STORIA: LA CATTURA DEL PIROSCAFO “CAGLIARI” E IL RUOLO DELLE GUARDIE DEI DAZI INDIRETTI DELLE DUE SICILIE (1857 – 1858)

Di Gerardo Severino*

SALERNO (nostro servizio particolare). La punta di Licosa, nella parte meridionale del Golfo di Salerno, oltre ad essere stata baciata dalla storia sin dal periodo classico, è anche legata alla triste vicenda di Carlo Pisacane, la cui spedizione per la liberazione del Mezzogiorno d’Italia ebbe inizio con le stesse modalità seguite, nel 1855, dall’esule Antonio Panizzi.

Punta Licosa in una cartolina degli anni Sessanta (Collezione dell’Autore)

Il Panizzi, infatti, aveva organizzato un blitz sull’isola di Santo Stefano, tentando, invano, di liberare i prigionieri politici.

L’idea fu, quindi, ripresa dal Pisacane, durante il soggiorno a Torino nel 1856, previo accordo con Giuseppe Mazzini.

Pisacane prese, dunque, contatto con i repubblicani napoletani, invitandoli ad affrettare i tempi.

Dopo un primo tentativo, andato fallito il 10 giugno 1857, il 25 dello stesso mese, Carlo Pisacane e i suoi volontari s’imbarcarono sul piroscafo “Cagliari”, di proprietà della Compagnia Rubattino, il quale collegava ogni 15 giorni Genova a Tunisi.

Poiché il piano originale prevedeva che una piccola goletta armata, guidata da Rosolino Pilo, avrebbe intercettato il “Cagliari” in navigazione, verosimilmente nelle acque di Capo Licosa, ipotesi che non si sarebbe verificata a causa del maltempo, i patrioti del Pisacane s’impossessarono dei fucili rinvenuti sul brigantino e dirottarono il “Cagliari” nel pomeriggio del giorno 27.

Sbarcati sull’isola di Ponza lo stesso giorno, furono liberati 323 carcerati, con i quali si riprese immediatamente la navigazione verso Sud.

Secondo alcuni storici, la prima destinazione della spedizione era proprio Castellabate, comune che si era particolarmente distinto durante i moti rivoluzionari del 1848 dilagati poi in tutto il Cilento, e che in quel contesto era pressoché sguarnito di truppe.

Sempre a Punta Licosa, almeno secondo alcuni storici locali, la nave del Pisacane sarebbe stata attesa da circa trecento volontari, fra i quali il patriota Annibale Pepi, con i quali probabilmente si erano accordati i Comitati rivoluzionari di Napoli e Salerno.

Sull’argomento, Monsignor Alfonso Maria Farina, storico di Castellabate scrisse infatti che: “Nel 1857 dal leggendario scoglio decine di patrioti castellabatesi assistettero sgomenti agli inutili sforzi del Cagliari che tentava di approdarvi. Ma l’infuriare della tempesta l’obbligava a far rotta verso Sapri”[1].

Sembrerebbe, a questo punto, che anche in questo caso furono proprio le cattive condizioni atmosferiche a rendere impossibile un approdo nella cala di Licosa, costringendo così il “Cagliari” a desistere dall’impresa e di tentare ancora verso Sud.

Riguardo al primo caso, quello relativo probabilmente alla goletta del Rosolino Pilo, il documento numero 19, pubblicato nel 1858 nella raccolta degli atti del Parlamento inglese, cita chiaramente tale ipotesi, nell’ambito del cosiddetto “Altro piano dé Ribelli” [2], che prevedeva comunque la liberazione dei detenuti di Ponza, evidenziando quanto segue: “Il vapore partirà da Londra con venti uomini armati, duecento fucili, ed un poco di munizione. Nelle acque dell’isola di Licosa, prima di entrare nel canale di San Bonifacio [3], troverà una goletta con altri uomini armati, dodicimila cartucce, e forse qualche altro numero di fucili, se Giorgio li darà (si riferisce al sovrano inglese). Nel caso più favorevole, arriveremo a Ponza in quaranta armati, con trecento fucili, e ventimila cartucce. Nel caso più sfavorevole, vi giungeremo in venticinque armati con duecento fucili e poca munizione” [4].

