Stati Uniti: Washington corteggia Haftar tra petrolio, elezioni e Forze Speciali. Un incontro che pesa più delle fotografie

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Domenica scorsa, a Bengasi (Libia), una delegazione statunitense ha incontrato Saddam Haftar, vice comandante delle Forze dell’Est e figlio del Feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Messa così sembra la solita diplomazia di “contatto con tutti”.

Feldmaresciallo Khalifa Haftar.

In realtà è un segnale politico: gli Stati Uniti stanno cercando di rimettere ordine nella loro presenza libica, ma senza scegliere apertamente un vincitore.

Vogliono parlare con Tripoli e con Bengasi, con il potere civile riconosciuto e con quello militare che controlla territorio, confini, snodi energetici e una parte decisiva degli equilibri interni.

La scelta del nome, poi, non è casuale.

Non è un colloquio con “l’anziano uomo forte” e nemmeno con un semplice emissario: è un contatto con la generazione che può garantire continuità operativa e disciplinare le catene di comando.

Tradotto: se la Libia resta divisa, Washington vuole almeno evitare che quella divisione diventi un buco nero ingestibile.

La Libia al centro della Geopolitica

Il petrolio come linguaggio comune

Il viaggio a Bengasi arriva dopo la tappa a Tripoli e dopo la partecipazione al vertice energetico libico, dove sono stati annunciati accordi e memorandum tra aziende statunitensi e la compagnia petrolifera nazionale.

Qui sta il punto: gli Stati Uniti stanno usando il settore energetico come leva di stabilizzazione e come moneta di scambio politica.

Aumentare la produzione fino a livelli molto elevati non è solo una promessa industriale. È una scommessa geopolitica. Più produzione significa più entrate e più margini per comprare consenso interno, pagare apparati, ridurre la tentazione di bloccare terminal e oleodotti per negoziare rendite.

Libia, l’Eden del petrolio

Ma significa anche che la Libia torna a essere una variabile rilevante nel mercato mediterraneo: non sostituisce altri fornitori, però sposta il baricentro delle trattative, rende più elastici i prezzi regionali e dà all’Europa un’opzione in più in un contesto energetico sempre meno prevedibile.

C’è anche un’altra dimensione: quando Washington spinge le proprie aziende, manda un messaggio agli altri attori esterni. A Parigi dice “ci siamo anche noi”; agli Emirati e all’Egitto suggerisce “non siete gli unici a parlare con l’Est”; a Mosca segnala “l’energia libica non deve diventare la cassaforte politica di un campo antioccidentale”.

La stabilità “a due binari”: economia e calendario politico

Il discorso pubblico resta quello della riconciliazione e delle elezioni. Ma in Libia le elezioni sono sempre un traguardo evocato e rinviato, perché prima bisognerebbe decidere chi garantisce la sicurezza dei seggi, chi controlla le armi, chi certifica i risultati.

Per questo la strategia americana appare a due binari: da un lato promuovere sviluppo economico e investimenti, dall’altro tenere in vita un processo politico accompagnato dalle Nazioni Unite.

In parallelo, i contatti con la missione ONU servono a mantenere una cornice di legittimità internazionale: la tabella di marcia, i dialoghi “strutturati”, l’idea di ricomporre le fratture istituzionali. È un modo per dire a Tripoli che non c’è un voltafaccia, ma anche per ricordare che la legittimità da sola non basta se non controlli terreno e apparati.

Flintlock e il ruolo delle Forze Speciali

Qui la faccenda diventa concreta.

La preparazione dell’esercitazione Flintlock 2026 in Libia non è un dettaglio tecnico.

È l’uso dell’addestramento come strumento politico. Portare insieme forze dell’Est e dell’Ovest, anche solo per un ciclo operativo, significa provare a creare un minimo di interoperabilità, una grammatica comune, una catena di coordinamento.

Non unificare davvero l’esercito, ma rendere meno probabile lo scontro accidentale e più possibile una gestione condivisa di minacce come terrorismo, traffici, infiltrazioni dal Sahel.

Sul piano militare, la scelta di aree vicine alla linea di frattura ha un valore: indica che la sicurezza del centro geografico libico non può essere lasciata al caso. E soprattutto racconta un’idea occidentale: prima si mette ordine nella sicurezza, poi si tenta il salto politico.

