Thailandia e Cambogia: l’energia come nuova linea del fronte. Gas, sovranità e nazionalismo

Di Giuseppe Gagliano*

BANGKOK.  La decisione della Thailandia di cancellare unilateralmente l’accordo venticinquennale con la Cambogia sull’esplorazione energetica congiunta nel Golfo di Thailandia non è un semplice atto amministrativo.

La mappa della Thailandia

È, al contrario, un gesto politico di forte valore strategico, perché colpisce uno dei punti più sensibili nei rapporti tra Bangkok e Phnom Penh: la sovrapposizione delle rivendicazioni marittime, il controllo delle risorse offshore e la definizione stessa della sovranità nazionale.

L’accordo, noto come Memorandum d’intesa 44, nasceva con un’impostazione pragmatica: da una parte consentire l’esplorazione congiunta di petrolio e gas nelle aree contestate, dall’altra proseguire i negoziati sulla delimitazione formale dei confini marittimi. In teoria, una soluzione di buon senso. In pratica, un compromesso mai veramente decollato. Venticinque anni di incontri, dichiarazioni, commissioni e rinvii non hanno prodotto risultati sostanziali. L’instabilità politica thailandese, la diffidenza reciproca, l’opposizione dei nazionalisti e le ricorrenti tensioni di confine hanno trasformato l’accordo in una scatola vuota.

Il premier thailandese Anutin Charnvirakul ha scelto dunque di rompere il tavolo, presentando la decisione come un atto coerente con la propria linea politica. Ha negato che la cancellazione sia direttamente legata agli scontri armati dell’anno precedente, ma è difficile separare la dimensione energetica da quella militare.

Il premier thailandese Anutin Charnvirakul

Quando due Paesi confinanti si sono appena affrontati lungo una frontiera terrestre lunga oltre ottocento chilometri, con quasi centocinquanta morti e centinaia di migliaia di sfollati, ogni dossier diventa inevitabilmente parte dello stesso conflitto politico.

L’energia come leva economica e geoeconomica

Il Golfo di Thailandia non è soltanto uno spazio marittimo da delimitare.

È una piattaforma potenziale di ricchezza energetica. Petrolio e gas offshore significano entrate fiscali, sicurezza energetica, investimenti, infrastrutture, contratti per società nazionali e straniere, capacità di ridurre la dipendenza dalle importazioni.

In un’Asia sudorientale sempre più esposta alla competizione tra grandi potenze, il controllo delle risorse marine diventa un elemento essenziale della sovranità economica.

Per la Thailandia, la questione è anche interna. Bangkok ha bisogno di consolidare la propria sicurezza energetica in un contesto in cui la domanda industriale resta elevata e la competizione regionale si fa più dura.

Per la Cambogia, invece, la prospettiva di accedere a risorse offshore rappresenta una possibile svolta economica.

Phnom Penh non dispone dello stesso peso industriale e finanziario thailandese; per questo una soluzione condivisa avrebbe potuto offrire al Paese margini di sviluppo, entrate e maggiore autonomia strategica.

La rottura dell’accordo, quindi, non chiude soltanto un capitolo diplomatico.

Blocca, o almeno complica, la possibilità di trasformare una zona contesa in uno spazio di cooperazione produttiva. Dal punto di vista geoeconomico, è una scelta che privilegia il controllo politico sulla valorizzazione congiunta delle risorse.

Bangkok sembra voler riportare la partita dentro una logica più strettamente nazionale: prima la delimitazione, poi eventualmente lo sfruttamento. Phnom Penh, al contrario, punta ora sul diritto internazionale e sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, nel tentativo di sottrarre il confronto alla pura asimmetria bilaterale.

Il ritorno della frontiera

La Thailandia ha storicamente preferito trattare le dispute con la Cambogia attraverso canali diretti, evitando meccanismi internazionali come la Corte internazionale di giustizia. È una posizione comprensibile dal punto di vista del potere: chi è più forte preferisce il negoziato bilaterale, perché lì pesa di più.

La Cambogia, più debole sul piano economico e militare, cerca invece garanzie nel diritto internazionale, dove la forza relativa conta meno e il principio giuridico può diventare strumento di equilibrio.

Questa divergenza è il cuore politico della crisi. Non si discute soltanto di dove passi una linea in mare.

Si discute di chi abbia il diritto di definire quella linea, con quali strumenti e sotto quale autorità. La frontiera, che sembrava poter essere ammorbidita dalla cooperazione energetica, torna a essere rigida, identitaria, nazionale.

E quando la frontiera torna al centro della politica, il rischio è che ogni concessione venga letta come tradimento.

La promessa elettorale di Anutin Charnvirakul si inserisce precisamente in questa dinamica. Il nazionalismo thailandese, alimentato dai combattimenti con la Cambogia, ha offerto al premier una piattaforma politica efficace.

