Tempest: il punto sul progetto e sul probabile ingresso del Giappone

Di Fabrizio Scarinci

ROMA. Sta entrando sempre più nel vivo il Programma multinazionale “Tempest”, con cui, nel corso degli ultimi anni, i vertici politici e militari di Regno Unito, Italia e Svezia hanno scelto di lavorare insieme allo sviluppo di un “sistema di combattimento aereo” di nuova generazione.

Proprio nei giorni scorsi, infatti, il Ministry of Defence britannico ha annunciato la prossima realizzazione di un dimostratore della “core platform” (ovvero del caccia “madre” adibito alla gestione dei droni gregari e degli altri elementi del sistema), che dovrebbe volare non più tardi del 2027.

Rendering raffigurante due caccia anglo-italo-svedesi Tempest

Secondo quanto si è avuto modo di apprendere, oltre allo stesso Regno Unito ad essere interessata allo sviluppo di tale velivolo sarebbe soprattutto l’Italia, che, non a caso, ha appena raggiunto con Londra un’importante intesa finalizzata all’individuazione di ogni possibile area di collaborazione condivisa e alla conduzione di analisi congiunte riguardo alla realizzazione della piattaforma.

Dal canto suo, la Svezia appare, invece, molto più interessata alla componente sistema (il cui sviluppo procede più a rilento) che alla costruzione del “caccia madre”, nell’ambito della quale le sue aziende non dovrebbero giocare un ruolo di primissimo piano anche in ragione del considerevole sforzo finanziario e organizzativo recentemente compiuto al fine di portare avanti la realizzazione del Gripen E.

La possibile adesione del Giappone

A partire dal marzo 2017, data in cui Regno Unito e Giappone hanno firmato un accordo “per co-esplorare la possibilità di realizzare congiuntamente un caccia di nuova generazione”, si è parlato più volte dell’eventualità che il Programma Tempest e quello portato avanti da Tokyo al fine di sviluppare il suo nuovo caccia F-X potessero confluire in un unico progetto.

Se ciò accadesse, la nuova partnership che si verrebbe a creare avrebbe senz’altro la capacità di innalzare ulteriormente il già elevato livello di ambizione visibile oggi nel progetto anglo-italo-svedese, dato che, oltre a disporre di cospicue risorse finanziarie, il Giappone dispone anche di una base industriale particolarmente capace, che, già prima di portare avanti gli studi riguardanti lo sviluppo dell’F-X aveva realizzato con pieno successo l’avanzatissimo dimostratore tecnologico X2 “Shinshin”.

Un dimostratore tecnologico X2 “Shinshin” in volo

A dar luogo al programma F-X sarebbe stata essenzialmente la necessità di Tokyo di dotarsi di una piattaforma con cui sostituire una buona parte dei 200 F 15 delle varianti CJ e DJ e degli 87 Mitsubishi F2 delle varianti A e B ancora in servizio con le sue Forze di Autodifesa, che quantunque possano essere sottoposti ad aggiornamenti (cosa che starebbe, in effetti, avvenendo con alcuni degli F 15), risulterebbero comunque inadeguati per far fronte agli scenari tattici e operativi dei prossimi decenni.

Ovviamente, almeno in teoria, i mezzi in questione potrebbero essere sostituiti anche con qualche lotto aggiuntivo (e magari più avanzato) di F 35 Lightning II, di cui ricordiamo che Tokyo ha già acquistato un totale di circa 150 esemplari soprattutto per rimpiazzare gli ormai dismessi F 4 Phantom II della JASDF e per equipaggiare la propria “rinascente” forza da combattimento aeronavale ad ala fissa, ottenendo dal governo statunitense e da Lockheed Martin anche la creazione di uno stabilimento “FACO” sul suo territorio.

Tuttavia, anche alla luce delle non facili sfide che potrebbero caratterizzare lo scacchiere dell’Estremo Oriente nei decenni a venire, i vertici politici e militari giapponesi sembrerebbero essersi decisi una volta per tutte a perseguire il massimo grado di indipendenza possibile per ciò che concerne lo sviluppo e la produzione di tecnologie militari avanzate, mirando ad incrementare il know-how e, soprattutto, le capacità realizzative endogene del loro poderoso apparato industriale.

Come gli europei hanno già dimostrato in passato, però, lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia può, talvolta, essere perseguito anche più efficacemente nell’ambito di progetti multinazionali, in particolar modo se incentrati sulla collaborazione tra Paesi caratterizzati da un simile livello di capacità e, in un certo senso, maggiormente dipendenti l’uno dall’altro al fine di conseguire il risultato.