In ogni caso, doppiata quindi Punta Licosa, all’imbrunire del 28 giugno, domenica, gli insorti sbarcarono sulla spiaggia dell’Oliveto (Marina di Vibonati), nei pressi di Sapri.

Qui Pisacane, pur verificando l’assenza dei rivoluzionari napoletani che avevano promesso il loro appoggio, decise di proseguire verso l’interno, nella vana attesa che anche Napoli, Genova e Livorno si sollevassero, così come stabilito.

Il porto di Napoli a metà dell’Ottocento

Gli unici rinforzi giunti da Napoli furono, invece, quelli inviati dal Governo borbonico, il quale spedì in zona, al comando del Brigadiere Giovan Battista Quandel, reparti di truppa e di Gendarmeria, oltre a due Fregate della Marina Reale, le quali la mattina del 29 giugno, procedettero alla cattura del piroscafo “Cagliari”, che dal Golfo di Policastro aveva ripreso il mare.

Il resto è storia nota.

La fine di una spedizione coraggiosa

Il 1° luglio 1857, i rivoluzionari si scontrarono a Padula con i soldati borbonici e le guardie urbane.

Il bilancio fu davvero terribile: su 63 morti, ben 59 erano i  “ribelli”. Carlo Pisacane, ormai sopraffatto, ripiegò verso il mare.

Senza munizioni e privi di vettovaglie, i rivoltosi furono attaccati, il 2 luglio, a Sanza da una cinquantina di persone, in gran parte contadini in mala fede, ovvero memori della crudele repressione borbonica della quale erano stati vittime in occasione dei moti del ‘48.

Pisacane e altri 8 patrioti furono barbaramente trucidati.

Mentre una trentina di rivoluzionari si arrendevano ai gendarmi borbonici, altri 7 uomini furono orrendamente massacrati da una folla di paesani, incitati da un prete.

Depredati di tutti i loro averi, i cadaveri furono in parte sepolti in una fossa comune nei pressi della Chiesa della Santissima Annunziata, a Padula, mentre i caduti di Sanza furono addirittura cremati.

Il tristissimo epilogo dell’eroica spedizione si deve, in parte, anche alla mancata partecipazione dei tanti patrioti cilentani e, con molta probabilità, anche di quelli di Castellabate, sempre che risponda a vero la teoria del Farina.

La sorte del piroscafo “Cagliari”

A tal fine, appare utile ricostruire le vicende successive accadute al vapore “Cagliari”, alle quali potrebbe invece appartenere il ricordo popolare raccolto dal citato Monsignor Farina.

Un’mmagine del piroscafo “Cagliari”

Ricorda, infatti, Vittorio Visalli che: “Il piroscafo che aveva portato quei valorosi al macello, tornando in Sardegna, fu arrestato nelle acque del capo Licosa dalle due fregate napoletane Ettore e Tancredi, partite da Gaeta con quattro compagnie di cacciatori[5].

Dello stesso tenore è il riferimento che ne diede lo storico Niccola Nisco, il quale, nel ricordare che il “Cagliari” si trovava in navigazione tra il Golfo di Policastro ed il Capo Licosa, aggiunse la seguente frase, riferendosi appunto a Licosa: “Ove la mattina seguente venne catturato dalla Fregata napoletana Tancredi”. [6].

La cattura del “Cagliari” avvenne, quindi, proprio nei pressi di Punta Licosa, verso le ore 8,45 del 29 giugno 1857, ad opera delle pirofregate borboniche Tancredi” ed “Ettore Fieramosca”, opportunamente partite dalla base navale di Gaeta, rispettivamente al comando dei Capitani di Fregata Ferdinando Rodriguez e Carlo Longo [7].

L’equipaggio e lo stesso Capitano Antioco Sitzia furono immediatamente fatti prigionieri, mentre la nave, presa a rimorchio dalla “Tancredi”, fu trasferita a Napoli, nella cui darsena fu affidata alla vigilanza delle Guardie dei Dazi Indiretti, sia del contingente di terra che di quelle di mare, che eseguirono l’ordine anche con l’utilizzo dei propri battelli.