Rompere l’accordo significa parlare al proprio elettorato interno, mostrare fermezza, chiudere una stagione percepita come inconcludente e rivendicare una postura sovrana. Ma il prezzo può essere alto: irrigidire Phnom Penh, aumentare la pressione diplomatica e riaprire una controversia che per anni era rimasta almeno formalmente incanalata.

La valutazione militare: una pace fragile

Sul piano militare, la situazione resta delicata. Il cessate il fuoco in vigore dalla fine di dicembre 2025 ha fermato gli scontri, ma non ha rimosso le cause del conflitto. Le due ondate di combattimenti lungo la frontiera terrestre hanno dimostrato quanto rapidamente una disputa territoriale possa degenerare.

La cancellazione dell’accordo energetico non produce automaticamente un’escalation militare, ma contribuisce a deteriorare il clima strategico.

Thailandia e Cambogia non sono potenze comparabili. Bangkok dispone di maggiori capacità militari, migliori infrastrutture, un apparato statale più robusto e una posizione regionale più consolidata.

La Cambogia, tuttavia, può compensare parte dello squilibrio attraverso la diplomazia, il ricorso alle istituzioni internazionali e il sostegno di partner esterni.

È proprio qui che la crisi diventa più ampia: una disputa bilaterale può facilmente diventare terreno di influenza per altri attori regionali e globali.

Il riferimento all’intervento di Donald Trump nella conclusione della prima fase degli scontri conferma che la crisi thai-cambogiana non è isolata. Gli Stati Uniti guardano all’Asia sudorientale come a uno spazio decisivo nella competizione con la Cina.

Il Presidente statunitense Donald Trump

Pechino, dal canto suo, ha interessi profondi in Cambogia e osserva con attenzione ogni frizione capace di modificare gli equilibri regionali. In questo contesto, anche una disputa apparentemente locale può assumere valore strategico.

Il paradosso della cooperazione mancata

Il paradosso è evidente. Proprio nel momento in cui l’Asia sudorientale avrebbe bisogno di stabilità, corridoi energetici sicuri e cooperazione economica, Thailandia e Cambogia tornano a irrigidirsi su una disputa antica.

L’accordo del 2001 avrebbe potuto rappresentare un modello pragmatico: mettere temporaneamente da parte la piena definizione della sovranità e procedere allo sfruttamento condiviso delle risorse. Non avrebbe risolto tutto, ma avrebbe creato interessi comuni. E gli interessi comuni, spesso, sono il miglior antidoto alla guerra.

Invece ha prevalso la logica opposta: prima la sovranità, poi l’economia.

È una scelta politicamente comprensibile, ma strategicamente rischiosa. Perché le risorse energetiche non sfruttate restano sotto il mare, mentre la sfiducia emerge in superficie.

E quando petrolio, gas, frontiere, orgoglio nazionale e memoria dei combattimenti si sovrappongono, la diplomazia deve lavorare su un terreno minato.

La Cambogia ha scelto di invocare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

La Thailandia risponde dicendo di voler usare quella stessa cornice come riferimento, ma nell’ambito di negoziati diretti.

È una formula ambigua, che lascia aperto lo spazio diplomatico ma non scioglie il nodo principale: Bangkok vuole evitare che la controversia venga internazionalizzata; Phnom Penh vuole invece proprio internazionalizzarla, perché solo così può riequilibrare il rapporto di forza.

Una piccola crisi, un grande segnale

Questa vicenda racconta qualcosa di più generale. Nel mondo attuale, l’energia non è mai soltanto energia. È sovranità, sicurezza, bilancia dei pagamenti, consenso interno, proiezione regionale. Le aree offshore contese non sono semplici porzioni di mare: sono depositi potenziali di potere.

Chi le controlla, o chi riesce a imporre le regole del loro sfruttamento, acquisisce un vantaggio economico e strategico.

La Thailandia ha scelto la linea della rottura per rafforzare la propria posizione negoziale e rispondere al clima nazionalista interno

La Cambogia ha scelto la via giuridica internazionale per non restare intrappolata in un confronto bilaterale sfavorevole.

Entrambe le scelte hanno una logica. Ma entrambe riducono lo spazio del compromesso.

Il rischio, ora, non è soltanto il mancato sfruttamento delle risorse energetiche. Il rischio è che una controversia marittima si sommi alla fragilità del confine terrestre, trasformando il cessate il fuoco in una tregua provvisoria e non in un percorso di pacificazione.

In apparenza si parla di gas e petrolio.

In realtà si parla del modo in cui gli Stati dell’Asia sud orientale affronteranno il ritorno della forza, della sovranità e della competizione geoeconomica in una regione sempre più centrale negli equilibri del secolo.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto