Stati Uniti contro Venezuela: L’operazione americana nei Caraibi. Chi sostiene Washington nella pressione militare su Nicolas Maduro

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Il crescente dispiegamento militare degli Stati Uniti nei Caraibi non è un’iniziativa isolata.

È il tassello più visibile di una strategia più ampia: circondare il Venezuela, aumentare la pressione su Nicolas Maduro e costruire una rete di cooperazione regionale che legittimi l’azione americana con la narrativa della lotta al narcotraffico.

Il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro

A sostegno di Washington si è formata una costellazione eterogenea di Paesi, ciascuno con motivazioni politiche, economiche e strategiche differenti.

Trinidad e Tobago: La fine della neutralità e la scelta di campo

Trinidad e Tobago è diventata il principale alleato operativo degli Stati Uniti.

La sua vicinanza geografica al Venezuela e la disputa territoriale tra Caracas e Georgetown hanno spinto il Governo a rompere una lunga tradizione di equilibrio.

La premier Kamla Persad-Bissessar ha espresso un sostegno totale, arrivando a dichiarare che le forze americane dovrebbero eliminare con la forza i trafficanti di droga.

Kamla Persad-Bissessar, capo del Governo di Trinidad e Tobago

La possibilità di concedere agli Stati Uniti l’uso del territorio in caso di un’aggressione venezuelana alla Guyana segna un cambio strategico: Trinidad si posiziona ormai stabilmente nel campo statunitense, anche a costo di congelare accordi energetici con Caracas.

Guyana: Tra minacce vecchie e nuove, un interesse diretto alla protezione

La Guyana è uno dei Paesi più vulnerabili dell’area.

La disputa territoriale con il Venezuela, riesplosa a più riprese, la spinge a rafforzare la cooperazione militare con gli Stati Uniti. Georgetown sostiene pienamente il dispiegamento americano, inserendolo in un quadro di lotta alla criminalità transnazionale e al narcotraffico.

Washington, a sua volta, considera la Guyana un partner chiave e un avamposto per il controllo dell’area settentrionale del Sud America. La visita del comandante del Comando Sud, l’ammiraglio Alvin Holsey, conferma che per gli Stati Uniti la sicurezza della Guyana è parte integrante della pressione strategica su Maduro.

El Salvador: Una collaborazione più discreta ma strategica

El Salvador non ha assunto una posizione politica pubblica, ma offre un supporto logistico di alto valore.

L’avvistamento dell’aereo d’attacco AC-130J nella base di Comalapa segnala un ampliamento dell’uso dello spazio salvadoregno da parte delle forze statunitensi.

L’SAC 130I in volo (Credit U.S. Air Force photo/Senior Airman Julianne Showalter – United States Air Force)

La piattaforma permette agli USA di monitorare una vasta area del Pacifico, dove transita una buona parte della cocaina diretta verso Nord. Pur non commentando apertamente, il Presidente Nayib Bukele ha un rapporto stretto con Washington e si allinea alle esigenze operative americane, soprattutto nel quadro della sicurezza regionale.

Panama: Cooperazione tecnica, ambiguità politica

Panama, pur cercando di mantenere un profilo prudente per evitare frizioni con Caracas, ospita esercitazioni e programmi di addestramento condotti dagli Stati Uniti.

Il Governo di José Raúl Mulino insiste sulla natura “non ostile” delle operazioni, ma il memorandum firmato con Washington nel 2024 ha di fatto ampliato la presenza militare americana.

Il capo del Governo di Pamana, José Raúl Mulino

Il ritorno dell’addestramento alla guerra nella giungla, assente da oltre vent’anni, indica un rafforzamento della proiezione statunitense. Per Panama si tratta di un equilibrio delicato: cooperare senza apparire coinvolta nella strategia di pressione contro il Venezuela.

Repubblica Dominicana: Un sostegno operativo nella lotta al narcotraffico

La Repubblica Dominicana partecipa attivamente alle operazioni antidroga legate alla campagna americana. Le autorità collaborano con la DEA e hanno effettuato sequestri coordinati nell’ambito dell’Operazione “Southern Spear”.

Il sostegno dominicano si concentra soprattutto sul controllo marittimo e sullo smantellamento delle reti di traffico, un ambito che Washington usa come giustificazione principale del suo dispiegamento nei Caraibi.

Porto Rico e le basi americane: L’architettura militare degli Stati Uniti nella regione

Porto Rico, territorio americano, resta la piattaforma logistica più importante.

La Base di Roosevelt Roads, riattivata dopo anni di inattività, ospita manovre anfibie e movimenti di truppe.

Le altre grandi Basi della regione, Guantanamo a Cuba e Soto Cano in Honduras, operano invece in un contesto politico ostile: L’Avana denuncia apertamente il dispiegamento, mentre Tegucigalpa ha minacciato in passato di limitarne l’uso.

Il fronte politico sudamericano: Dove l’allineamento è più ideologico che operativo

Alcuni Paesi sudamericani – Ecuador, Paraguay e Argentina – offrono un sostegno più politico che militare.

La designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica è un segnale di allineamento alla narrativa statunitense, utile a consolidare i rapporti con Washington e a rafforzare la propria posizione interna contro la criminalità organizzata.

Conclusione: Un mosaico complesso che riflette la nuova geopolitica latinoamericana

Il dispiegamento americano nei Caraibi non è soltanto un’operazione militare: è un test sulla capacità di Washington di costruire consenso regionale in un continente dove l’influenza cinese, russa e iraniana si è ampliata negli ultimi anni.

Le risposte dei Paesi latinoamericani rivelano un sistema regionale frammentato, in cui la pressione americana, le paure locali e gli interessi economici si intrecciano, ridisegnando la posizione dell’intero continente nella competizione tra grandi potenze.

*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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