Storia della guerra: non svendiamo il nostro passato in nome del politicamente corretto

Di Marco Petrelli

ROMA. In Italia la storia della guerra è studiata pochissimo. E in alcuni Atenei le cattedre d’insegnamento di questa fondamentale disciplina storica rischiano di saltare per assenza di docenti.

Tragedia, nel vero senso della parola: nel resto d’Europa ed oltreoceano la storia della guerra è apprezzata al pari di quella della letteratura, dell’arte, della filosofia. La guerra d’altronde è un fenomeno sociale che, nei millenni, ha influenzato tutti gli aspetti della società umana.

Ma a noi italiani, appunto, non interessa.

A me piace la storia antica.

Essendo poco trattata, la storia della guerra viene percepita con sospetto. Chi è lo storico della guerra? Un fanatico, uno che vive tra soldatini e carri armatini, un militare mancato? O uno che non ha trovato di meglio?

A chi risponde, ad esempio, di preferire la storia antica, vale la pena ricordare che eventi quali le guerre persiane e quelle del Peloponneso, così come le campagne militari romane hanno “partorito” pietre miliari della polemologia, ad esempio Le guerre del Peloponneso di Tucidide e il De Bello Gallico di Giulio Cesare.

Giulio Cesare

E chiunque abbia studiato a scuola il greco e il latino conosce perfettamente il ruolo dei conflitti nello sviluppo delle società antiche, nonché le opere letterarie e storiche ad essi ispirate.

Il passato bellico di civiltà e imperi fa dunque parte dello studio stesso della storia. Può non piacere, può essere considerato di nicchia ma fa sempre capolino in ogni tomo accademico.

Di fronte all’Allegoria della battaglia di Lepanto di Paolo Veronese un critico d’arte non può non conoscerne il soggetto e il suo significato.

Allegoria della battaglia di Lepanto (Gallerie Accademia di Venezia)  – Di Didier Descouens – (Opera propria, pubblico dominio)

Perché ti interessa?

Altra, agghiacciante domanda. In Italia già solo se ti piace il passato sei percepito come “strano”, figuriamoci se quell’interesse si concentra su un vecchio bunker, un rifugio anti aereo, una scritta muraria che campeggia sulla facciata di un edificio istituzionale.

Si parla tanto di integrazione e di pari diritti. Bene: sapete qual è stata la prima Nazione occidentale a avere un comandante d’origine africana? L’Italia, nella Prima Guerra mondiale.

Si chiamava Iwolde Selassié, nome poi italianizzato in Domenico Mandelli.

Iwolde Selassié, nome poi italianizzato in Domenico Mandelli con l’uniforme della Milizia

Era un tigrino adottato da un ufficiale italiano originario di Parma. Dopo aver frequentato la Regia Accademia di Modena, Iwolde/Domenico comandò il IX Battaglione Arditi nella Grande Guerra, durante la quale fu anche pilota militare.

Alcuni pugnali utilizzati dagli Arditi

Poiché il Regio Esercito era pronto a un Colonnello d’origine africana ma non a un Generale (mancanza diffusa all’epoca sia nei Paesi democratici sia in quelli autoritari) fu la Milizia fascista ad offrirgli il grado di Console generale.

Un comandante della Milizia di Mussolini africano!

Sì, ma lo scopo?

Se è vero che Video kills the Radio stars, la politica di partito e la sua grande influenza sulla vita civile ha intaccato la capacità di analisi del nostro Popolo sul suo passato.

Ogni tentativo di approfondimento di capitoli ancora da raccontare viene infatti etichettato come “revisionismo”.

Benché il revisionismo non sia invenzione degli ultimi anni, in Italia sembra assumere la medesima connotazione negativa che le fu data nel 1956 al XX Congresso del Partito Comunista sovietico, quando Nikita Krushev denunciò i crimini dello stalinismo revisionando, così, il mito di Stalin.

Nikita Krusciov e Nasser

Un termine quanto mai politico e di ben chiara estrazione ideologica…

Uno storico certamente neutrale, Marc Bloch (assassinato dalla Gestapo), nel suo Apologia della Storia o mestiere di storico definisce la Storia una Scienza, perché è fondamentale ricorrere ad un approccio scientifico per studiare gli eventi, risalire alle fonti e saperle analizzare.

Marc Bloch

Nessuno dunque dovrebbe pretendere che lo storico si allinei a verità più o meno ufficiali: sarebbe come dire che il mondo è piatto solo perché fa piacere ad un segretario di partito.

Ostaggi del politically correct

La sconfitta militare nella Seconda Guerra mondiale ha fatto sì che vertici politici fascisti, monarchia e Forze Armate fossero additate quali unici responsabili della disfatta.

Non è esattamente così, poiché gli italiani sono stati vittime e nel contempo complici del regime.

E non lo diciamo noi, semmai due generazioni di storici e di giornalisti italiani che, quando passate a miglior vita, sono state rapidamente dimenticate insieme ai loro studi e alle loro testimonianze.

Inseguendo il falso mito di una scuola libera, evidenziando il ruolo di una cultura ormai svuotata di ogni suo contenuto e valore, la politica nostrana ha contribuito ad alimentare un disinteresse per quella curiosità e quel desiderio di conoscenza che sono alla base della cultura.

Non solo i titoli, la curiosità! L’approssimazione è diventata il nuovo credo, tutti oggi possono improvvisarsi storici, giornalisti, opinionisti e commentatori, nascondendosi dietro la libertà d’opinione ed inondando il Web di contenuti che hanno l’unico scopo di fare presa.

E’ così che la nostra guerra 1940-1943 è stata cancellata dalla memoria collettiva perché guerra fascista.

Stessa cosa per le campagne coloniali e per l’intervento militare in Spagna.

Anziché promuoverne contestualizzazione e studio, si è preferito usarle per condannare qualcosa che, oltre ad essere già stato condannato dalla Storia stessa, ha la stesse probabilità di tornare in vita di un Vlad Tepes e di un Gengis Khan.

Inoltre, ostaggi del politicamente corretto, il nostro interesse per i fatti d’arme del giugno 1940-settembre 1943 va sempre preceduto da una dura e netta condanna, onde evitare di essere etichettati come “nostalgici” della dittatura.

Ma la vera dittatura è quella della mancanza di conoscenza.

I miti dei social, l’idea di un aspetto perfetto, l’esigenza di essere trendy, green e hi- tech sono la riproposizione in chiave moderna del Festa, Farina e Forca di borbonica memoria.

Il popolo non deve porsi domande, analizzare, studiare, solo ubbidire.

E per far questo è necessario cancellare il passato e trasformare l’effimero nel vello d’oro da adorare.

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