Turchia: Ankara prepara il dopo. Il 2028 come prova generale. Il problema è come si arriverà alle urne

Di Giuseppe Gagliano*

ANKARA. Recep Tayyip Erdoğan è entrato nella fase più delicata della sua lunga stagione: non quella del consenso, ma quella dei vincoli.

Il Presidente Erdogan saluta i suoi sostenitori

La Costituzione, così com’è, lo porterebbe al capolinea nel 2028, salvo due vie d’uscita: cambiare le regole o anticipare le elezioni.

E infatti il dibattito sulla “nuova Costituzione” non è più un esercizio accademico: è il cantiere politico dove si decide se il sistema si ricuce attorno a lui o se prepara un erede controllato.

Il segnale più chiaro è l’istituzionalizzazione del progetto: Erdoğan ha affidato a un gruppo di giuristi la stesura di una nuova carta, presentandola come più civile e più libera.

I critici, però, leggono la mossa come il tentativo di superare i limiti di mandato. E anche nel campo alleato, il nazionalismo turco ha già fatto filtrare l’idea di un emendamento per consentire a Erdoğan di correre ancora.

Il servizio informazioni come snodo: perché il Mit (Servizio informazioni turco= conta più di un Ministero

In questo quadro, il Mit, cioè il Servizio informazioni nazionale turco, non è un semplice ingranaggio.

È una leva di governo. Nelle fasi di transizione, il potere non si misura soltanto in voti: si misura in stabilità interna, controllo delle crisi, capacità di leggere in anticipo fratture e rischi.

Non è un caso che alla guida del Mit sia stato messo İbrahim Kalın, figura cresciuta accanto a Erdoğan come consigliere e portavoce e poi trasferita nel punto più sensibile dello Stato.

È un profilo politico-strategico, non un tecnico “neutro”: un segnale che la sicurezza viene pensata come prosecuzione della linea presidenziale, con strumenti più discreti ma non meno incisivi.

La diplomazia che assomiglia all’intelligence

L’altra metà del quadro è al Ministero degli Esteri, affidato a Hakan Fidan, per anni capo dello stesso Mit.

Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan

Anche qui la scelta dice molto: Ankara non separa più nettamente diplomazia e sicurezza.

Le due funzioni si sovrappongono, soprattutto nei dossier dove la Turchia gioca su più tavoli: Siria e Iraq, Mediterraneo orientale, Mar Nero, migrazioni, rapporto con Russia e Stati Uniti, e l’equilibrio sempre più visibile con la Cina.

In un sistema così, parlare di successione significa parlare di catena di comando.

Se Erdoğan decidesse di non forzare le regole, l’erede dovrebbe garantire continuità non soltanto politica, ma anche operativa: controllo degli apparati, gestione della piazza, tenuta dell’economia, credibilità internazionale.

Il fronte interno: la questione curda come chiave di volta

C’è poi un tema che può cambiare i pesi della partita: la questione curda.

Sostenitori del PKK

Negli ultimi mesi si è riaperto, almeno sul piano politico-parlamentare, un percorso che punta a mettere fine a decenni di conflitto con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, dopo segnali di disarmo e la nascita di una commissione parlamentare dedicata.

Se questa traiettoria regge, può ridurre la pressione interna e liberare risorse politiche; se salta, può diventare un acceleratore di tensioni proprio mentre il Paese entra nella stagione del dopo.

E qui si capisce perché il Mit sia “particolarmente colpito” dagli sviluppi: perché la gestione del rischio interno, in Turchia, non è un capitolo amministrativo.

È il cuore del potere.

Scenari economici: investimenti, sanzioni, fiducia

La Turchia oggi vive una contraddizione strutturale: ambizione geopolitica da potenza regionale e vulnerabilità economica da Paese che deve attirare capitali e stabilizzare la moneta. Ogni transizione politica, vera o simulata, ha un costo immediato: la fiducia.

Se Ankara trasmette l’idea di un passaggio ordinato, può negoziare meglio con investitori e partner; se invece appare come un sistema che piega le regole per restare uguale a se stesso, rischia di pagare in premi al rischio, fuga di capitali e maggiore dipendenza da finanziatori “amici” che non fanno sconti.

La promessa è sempre la stessa: normalizzazione e apertura. Il problema è che la normalizzazione, nel mondo reale, non dipende dagli slogan ma dalla prevedibilità delle istituzioni.

Valutazione strategica: l’Artico, il Mar Nero e il mare delle rotte

Dal punto di vista militare, la Turchia non può permettersi una transizione debole: è al centro di corridoi energetici e commerciali, controlla accessi marittimi cruciali e sta in mezzo a guerre che non finiscono.

La scelta di figure come Kalın e Fidan indica la priorità: mantenere compatta la macchina di sicurezza mentre cambia, o finge di cambiare, il vertice politico.

Il senso del 2028: un referendum mascherato sul sistema

Alla fine, il 2028 non è solo una data elettorale.

È un referendum non dichiarato sulla forma del potere turco: regole che valgono davvero o regole che si riscrivono quando diventano scomode. La successione, ad Ankara, non è un tema di nomi.

È un tema di architettura. E quando l’architettura scricchiola, sono sempre gli apparati di sicurezza a reggere il peso del palazzo.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto