavido la difficile ora che si stava avvicinando.

Schizzo topografico della battaglia di Castelmorrone

Tutto taceva in quella mattina di ottobre, gli uomini riposavano spossati da tante fatiche mentre il loro comandante vegliava.

All’improvviso una viva fucilata ruppe la pace e il riposo degli uomini.

Mentre tutti si levano in piedi pronti ad impugnare le armi, il cannone cominciò a rombare furioso sulle alture di S. Angelo.

Afferrato il cannocchiale, Pilade Bronzetti osservò e vide un forte nucleo di soldati muoversi girando a ridosso della posizione ma non riuscì a distinguere se si trattava di truppe borboniche o garibaldine.

Ad ogni buon conto radunò i suoi uomini ed ordinò a tutti di tenersi pronti ad ogni evenienza.

Trascorse così un’ora intera di tesa aspettativa e di ansia.

Verso le 5, in direzione dell’abitato di Limatola, si udirono nuovamente colpi di arma da fuoco.

Il Maggiore, senza attendere oltre, inviò il Caporale Francesco Monti all’Annunziata con l’ordine per il Capitano Bianchi di spingere qualche pattuglia in ricognizione lungo la strada che conduceva all’abitato sul Volturno, già occupato dai regi, per sapere cosa esattamente stesse accadendo; appena partito il Caporale, una forte colonna nemica spuntò sulla strada di Limatola ed il Maggiore Bronzetti inviò il Sergente Carlo Barberini con una pattuglia a S. Leucio per informare il Generale Gaetano Sacchi, comandante della Brigata schierata tra S. Leucio e Morrone, dell’imminente pericolo e poi ordinò al Sottotenente Luigi Tomba di raggiungere le compagnie garibaldine del Capitano Bianchi che presidiavano l’Annunziata, raccomandando loro di difendere il lato destro di Castelmorrone, per evitare il pericolo di accerchiamento e mantenere ad ogni costo il controllo della strada per Caserta.

Ma gli eventi precipitarono.

Alle 6 improvvisamente due granate caddero nel cuore della roccaforte garibaldina e vennero accolte dai Bersaglieri con il grido di “Viva l’Italia”.

Bronzetti, accorso sugli spalti dell’antico castello, vide che i nemici avevano disposto, attorno alla sua posizione, 8 pezzi di artiglieria rigata da montagna che cominciarono ben presto a martellare incessantemente i valorosi Bersaglieri.

Nel frattempo, una parte della colonna nemica, disposta su tre aliquote successive, girò intorno all’altura e la strinse d’assedio. 205 uomini tra ufficiali e soldati, dovevano affrontare il fuoco e l’impeto di forze nemiche di circa cinquemila uomini.

Un altro momento della battaglia del Volturno

Intorno alle 6 e 30, il fuoco dei moschetti aumentò d’intensità; il nemico diviso in colonne, iniziò una cauta salita sul colle di Castelmorrone.

Pilade Bronzetti, ben sapendo le disperate condizioni in cui si trovava il suo piccolo reparto, ordinò ai suoi uomini di non rispondere, per il momento, al fuoco nemico: era assolutamente necessario risparmiare i colpi dato che le munizioni erano scarsissime.

I Borbonici, non percependo risposta alla loro intensa fucileria, presero maggior lena ed ardire e si spinsero sino a metà della collina.

Ivi il terreno era interamente scoperto e gli assalitori distavano solo poche decine di metri; era giunto quindi il momento di iniziare la difesa sicuri di non sbagliare i bersagli.

I Garibaldini aprirono un fuoco preciso e intenso e i Borbonici furono costretti a ripiegare su più sicure posizioni.

Segue qualche minuto di calma generale e mentre gli assalitori riunivano le loro forze, Pilade Bronzetti chiamò a sé il Maggiore Mirri e insieme discussero sulla situazione.

Conveniva ritirarsi rapidamente, tenendo impegnato il nemico con azioni di disturbo e in continue scaramucce, portando così in salvo gli uomini e cercando di raggiungere le più forti posizioni garibaldine a S. Leucio, o era preferibile restare sul posto trattenendo il nemico inchiodato al colle di Castelmorrone quanto più a lungo possibile?

Mentre i due ufficiali, perplessi e indecisi non sapevano quale decisione prendere, alcuni colpi di fucile provenienti da una posizione situata alle loro spalle, attirarono la loro attenzione.

Scrutando la zona, i due ufficiali si accorsero che i Garibaldini dell’Annunziata, che avrebbero dovuto difendere il lato destro di Castelmorrone, ubbidendo evidentemente ad ordini superiori, si erano ritirati abbandonando la loro posizione.

Il momento era gravissimo: il I Battaglione Bersaglieri, accerchiato completamente, era in balia del nemico.

Il comandante del Battaglione, che ben conosceva lo schieramento delle truppe di Garibaldi in vista della battaglia decisiva, scatenatasi da alcune ore lungo tutto il fronte, comprese quale compito fosse il suo: doveva difendere ad ogni costo la posizione affidatagli, tenendo impegnate il più a lungo possibile le colonne borboniche che non dovevano, a nessun costo, raggiungere le truppe dislocate sulla via che conduceva a Caserta.

La decisione tremenda fu presto presa, in piena coscienza e con assoluta dedizione alla causa italiana: l’ordine era questo: “battersi sino all’ultimo soldato”.

I 200 Bersaglieri accolsero le parole del loro comandante con serenità e fermezza e si prepararono a morire piuttosto che cedere un solo metro.

