Di Giuseppe Gagliano*
KHARTUM. Un primo ministro che chiede giustizia internazionale per il proprio Paese potrebbe, in teoria, sembrare una buona notizia.
Nel caso del Sudan, è piuttosto il segno di quanto profondo sia il baratro. Kamil Idris, premier di un Paese spaccato in due e devastato da anni di guerra, denuncia le atrocità commesse dalle Forze di supporto rapido (RSF) a el-Fasher e invoca i tribunali internazionali.

Nello stesso momento, rifiuta con fermezza l’idea di truppe ONU sul terreno, nel nome della sovranità nazionale.
Chiede “atti, non parole” alla comunità internazionale, ma traccia lui stesso la linea rossa oltre la quale questi atti non devono spingersi.
El-Fasher, caduta il 26 ottobre dopo 18 mesi di assedio, non è una città qualunque.
Era l’ultima roccaforte dell’Esercito nel Darfur occidentale, l’ultimo argine formale dello Stato centrale in una regione che, di fatto, le RSF hanno trasformato in un loro protettorato armato. Le testimonianze dei sopravvissuti parlano di esecuzioni sommarie, stupri, saccheggi sistematici.
L’ONU evoca centinaia di morti in un ospedale, uccisioni su base etnica, violenze che ricordano da vicino quelle di vent’anni fa, quando le milizie arabe Janjaweed – antenate dirette delle attuali RSF – seminarono terrore tra i villaggi africani del Darfur.
Allora si parlò apertamente di genocidio. Oggi si parla di “caratteristiche simili”. Il linguaggio si fa più prudente, i corpi sul terreno restano gli stessi.
Non è un caso che la Corte penale internazionale, che dal 2005 indaga sui crimini in Darfur, abbia annunciato la raccolta di prove specifiche su el-Fasher.

Proprio quest’anno la stessa Corte ha condannato per le atrocità dei primi anni Duemila uno dei capi Janjaweed, Ali Kushayb.
È il paradosso del Sudan: mentre la giustizia internazionale arriva, con vent’anni di ritardo, a toccare i responsabili di una stagione di violenze, una nuova generazione di milizie – figlia delle stesse strutture, delle stesse protezioni, degli stessi finanziatori – continua a colpire con metodi quasi identici.
In questo quadro, la posizione di Idris è rivelatrice.
Da un lato reclama che ogni crimine sia perseguito, “anche a livello internazionale”, e chiede che le RSF siano classificate come organizzazione terroristica. Dall’altro definisce “illegale” qualsiasi dispiegamento di truppe straniere e boccia l’ipotesi di una missione di peacekeeping ONU.

Dunque: sì ai giudici dell’Aia, no ai caschi blu. Sì al tribunale, no alla protezione dei civili sul terreno.
È il riflesso di una classe dirigente che, pur alle prese con un’avversaria paramilitare che le strappa mezza nazione, continua a difendere gelosamente il principio astratto della sovranità, persino mentre questa sovranità si sgretola nella pratica.
Chi si muove, invece, sono gli attori armati e i loro sponsor.
Le RSF non sono un corpo estraneo spuntato dal nulla: discendono dalle Janjaweed, sono state integrate, finanziate, legittimate per anni come “forze di supporto” allo stesso esercito che ora combattono. E non si reggono solo sulle proprie forze.
Da tempo sono circolate accuse precise contro gli Emirati Arabi Uniti, accusati di rifornirle di armi e denaro, utilizzando scali come l’aeroporto di Bosaso in Somalia e triangolazioni con equipaggiamenti di origine britannica.
Documenti presentati al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e inchieste giornalistiche hanno rintracciato sistemi di puntamento prodotti in Galles, autorizzati all’export verso gli Emirati, poi ritrovati in ex basi delle RSF a Khartum e Omdurman.

Londra firma licenze, Abu Dhabi compra, le milizie in Sudan sparano. Ognuno ha la propria “giustificazione strategica”.
È qui che l’appello di Idris alla comunità internazionale mostra il suo limite.
Per fermare i crimini a el-Fasher non bastano le dichiarazioni indignate del segretario generale Guterres, che avverte di una guerra “fuori controllo” e chiede un embargo sulle armi. Bisognerebbe colpire davvero le catene di fornitura: sanzioni mirate, controlli severi sulle licenze di esportazione, tracciamento dei voli e dei carichi, responsabilità dirette dei governi che chiudono un occhio quando i loro “partner” regionali usano equipaggiamenti occidentali per alimentare guerre per procura. Invece, la logica del doppio binario continua: da un lato si deplorano le atrocità, dall’altro si lasciano aperti i canali che le rendono possibili.
Nel frattempo, il Sudan si spezza.
Le RSF controllano ormai l’intero Darfur e hanno messo in piedi una sorta di Governo ombra, con proprie strutture amministrative e proprie reti economiche. L’esercito tiene il Nord, l’Est, il Centro. Il Sud se n’è già andato nel 2011 con l’indipendenza del Sud Sudan.
Le mappe ufficiali mostrano ancora un unico Stato; la realtà sul terreno racconta un arcipelago di poteri armati, corridoi di contrabbando, città assediate. Ogni nuova strage spinge nuove ondate di profughi verso Ciad, Sud Sudan, Egitto, alimentando l’instabilità regionale e aprendo varchi a gruppi jihadisti e criminali.
La verità è che il Sudan resta, per molti attori esterni, un terreno di gioco: per le potenze del Golfo, un corridoio strategico verso il Mar Rosso e l’Africa centrale; per le potenze occidentali, un dossier da gestire con il minimo sforzo, finché la crisi non minaccia direttamente le proprie rotte o i propri alleati; per le potenze emergenti, uno spazio in cui tessere nuove influenze approfittando del vuoto.
In mezzo, la popolazione civile, intrappolata in città assediate, affamata, bombardata, stuprata, ridotta al ruolo di comparsa nel proprio dramma.
Se c’è un senso nell’appello del premier sudanese, sta in una frase: “servono atti, non solo parole”.
Ma gli atti non possono limitarsi al gesto, pur importante, dell’apertura di fascicoli alla Corte penale internazionale.

Servirebbe una linea coerente: embargo reale sulle armi, isolamento politico di chi arma le RSF, sostegno umanitario massiccio, pressione diplomatica congiunta sui due contendenti perché smettano di usare le popolazioni civili come scudi e moneta di scambio.
E, paradossalmente, servirebbe anche il coraggio, da parte di Khartum, di accettare che la protezione dei civili non è una minaccia alla sovranità, ma l’unico modo per evitarne la dissoluzione definitiva.
Troppo spesso, nel Darfur come altrove, la comunità internazionale arriva vent’anni dopo, quando le fosse comuni sono già diventate parte del paesaggio e i colpevoli hanno avuto tutto il tempo per trasformarsi in “interlocutori”.
El-Fasher è l’ultimo avvertimento: o si spezza ora la catena che unisce i fornitori di armi in Europa e nel Golfo ai massacri sul terreno, oppure il Sudan sarà solo il primo tassello di una nuova stagione di guerre africane combattute per procura, dove ognuno parla di diritti umani, ma la lingua che conta – l’unica – resta quella delle armi.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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