Il Capitano Sitzia, interrogato al riguardo, raccontò dinanzi alla Gran Corte Criminale del Principato Citeriore (riunita a Salerno, n.d.r.) delle violenze subite dai rivoltosi e che, appena reso libero a Sapri, si stava dirigendo verso Napoli al fine di rapportare le autorità riguardo l’accaduto.

L’Intendenza Generale della Real Marina napoletana, con istanza del 26 agosto 1857, istituì il giudizio di “buona preda” del battello innanzi alla “Commissione delle prede e dei naufragi”, contro la Compagnia Rubattino e lo stesso Capitano Antioco Sitzia, sostenendo che gli atti ed i fatti commessi dal “Cagliari” erano da considerarsi sia di pirateria che di vera e propria guerra verso il Regno.

Valerio Gibellini: Guardia dei Dazi Indiretti

Ne scaturì un giudizio penale nei confronti dell’intero equipaggio, culminato con la liberazione del personale e la restituzione del “Cagliari”, avvenuta la mattina del 18 giugno 1858, dopo non poche polemiche e pressioni anche di natura diplomatica da parte del Governo piemontese.

Nei 12 mesi esatti durante i quali il “Cagliari” fu ospite dei napoletani nessun danno subì, come, invece, normalmente accadeva per le altre prede belliche, molto spesso letteralmente saccheggiate dal popolo, sempre a caccia di qualcosa da vendere, ovviamente per poter sopravvivere alla endemica fame.

La diuturna vigilanza svolta dai Finanzieri napoletani fu davvero efficace e ci piace farla conoscere ai nostri lettori anche grazie alla riproduzione di un rarissimo disegno a china, realizzato dal Sotto Tenente M. Ernest de Landerse t[8], del 2° Reggimento svizzero, allora di stanza a Napoli, non ancora celebre pittore ritrattista, il quale fu poi pubblicato sulla nota rivista francese L’Illustration. Journal universel.

Ernest de Landerset in età matura

Ebbene, ancora oggi, nonostante siano trascorsi oltre 160 anni da quella triste vicenda legata al nostro glorioso Risorgimento, le Fiamme Gialle continuano ad essere fedeli servitori dello Stato e dell’Erario, spesso impegnate anche in, non sempre facili, servizi di vigilanza, a tutela del patrimonio nazionale, ma anche di beni, sia mobili che immobili, soggetti a temporaneo sequestro, naturalmente in attesa delle decisioni di natura giudiziaria, come è recentemente accaduto in relazione alla guerra russo-ucraina.

NOTE

[1] Cfr. Alfonso Maria Farina, “Castellabate – pagine di storia e antica e moderna”, Cassa Rurale ed Artigiana di Castellabate – Agropoli, 1991.

[2] Il documento n. 19 era contenuto nel cosiddetto “Atto di accusa proposto dal Procuratore del Re presso la Gran Corte Criminale di Principato Citeriore, contro Giovanni Nicotera ed altri molti Detenuti, imputati degli avvenimenti politici verificatesi in Ponza, Sapri ed altri Paesi del Distretto di Sala”.

[3] Si riferisce al Canale o Bocche di Bonifacio, fra Sardegna e Corsica, ove la nave si era indirizzata onde evitare di essere intercettata dalle navi da guerra della Marina borbonica.

[4] Cfr. Great Britain House Commons, “Accounts and papers of the House of Commons”, Londra, anno 1858, Vol. 59, p. 165.

[5] Cfr. Vittorio Visalli, “I calabresi nel Risorgimento italiano: storia documentata delle rivoluzioni calabresi dal 1789 al 1862”, G. Tarizzo e figlio editori, 1891, p. 243.

[6] Cfr. Niccola Nisco, “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824 – 1860)”, A. Marano , Napoli, 1894, p. 458.

[7] Cfr. Lamberto Radogna, “Cronistoria delle unità da guerra delle Marine Preunitarie”, parte IV, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 1981.

[8] Ernest De Landerset (Friburgo, 1832 – Avignone, 1907) fu un affermato pittore, il quale, letteralmente innamorato delle bellezze napoletane, dedicò alla Capitale del Regno delle Due Sicilie importanti opere, Si sarebbe, poi, fermato a vivere a Pescara con la famiglia per molti anni.

*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – Storico Militare. Membro del Comitato di Redazione di Report Difesa

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