Pur contrassegnate da molteplici difficoltà e compromessi, infatti, tali forme di cooperazione presentano il non trascurabile vantaggio di permettere a tutti i Paesi parte di migliorare significativamente il proprio know-how e di ottenere sistemi che da soli non avrebbero mai potuto realizzare (o che, al limite, avrebbero potuto realizzare solo accettando di sopportare costi enormemente elevati rispetto all’entità delle loro risorse).

Accordandosi con gli inglesi nel 2017, i giapponesi avevano, forse, in mente proprio di questo tipo di vantaggi; anche se, in seguito all’accordo, il loro governo ha preferito temporeggiare sia riguardo alla decisione di aderire al programma Tempest, sia riguardo all’idea di favorire una fusione quasi completa tra il loro progetto nazionale e quello europeo.

A generare questa situazione di temporanea indeterminatezza hanno contribuito, a dire il vero, anche gli stessi americani, che, in quanto principali “referenti” del Giappone per ciò che concerne la sua politica di difesa e sicurezza, hanno cercato di persuadere i suoi vertici politici e militari ad introdurre mezzi specificatamente progettati per ottenere il massimo livello di interoperabilità con quelli in dotazione alle proprie Forze Armate.

Nello specifico, Washington avrebbe proposto a Tokyo una versione avanzata del nuovo Boeing F 15E “Silent Eagle” (al quale gli inglesi avrebbero, peraltro, risposto proponendo una versione avanzata dell’Eurofighter) e la possibilità di coo-produrre una nuova piattaforma derivata, in parte, dall’YF 23 (vecchio concorrente di quell’F 22 che i nipponici si videro negare alcuni anni orsono) e, in parte, dall’F 35.

Tuttavia, sebbene entrambe queste proposte prevedessero una partecipazione dell’industria giapponese ben più corposa rispetto a quella prevista nell’ambito del programma F 35, le cosiddette “tecnologie critiche” (specie nel caso della seconda piattaforma) sarebbero comunque rimaste sotto il controllo dei militari a stelle e strisce.

Per tale regione, nessuna di esse sembrerebbe aver convinto Tokyo, che, spinta dalla già menzionata ambizione di ottenere il più elevato livello possibile di know-how rispetto alla realizzazione di sistemi proiettati verso il futuro della guerra aerea, ha scelto di bocciarle tutte e di avvicinarsi in modo più deciso al programma Tempest.

Mock-up del futuro caccia anglo-italo-svedese Tempest, rispetto al cui sviluppo Elettronica intende giocare un ruolo importante

Un mock-up del caccia anglo-italo-svedese Tempest

Tra le varie “pietre miliari” di questo avvicinamento si segnalano, in modo particolare, un nuovo accordo con Londra del 23 dicembre 2021 sullo sviluppo congiunto di motori per jet da combattimento di nuova generazione e l’incontro bilaterale dello scorso 11 aprile tra il nostro ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il suo omologo giapponese Nobuo Kishi, in cui la parte italiana avrebbe dichiarato di essere fortemente interessata agli sviluppi tecnologici del programma F-X.

Tutto questo fino ad arrivare a qualche giorno fa, quando, a ridosso dell’Air Show di Farnboroug, sarebbe definitivamente emersa, almeno da parte di Londra e di Tokyo, la volontà di raggiungere entro la fine dell’anno un accordo finalizzato alla fusione dei due progetti, con esponenti di entrambe le parti che avrebbero parlato della necessità di sviluppare un unico sistema caratterizzato da specifiche varianti a seconda delle esigenze degli utilizzatori.

L’interesse dell’Italia nell’eventuale allargamento del progetto

Alla luce di quanto appena detto è, quindi, lecito ritenere che i prossimi mesi saranno fondamentali; non solo al fine di porre le basi per una più dettagliata definizione delle specifiche tecniche del Tempest (o di qualsiasi altro sistema eventualmente frutto dell’ormai quasi certa convergenza tra i due programmi), ma anche per iniziare a comprendere meglio quale sarà l’effettivo ruolo dei diversi partner nell’ambito della sua realizzazione.

Naturalmente, nel corso di questa fase il principale obiettivo del nostro Paese (che si aspetta, ovviamente, anch’esso di poter trarre notevoli benefici da questa collaborazione) dovrà essere quello di consolidare il proprio ruolo all’interno del progetto, evitando, in modo particolare, di essere relegato in una posizione di secondo piano rispetto a quelle di Giappone e Regno Unito.

In questo senso, non può che essere accolta positivamente la recentissima decisione del governo di aumentare gli stanziamenti destinati allo sviluppo del velivolo, che da 2 miliardi di euro passeranno a quasi 3.8.

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