Summit Usa-Francia, difficile uscire dall’accordo sul nucleare con l’Iran

Di Francesco Ippoliti e Valeria Fraquelli

Washington. Il Presidente francese Emmanuel Macron in visita, ieri, dal suo omologo statunitense Donald Trump ha cercato di costruire un nuovo ponte nelle relazioni tra la due sponde all’Atlantico che erano diventate ancora più tese dopo i dazi del Governo statunitense su alcune merci.

Trump e Macron

La preoccupazione principale di Macron è che i dazi di Trump, dopo alluminio e l’acciaio cinesi, possano colpire anche alcune merci francesi e per questo tiene particolarmente a costruire buoni rapporti commerciali con gli Stati Uniti.

È importante che Francia e Stati Uniti collaborino, insieme a tutti gli altri partner dell’Unione Europea, per rendere gli scambi internazionali più equi e vantaggiosi per tutti, ha detto il leader francese, perché solamente tutti insieme si possono correggere gli errori della globalizzazione e creare benefici per tutti.

Ovviamente si è parlato anche di clima perché Macron vorrebbe fortemente che gli Stati Uniti rientrassero nell’accordo firmato a Parigi nel 2015. “Non possiamo permetterci di continuare ad inquinare perché non abbiamo un altro pianeta su cui andare a vivere”, ha ragionato il Presidente francese.

Il tema più caldo dell’incontro tra i due capi di Stato è stato però l’accordo sul nucleare iraniano. Trump, il 12 maggio, dovrà decidere se rimanere nel gruppo dei firmatari, oppure stralciare il documento finale firmato dall’allora amministrazione Obama.

Il Presidente americano non si è mai davvero fidato degli iraniani e non ha mai fatto mistero di credere che in realtà a Teheran stiano usando l’accordo per costruire in segreto armi atomiche con il benestare della comunità internazionale.

Macron sta tentando di convincere Trump che l’accordo sul nucleare iraniano di per sé non è una cattiva intesa e che si può sempre riscrivere aggiungendo clausole più restrittive se viene intavolato un nuovo negoziato in tal senso.

Macron sta tentando di convincere Trump che l’accordo sul nucleare iraniano di per sé non è una cattiva intesa

Una soluzione del genere potrebbe anche piacere a Trump ma non è gradita per nulla alle autorità comunitarie. Per Bruxelles ormai ciò che è fatto è fatto e non si può cambiare un accordo su un tema tanto delicato, solamente per il capriccio di uno dei firmatari.

L’intesa sul nucleare iraniano è valida solo se tutti i firmatari lo rispettano. Uscire da essa necessita di una motivazione, plausibile, veritiera che la comunità internazionale possa comprendere ed approvare. Ma, prima dell’uscita, bisogna dimostrare che gli iraniani non hanno rispettato l’accordo firmato.

Solo con voci e pregiudizi non si va avanti e non si hanno alibi. Tra i vari punti del patto, alcuni sono fondamentali: arricchimento controllato e supervisionato, capacità di realizzare ordigni nucleari ma, soprattutto, decadenza delle sanzioni per quanto attiene la compravendita di armamenti che cadranno nel 2020.

Partiamo dall’arricchimento dell’uranio. L’Iran ha accettato di interrompere le propria capacità di arricchimento al 20%, impegnandosi nella conversione dei materiali già arricchiti in barre di combustibili. Condizione per ridurre ed eliminare il programma di realizzazione di un ordigno nucleare. Inoltre, Tehran si è impegnato ulteriormente con l’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica, https://www.iaea.org)  sempre presente presso i suoi reattori nucleari anche durante le sanzioni, di una totale politica di trasparenza, fornendo i dettagli anche dell’attività mineraria.

Infine, sono state accettate le ispezioni di delegazioni 5+1 ed AIEA sul proprio territorio “a sorpresa”, con un piccolo preavviso. Punto sempre contestato in passato dagli Ayatollah.

Quindi sull’arricchimento non sono emerse violazioni da parte del Governo di Tehran.

Secondo punto: l’ordigno nucleare. L’Iran dovrebbe aver le capacità di realizzare sia un ordigno tattico che strategico, lanciabile da vari vettori, sia aerei che missilistici. Dai vari rapporti non sono mai emerse evidenze sulla sua realizzazione e sperimentazione. Ma questo non vuol dire che gli arsenali possano essere vuoti.

Certo è stata sviluppata una capacità missilistica significativa,che avrebbe la capacità di colpire Paesi come Israele e gran parte dell’Europa. Finora i test hanno accertato una capacità di circa 2 mila chilometri ma non vi sono evidenze che il lancio sia avvenuto con a bordo un simulacro di testa da guerra (da 500 a 1.500 chili). Quindi le reali capacità sono tutte ancora da verificare.

Infine, il punto che forse è più importante per i Paesi del Golfo, il decadimento delle sanzioni sulla compravendita di armamenti. Con la fine di questa sanzione, l’Iran potrebbe acquisire nuova tecnologia sofisticata per il suo arsenale, che Ali Khamenei ha sempre dichiarato come arsenale di difesa e non di attacco.

Ali Khamenei

Il Leader Supremo ci tiene a ribadire che l’Iran nella sua storia non ha mai attaccato nessun Paese per primo, ma si è sempre difeso, con successo. Solo la forza, la determinazione e l’unità del popolo persiano ha sempre salvato lo Stato da minacce straniere.

Inoltre, sempre con la fine di questa sanzione, l’Iran sarebbe autorizzato ad esportate materiale d’armamento presso gli Stati a lui vicini e politicamente allineati. Un’altra minaccia per Paesi quali l’Arabia Saudita e per Israele.

In sintesi, al momento, gli Stati del 5+1 non hanno potuto documentare che Tehran non abbia mantenuto gli accordi siglati con il JPCOA e quindi non sarebbero in grado di comprovare la scorrettezza degli iraniani. Se ci riuscissero, potrebbero automaticamente tornare ad essere applicate in toto le sanzioni approvate dalle Nazioni Unite, ragion per cui Hassan Rouhani ha imposto una rigida osservanza del patto JCPOA anche ai Pasdaran.

Il Presidente iraniano, Hassan Rouhani

Gli USA, uscendo dall’accordo in maniera unilaterale, dimostrerebbero che l’Iran “non è il diavolo”, e le sanzioni non scatterebbero di conseguenza. I Paesi europei sarebbero legittimati a continuare i rapporti commerciali con Tehran (visto che sono stati firmati contratti miliardari) ma sarebbero sotto ricatto di Washington.

Infatti, le aziende che non interromperebbero immediatamente i rapporti con l’Iran avrebbero le porte chiuse negli Stati Uniti.

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