Di Bruno Di Gioacchino
DHOBLEY (SOMALIA). Nel marzo 2024 sei commercianti cristiani keniani sono stati uccisi a Dhobley, in Somalia, in un attacco attribuito ad al-Shabaab.
Si tratta di un fatto documentato, circoscritto e rilevante in un contesto regionale segnato da instabilità e radicalizzazione.
Nonostante la gravità dell’episodio, l’attenzione pubblica globale è rimasta pressoché nulla.
Questo fenomeno solleva una questione che merita di essere affrontata in modo diretto, anche se con la dovuta cautela: perché alcune tragedie generano mobilitazioni immediate –  manifestazioni, campagne culturali, prese di posizione istituzionali – mentre altre non riescono a produrre alcuna forma di reazione collettiva?

La persecuzione dei cristiani nel Corno d’Africa è un elemento strutturale delle dinamiche jihadiste locali.
È radicata nel controllo territoriale, nella gestione ideologica delle popolazioni e nella costruzione di un sistema sociale basato sull’eliminazione o sulla marginalizzazione delle minoranze religiose. Tuttavia, questa violenza rimane generalmente ai margini della discussione pubblica internazionale.
Non produce proteste, non attiva boicottaggi, non richiama la stessa intensità emotiva riservata ad altri contesti geopolitici.
Le ragioni possono essere molteplici: distanza geografica, scarsa rappresentanza mediatica, assenza di gruppi organizzati in grado di amplificare queste vicende, oppure semplice disallineamento con le narrative che oggi dominano lo spazio pubblico occidentale.
L’effetto, tuttavia, rimane evidente: alcune vittime diventano immediatamente simboliche, altre restano prive di un canale di visibilità .
Questa asimmetria non è irrilevante. Influenza la percezione globale delle crisi, condiziona le priorità diplomatiche e determina quali comunità ricevono protezione – anche solo morale – e quali invece rimangono esposte senza alcuna forma di sostegno.

La domanda, quindi, non riguarda solo il passato o un singolo episodio: coinvolge il modo in cui selezioniamo ciò che merita attenzione e ciò che, pur avendo la stessa dignità umana, rimane escluso dal dibattito.
Interrogarsi su questa selezione non significa creare confronti impropri, né stabilire graduatorie di dolore.
Significa riconoscere che la neutralità morale non coincide sempre con la neutralità emotiva dell’opinione pubblica.
Alcune sofferenze emergono immediatamente; altre, pur reali, scivolano ai margini.
Ecco perché il caso dei cristiani uccisi da al-Shabaab dovrebbe essere considerato non solo come un fatto di cronaca, ma come un segnale. Se intere comunità possono essere colpite senza suscitare alcuna reazione esterna, ciò indica un deficit di attenzione che rischia di diventare strutturale.
La domanda finale rimane aperta: perché alcune vittime generano piazze, prese di posizione e sanzioni, mentre altre sono destinate al silenzio? Non esiste una risposta univoca.
Ma ignorare la questione significherebbe accettare che il valore della vita dipenda dalla visibilità , e non dalla dignità intrinseca di chi la perde.
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