Thailandia: ossessione per la sicurezza interna e dipendenza da tecnologie straniere per garantirla

BANGKOK (THAILANDIA). La Thailandia si trova in una posizione paradossale, divisa tra l’ossessione per la sicurezza interna e la dipendenza da tecnologie straniere per garantirla.

La mappa della Thailandia

 

 

L’ex dirigente dell’intelligence Nantiwat Samart ha recentemente proposto di intensificare i controlli sugli stranieri, con un’attenzione particolare agli individui di origine ebraica.

Una dichiarazione che non solo solleva interrogativi sul piano etico e politico, ma che ignora completamente un dato di fatto: le stesse Agenzie di sicurezza thailandesi si affidano pesantemente alla tecnologia israeliana per le loro operazioni di sorveglianza e intelligence.

Negli ultimi anni, la Thailandia ha aperto le porte a giganti della cyberintelligence come NSO Group e Cellebrite, aziende israeliane specializzate nell’intercettazione delle comunicazioni e nell’accesso ai dati digitali.

La Thailandia ha aperto le porte a giganti della cyberintelligence come NSO Group e Cellebrite

 

La firma del Cybersecurity Act, due anni fa, ha fornito alle autorità di Bangkok nuovi poteri di sorveglianza, e i beneficiari principali di questa riforma sono state proprio le aziende israeliane, che hanno trovato un mercato ideale per i loro strumenti di monitoraggio.

Cellebrite ha persino aperto un ufficio di rappresentanza a Bangkok, rafforzando la collaborazione con la Polizia e il Dipartimento delle Investigazioni Speciali.

Questa realtà rende la proposta di Nantiwat ancora più contraddittoria.

Mentre chiede un controllo più rigido sugli stranieri, in particolare quelli di origine ebraica, la Thailandia continua a investire in tecnologia israeliana per rafforzare le proprie capacità di intelligence.

Un Paese che si affida a software di sorveglianza sviluppati in Israele, come Pegasus di NSO Group, per poi proporre misure restrittive verso chi proviene da quello Stato, evidenzia una gestione della sicurezza più reattiva che strategica, più emotiva che razionale.

A livello geopolitico, questa contraddizione non è un dettaglio.

La Thailandia si trova a navigare tra più fronti, cercando di mantenere equilibri delicati con i grandi attori della sicurezza globale.

Da un lato, le tecnologie israeliane rappresentano un vantaggio in termini di efficienza e controllo, dall’altro, la politica interna sembra rispondere a logiche che sfuggono alle dinamiche di un mondo interconnesso.

L’episodio mette in evidenza il solito corto circuito tra retorica e realtà.

Da una parte, si costruiscono alleanze basate su necessità concrete –  in questo caso, la modernizzazione degli apparati di intelligence – dall’altra, si alimentano tensioni e diffidenze che rischiano di minare gli stessi strumenti su cui si fa affidamento. Se c’è una lezione da trarre, è che la sicurezza nazionale non può essere gestita con logiche di chiusura e sospetto quando si basa su tecnologie sviluppate altrove.

E la Thailandia, nel suo tentativo di blindarsi, sta forse solo mettendo in luce le proprie vulnerabilità.

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