Di Giuseppe Gagliano*
TUNISI. Un’operazione che parla più del territorio che dei terroristi.

L’uccisione di quattro presunti membri di una cellula terroristica nella Tunisia occidentale, vicino al confine con l’Algeria, non è soltanto un episodio di cronaca securitaria.
È l’ennesima conferma che la sfida tunisina al jihadismo è ormai meno ideologica e più geografica.
Le autorità hanno colpito un gruppo nascosto in un’area montuosa e boscosa, nei pressi di Majel Bel Abbes, una zona che da anni rappresenta un santuario naturale per reti militanti capaci di sfruttare terreno impervio, porosità dei confini e fragilità socioeconomiche locali.
Il dato interessante non è solo l’operazione in sé, ma il contesto: secondo fonti locali, i quattro sospetti sarebbero membri della stessa famiglia.
Un dettaglio che suggerisce una radicalizzazione non più soltanto organizzata in strutture gerarchiche, ma sempre più radicata in micro-reti familiari e comunitarie, difficili da intercettare e da disarticolare.
Dalla rivoluzione al fronte interno: una minaccia trasformata
Dal 2011, con il crollo del regime di Ben Ali, la Tunisia ha conosciuto un’ondata di instabilità securitaria.
Il Paese è stato uno dei principali serbatoi di foreign fighters diretti in Siria e in Iraq, e tra il 2015 e il 2016 ha subito attacchi devastanti che hanno colpito al cuore il turismo, uno dei pilastri dell’economia nazionale.
Da allora, la minaccia si è trasformata.
Meno attentati spettacolari nei grandi centri urbani, più pressione nelle aree periferiche e di confine.
Il terrorismo tunisino oggi è meno visibile, ma non per questo scomparso: si muove nelle pieghe del territorio, tra montagne, deserti e rotte di contrabbando.
Geografia come destino: confini lunghi, Stati fragili
La Tunisia combatte una guerra di contenimento su più fronti.
A Ovest, il confine con l’Algeria attraversa zone montuose difficili da controllare.
A Sud, la Libia rimane un fattore destabilizzante, un serbatoio di armi, traffici e milizie che influenza direttamente la sicurezza tunisina.
Gli esperti locali parlano di una minaccia “fondamentalmente geografica”: non tanto un problema di massa ideologica, quanto una questione di spazio, terreno e controllo delle frontiere.
In altre parole, il terrorismo si insinua dove lo Stato fatica ad arrivare.
Valutazione strategica e militare: sicurezza come deterrenza preventiva
Negli ultimi anni, Tunisi ha puntato su un modello di prevenzione permanente: pattugliamenti costanti, operazioni mirate, intelligence locale e cooperazione internazionale.
Il fatto che dal 2023 non si siano registrati grandi attentati indica che la strategia funziona, ma anche che la minaccia si è spostata in forme più silenziose.
Il rafforzamento delle capacità navali e di controllo costiero, con l’acquisto di pattugliatori e nuovi sistemi di sorveglianza, rivela un allargamento del concetto di sicurezza: non solo terrorismo, ma anche contrabbando, criminalità organizzata, traffici illegali e possibili infiltrazioni transnazionali.
Scenari economici: la sicurezza come investimento e come vincolo
Il terrorismo non colpisce solo le vite, colpisce la fiducia.
Ogni attacco passato ha lasciato cicatrici profonde su turismo, investimenti e reputazione internazionali.
Per la Tunisia, stabilità significa anche sopravvivenza economica.
Gli aiuti e le forniture statunitensi, così come i programmi di addestramento e cooperazione, rappresentano al tempo stesso un’opportunità e una dipendenza: rafforzano le capacità locali, ma inseriscono il Paese in una rete di sicurezza che risponde anche a interessi esterni.
Geopolitica regionale: la Tunisia come cuscinetto
Tunisi sta assumendo un ruolo di Stato cuscinetto tra un’Algeria relativamente stabile e una Libia ancora frammentata. In questo equilibrio precario, la Tunisia è un avamposto della stabilità nel Mediterraneo centrale, un partner chiave per Stati Uniti ed Europa nella gestione delle minacce ibride: terrorismo, migrazione, traffici e insicurezza marittima.
Le esercitazioni congiunte, i programmi di addestramento navale e i progetti di centri regionali di formazione indicano che la Tunisia viene sempre più vista come nodo strategico in una catena di sicurezza mediterranea e africana.
Il nodo politico: sicurezza senza sviluppo non basta
La repressione militare può contenere la minaccia, ma non eliminarne le radici. Senza sviluppo economico nelle regioni periferiche, senza opportunità per le giovani generazioni e senza un rafforzamento della coesione sociale, il rischio è quello di una stabilità solo apparente.
La Tunisia oggi è più sicura di dieci anni fa, ma resta fragile.
La lotta al terrorismo è diventata una guerra di logoramento, combattuta lontano dai riflettori, nelle montagne, nei deserti e nei confini.
Una guerra che si vince non solo con le armi, ma con lo Stato, l’economia e la credibilità politica.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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