L’epilogo

La lotta infuriò ben presto feroce e senza quartiere. I Borbonici del 6° Reggimento “Farnese”, comandato dal coraggioso Maggiore Domenico Nicoletti, che avevano fretta di spazzar via quel pugno di uomini e di proseguire la marcia verso Caserta, sferravano attacchi su attacchi, incuranti delle enormi perdite subite.

Castelmorrone era bombardata con insistenza dai pezzi di artiglieria, era dilaniata, roccia per roccia, metro per metro, dalla lotta senza pietà, in cui i contendenti erano impegnati.

Terminata anche l’ultima pallottola, i Bersaglieri ebbero un attimo di indecisione: come potevano continuare a combattere senza armi?

La morte di Pilade Bronzetti

Ma guardandosi attorno videro alcuni grossi massi avanzi dell’antico castello diroccato ed ebbero un’idea geniale.

Tutti coloro che erano ancora in grado di reggersi in piedi, presero a smuovere i grossi macigni, facendoli precipitare sulle truppe nemiche, sparse lungo le pendici del colle.

Questa lotta di nuovo genere durò oltre un’ora ed inflisse altre perdite agli assalitori ma non riuscì, naturalmente, a fermarli.

Quando sullo spiazzo più alto di Castelmorrone non rimase più una sola pietra, i Garibaldini, riuniti in piccoli gruppi dai loro ufficiali, affrontarono il nemico, giunto ormai sul parapetto della roccaforte, con le baionette in pugno.

I soldati regi al grido di “viva il Re” riuscirono a conquistare il piano della sommità dell’altura spingendosi fin sotto le mura che cingevano il santuario ed i resti del diroccato castello.

Fu una lotta feroce, un’orrenda carneficina che durò una interminabile ora. Colpiti quasi tutti, sanguinanti, privi ormai di forze dopo più di quattro ore di disperata difesa, i Bersaglieri del I Battaglione erano ridotti ad un pugno di creature disperate.

Pilade Bronzetti, in mezzo ai suoi soldati sin dal primo momento, sempre primo nella lotta, vide che ormai conveniva cedere le armi.

Posta sulla sua sciabola una tovaglia bianca tolta dall’altare del santuario, nel mezzo della mischia gridò ad alta voce “prigionieri”.

Ma in quel preciso istante, nella concitazione dello scontro, un soldato nemico ferì al collo con un colpo di baionetta il comandante garibaldino.

Furente per la rabbia e il dolore, l’eroico maggiore riprese a tirare colpi con la sua sciabola finchè colpito al petto da più pallottole pochi istanti dopo giaceva senza vita accanto ai suoi soldati.

Qua e là, lungo gli spalti del castello, sulla piazza della rocca, qualche bersagliere resisteva ancora; altri stremati e più volte feriti, chiedevano la resa.

Un Bersagliere, raccolto il cencio bianco e legatolo alla meglio al suo fucile, si arrampicò su un poggio per sventolare il bianco vessillo in segno di resa, ma una scarica di fucileria lo fermò per sempre; il Bersagliere Giovanni Fasoli recuperò la bandiera bianca ed al suo incessante sventolio terminò il cruento scontro.

Tra gli altri si arrendeva anche il Maggiore Giuseppe Mirri, il compagno di Bronzetti, il soldato che lasciò la più precisa testimonianza scritta della tremenda battaglia di Castelmorrone.

Alle tre del pomeriggio, sul luogo della battaglia regnava un lugubre silenzio, rotto solo dai gemiti dei feriti e dai pianti dei superstiti.

In lontananza, verso Caserta, rombava il cannone e su tutto il fronte del Volturno, dopo ore di incertezza e di locale prevalenza nemica, Giuseppe Garibaldi vedeva profilarsi all’orizzonte una nuova sfolgorante vittoria: gli eroi di Castelmorrone, dopo tante lotte e tanto sangue, riposavano nel sonno eterno dei martiri.

Pilade Bronzetti, fedele e scrupoloso esecutore degli ordini ricevuti, con la sua ostinata ed estrema difesa dell’avamposto di Castelmorrone, che aveva preferito morire con tutti i suoi, piuttosto che arrendersi, era stato uno degli artefici del successo garibaldino sul Volturno ma non avrebbe potuto godere del premio meritato: il suo corpo martoriato e gelido attendeva solo che due mani pietose lo coprissero con quella terra che aveva così disperatamente difeso, nel nome dell’Italia e della libertà.

Il monumento a Pilade Bronzetti a Castelmorrone

Lo stesso Garibaldi riconobbe l’importanza dell’azione del Maggiore Bronzetti consegnandolo alla storia come il moderno Leonida alle Termopili di Morrone.

I resti dell’eroe, custoditi per circa 40 anni prima da Matteo Renato Imbriani e, dopo la sua scomparsa, dalla fedele consorte Irene Scodnik, vennero consegnati il 27 settembre 1921 alla città di Trento che accolse con tutti gli onori le spoglie di questo giovane, divenuto con il fratello maggiore, il simbolo del patriottismo tridentino.

La figura di questo eroe è ancora oggi attuale e moderna, al pari di ogni vita vissuta, in tutte le epoche storiche, in conformità a valori e ideali senza tempo.

Una vita scandita da principi forti, da incrollabili ideali, da una incredibile abnegazione e spirito di servizio, è sempre attuale, in tutte le epoche ed in ogni società, maggiormente in quelle ferite da tenebrosi vuoti ideali.

 

*Generale di Divisione (Ris) 

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