Striscia di Gaza: la rivolta anti-Hamas che cambia il conflitto

Di Bruno Di Gioacchino

GAZA. Le proteste anti-Hamas, scoppiate nella Striscia di Gaza tra il 25 e il 26 marzo scorso, segnano un passaggio cruciale nella dinamica del conflitto israelo-palestinese.

Un F-15 dell’IDF in azione su Gaza

 

Per la prima volta in modo così aperto e diffuso, centinaia – e in alcune aree migliaia – di cittadini palestinesi sono scesi in piazza a Beit Lahiya, Shijaiyah e in altre località, sventolando slogan come “Hamas out” e “We want to live”.

Un’immagine delle proteste anti Hamas

Questo è il video delle proteste:

https://www.instagram.com/reel/DHrL-uIJgfU/?igsh=OG1zdWswa213Z25j

Non si tratta solo di una contestazione popolare: è un segnale politico che potrebbe ridefinire gli equilibri interni a Gaza e innescare una nuova fase della crisi.

Dal 25 marzo, le manifestazioni hanno espresso una serie di richieste chiare: la fine della guerra, il superamento del controllo di Hamas, l’affermazione di una leadership civile alternativa, il ritorno dell’Autorità Palestinese e il ripristino di condizioni minime di sopravvivenza.

La reazione di Hamas è stata immediata e durissima: esecuzioni sommarie, rapimenti, torture, minacce ai giornalisti. Una repressione feroce, sintomo di un potere in difficoltà.

Dal 2007 Hamas governa Gaza.

Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 e la conseguente risposta militare israeliana, la Striscia è sprofondata in una crisi umanitaria drammatica, aggravata da blocchi, blackout e distruzione sistematica.

Le attuali proteste rappresentano una novità assoluta: non solo denunciano la guerra, ma delegittimano Hamas dall’interno.

Soldati israeliani durante le operazioni nella Striscia di Gaza

 

È un passaggio dal conflitto esterno alla crisi di autorità. Scenari del genere, nella storia recente, si sono visti nei momenti di frattura dei regimi autoritari sotto stress bellico e pressione sociale.

Alle manifestazioni hanno aderito anche clan locali e membri di Fatah, dando voce a una componente politica più ramificata, capace di proporre un’alternativa credibile all’egemonia armata di Hamas.

La legittimità di quest’ultimo appare oggi gravemente compromessa: fame, carenza energetica, devastazione urbana e malcontento crescente ne minano l’autorità. Il consenso coercitivo, che per anni ha sorretto il regime, oggi vacilla.

Nel vuoto emergente si intravedono nuovi attori e scenari.

Hamas non detiene più il monopolio dell’ordine interno.

Si aprono varchi per una transizione, forse sostenuta da attori internazionali o da una rinata leadership palestinese moderata.

Le immagini delle proteste, che circolano online nonostante i tentativi di censura, mostrano inoltre come la guerra si stia combattendo anche sul piano della comunicazione, dove i social media sono diventati strumento di contro-narrazione.

Le implicazioni geopolitiche di questa fase sono rilevanti.

Se le proteste continueranno e Hamas sarà ulteriormente indebolito, Gaza potrebbe avviarsi verso una ridefinizione del potere.

Questo significherebbe non solo una tregua bellica, ma anche una possibile trasformazione dell’assetto politico interno.

L’Autorità Palestinese, oggi marginalizzata, e attori regionali come l’Egitto o il Qatar potrebbero riacquisire un ruolo centrale nel processo negoziale.

Tuttavia, resta aperta la possibilità che il vuoto di potere lasci spazio a caos, frammentazione e ulteriore violenza.

Vale la pena approfondire il ruolo che clan, fazioni frammentarie e social media stanno giocando nel ridisegnare la scena politica di Gaza.

Ma soprattutto, serve interrogarsi su cosa potrebbe essere una Gaza post-Hamas: quali attori potrebbero emergere, con quale legittimità e con quale visione di futuro.

Le proteste di marzo non sono solo il riflesso della stanchezza per la guerra.

Sono l’indizio di una frattura interna, forse irreversibile, che rischia di trasformare la Striscia da bastione ideologico a laboratorio instabile di cambiamento politico.

Con ripercussioni che, inevitabilmente, riguardano l’intero Medio Oriente.

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