Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. La decisione del Tesoro statunitense di rimuovere la Siria dalla lista delle sanzioni rappresenta una svolta politica e strategica di grande rilievo.

Dopo oltre vent’anni di restrizioni, introdotte nel 2004 e rafforzate nel pieno della guerra civile, gli Stati Uniti scelgono di riaprire formalmente le porte al commercio e agli investimenti con Damasco.
La scelta arriva a pochi mesi dal crollo del regime di Bashar al-Assad, rovesciato nel dicembre scorso da una rapida offensiva di Hayat Tahrir al-Sham, che ha portato all’ascesa del nuovo presidente di transizione Ahmad al-Sharaa.
Il segnale è chiaro: con Assad fuori scena, Washington è pronta a inaugurare una nuova fase, legittimando di fatto le nuove autorità siriane e scommettendo su una ricostruzione che può ridisegnare gli equilibri regionali.
La cornice politica e diplomatica
Il provvedimento, annunciato dall’Office of Foreign Assets Control, sospende per 180 giorni il Caesar Act, la legge del 2019 che aveva reso quasi impossibile qualsiasi rapporto economico con Damasco.
L’abrogazione definitiva richiederà il voto del Congresso, ma intanto la sospensione apre una finestra per riattivare i legami commerciali.
Non è un caso che la decisione sia arrivata subito dopo la visita a Damasco di una delegazione bipartisan del Congresso, accompagnata dall’inviato speciale Tom Barrack.

Gli incontri con al-Sharaa e con leader religiosi e civili hanno voluto trasmettere un messaggio: la nuova Siria deve presentarsi come un Paese capace di garantire pluralismo, sicurezza e stabilità. Solo così potrà diventare un partner accettabile per gli Stati Uniti e per l’Occidente.
Gli interessi economici in gioco
Dietro la retorica della pace e della stabilità, emergono con forza gli interessi economici.
Alcune grandi aziende americane hanno già annunciato la loro intenzione di tornare in Siria.
Baker Hughes, Hunt Energy e Argent LNG hanno firmato accordi per sviluppare un piano generale del settore energetico siriano, puntando su petrolio, gas e ricostruzione della rete elettrica.
Dopo quattordici anni di conflitto devastante, il Paese ha bisogno di rifare le proprie infrastrutture, e questo apre enormi opportunità di business.
Per le imprese americane, la Siria post-Assad è un mercato da conquistare: giacimenti di gas ancora sfruttabili, necessità di centrali elettriche moderne, impianti di raffinazione da ricostruire.
Per Washington, assicurarsi una posizione dominante significa anche ridurre lo spazio di manovra di Russia, Iran e Cina, che negli anni scorsi hanno occupato settori strategici dell’economia siriana.
La dimensione strategica
La revoca delle sanzioni non riguarda soltanto il commercio.
È un messaggio politico all’intera regione. L’America segnala di voler tornare protagonista nel Levante, dopo anni di presenza opaca e condizionata dalla guerra.
In questo quadro, la Siria può diventare un tassello di un più ampio disegno: un Medio Oriente nel quale gli Stati Uniti intendono ribilanciare la propria influenza, contrastando l’espansione iraniana e limitando le penetrazioni cinesi.
La mossa americana offre inoltre un sostegno indiretto a quei Paesi arabi che hanno già iniziato un percorso di riavvicinamento a Damasco, come Emirati Arabi e Arabia Saudita, desiderosi di reinserire la Siria nel sistema regionale per stabilizzare il Medio Oriente e isolare Teheran.
Le incognite politiche
Resta da vedere se la nuova leadership di Damasco saprà mantenere il potere in un Paese stremato, ancora diviso e pieno di rivalità interne.
Hayat Tahrir al-Sham, da movimento jihadista, ha dovuto trasformarsi in forza politica di transizione: un passaggio delicato, che suscita diffidenze dentro e fuori la Siria. Senza una reale inclusione delle varie componenti etniche e religiose, il rischio è che la nuova Siria nasca già fragile e ostaggio di conflitti irrisolti.
Gli Stati Uniti puntano su al-Sharaa per dare credibilità a questo processo. Ma la capacità del nuovo governo di garantire sicurezza e ordine resta tutta da verificare.
Tra ricostruzione e geopolitica
La partita siriana non è solo economica né solo diplomatica.
È una sfida geopolitica che intreccia energia, ricostruzione e nuove alleanze.
Per le aziende occidentali, è il momento di entrare in un mercato devastato ma pieno di potenzialità.
Per gli Stati Uniti, è il tentativo di impedire che altri attori – Iran, Russia, Cina – continuino a raccogliere i frutti di una guerra lunga e sanguinosa.
Il futuro della Siria post-Assad si giocherà dunque su due tavoli: quello interno della pacificazione e della convivenza, e quello esterno della competizione tra potenze.
La decisione americana di togliere le sanzioni mostra che, per Washington, la priorità è non restare esclusa da questa partita.
*Presidente Centro Studi Cestudec
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