È la logica opposta a quella che per anni ha dominato i comunicati: prima elezioni, poi istituzioni. La realtà libica ha sempre smentito quella sequenza.

L’Italia: vantaggi e rischi di una centralità operativa

Per Roma, l’ipotesi di un ruolo di primo piano nelle attività delle Forze Speciali è un’arma a doppio taglio.

Il vantaggio è evidente: se l’Italia diventa indispensabile nella pianificazione e nell’esecuzione, aumenta il proprio peso politico sul dossier libico e rafforza la credibilità sul fianco sud, cioè sulla rotta dove energia e migrazioni si sovrappongono.

Ma c’è il rovescio: più centralità significa anche maggiore esposizione. Se l’operazione venisse letta in Libia come un tentativo di “mettere il cappello” su un processo interno, rischia di alimentare sospetti e reazioni.

E se l’equilibrio tra Est e Ovest saltasse, l’Italia si troverebbe coinvolta in un campo minato in cui ogni gesto viene interpretato come schieramento.

Russia e influenza: la partita dell’Est

L’ombra lunga della presenza russa in Cirenaica resta un tema chiave. Non tanto perché Mosca debba necessariamente “vincere” in Libia, quanto perché le sue strutture sul terreno offrono a Haftar un’assicurazione politica e militare.

Per Washington, ridurre quella dipendenza non significa cacciare i russi domani mattina: significa rendere più conveniente, per l’Est, diversificare i propri sponsor. E il petrolio, ancora una volta, è il ponte più praticabile.

In questo senso il corteggiamento americano a Bengasi è un’operazione di sottrazione: togliere spazio, togliere esclusività, togliere la tentazione di trasformare l’Est in un avamposto stabile di potenze esterne.

La diplomazia regionale: Tunisi senza la Libia

Il meccanismo di consultazione tra Tunisia, Algeria ed Egitto, ripreso dopo anni, rivela un altro dato: la regione prova a gestire la Libia come “problema comune”, ma senza la Libia al tavolo rischia di produrre solo irritazione.

Tripoli, già fragile, non può accettare che si parli del suo futuro come di un dossier amministrativo. È una questione di sovranità formale, ma anche di sopravvivenza politica: chi governa a Tripoli deve dimostrare di non essere commissariato.

E qui emerge la contraddizione strutturale: tutti vogliono una Libia stabile, ma nessuno vuole che l’altro controlli il processo.

I beni congelati: la leva finanziaria come strumento politico

Il tema dei beni libici congelati dall’epoca della caduta del vecchio regime è un’altra carta enorme.

Sbloccarli, anche parzialmente, significa mettere nelle mani del governo di Tripoli un potere di spesa capace di consolidare alleanze interne e di premiare reti fedeli. In un Paese dove la politica è spesso gestione di rendite, liquidità e salari pubblici, la finanza è potere puro.

È anche un terreno di negoziazione con Washington: la Libia offre investimenti, contratti, accesso energetico; gli Stati Uniti possono offrire sponde politiche e canali per muovere asset. Ma ogni dollaro che torna in circolo cambia i rapporti di forza interni, e può irrigidire l’Est se lo percepisce come un’operazione di accerchiamento economico.

Perché è importante: la Libia come barometro mediterraneo

Questa vicenda conta per tre ragioni.

Primo: l’energia. Se davvero la Libia aumenta produzione e stabilizza flussi, il Mediterraneo cambia equilibrio, e l’Europa guadagna una leva in più nel gioco delle dipendenze.

Secondo: la sicurezza. Una Libia che coordina almeno in parte le proprie forze e riduce la porosità verso Sahel e Sudan significa meno spazio per traffici, milizie e reti jihadiste. Non è una garanzia, ma è una differenza reale.

Terzo: la geopolitica delle influenze. Chi riesce a essere “partner necessario” in Libia guadagna un punto d’appoggio sulla frontiera più sensibile dell’Europa: quella dove passano energia, migrazioni, competizione tra potenze e instabilità africana.

In sintesi: l’incontro a Bengasi non è un gesto di cortesia diplomatica.

È un tentativo americano di rientrare in una partita che, per anni, è stata gestita a colpi di mediazioni incompiute e di sponsor esterni concorrenti. E quando gli Stati Uniti tornano a mettere piede sul terreno, in Libia, di solito non lo fanno per turismo.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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