Di Giuseppe Gagliano*
ANKARA. Gli ultimi test di tiro dal vivo del Bayraktar Akinci non rappresentano un semplice avanzamento tecnico, ma la conferma di una strategia di lungo periodo con cui la Turchia sta ridefinendo la propria postura militare e industriale.

L’integrazione e l’impiego riuscito di munizioni di precisione sviluppate interamente a livello nazionale, come le BOZOK e le KAYI-30, segnano il passaggio da una logica di piattaforma a una di sistema completo, in cui sensori, armamenti e capacità operative sono sotto controllo turco.
Questo elemento ha un significato politico preciso.
Dopo l’esclusione dal programma F-35 nel 2019, in seguito all’acquisto dei sistemi russi S-400, il settore dei droni è diventato il pilastro della sovranità tecnologica turca.

L’Akinci, entrato in servizio nel 2021, è stato inizialmente impiegato con cautela, in attesa della piena validazione delle sue capacità di combattimento. I test recenti indicano che quella fase è ormai superata e che il sistema è pronto per un utilizzo operativo pienamente maturo.
Progettato come UCAV ad alta quota e lunga autonomia, l’Akinci ha già dimostrato una notevole versatilità .
È stato impiegato contro il PKK in Siria, ma anche in missioni civili, come le operazioni di ricerca e soccorso dopo i terremoti, confermando una flessibilità che ne aumenta il valore strategico. In questo senso, il drone diventa non solo uno strumento militare, ma anche un asset politico e simbolico.

Il contesto globale rafforza questa traiettoria.
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto i droni siano diventati centrali nei conflitti contemporanei, ma ha anche evidenziato i loro limiti di fronte a difese aeree e guerra elettronica sempre più sofisticate.
La risposta turca è stata quella di salire di livello tecnologico, come dimostra il recente traguardo raggiunto dal Bayraktar Kizilelma, che segnala l’ambizione di Ankara di competere anche nel segmento dei caccia senza pilota.
Sul piano geoeconomico, le esportazioni sono parte integrante della strategia.
I droni turchi hanno modificato gli equilibri militari in Libia, Siria e Nagorno-Karabakh e stanno espandendo la loro presenza in Africa e Medio Oriente.
Gli accordi con Paesi come l’Arabia Saudita, che includono trasferimenti tecnologici e produzione locale, collocano la Turchia come attore NATO capace di competere con la Cina nei mercati regionali dei sistemi senza pilota.
Con decine di contratti di esportazione già firmati, i droni sono diventati una delle principali voci dell’industria della difesa turca.
Validando un ecosistema UCAV interamente nazionale, Ankara riduce la propria vulnerabilità a restrizioni esterne e pressioni sulle catene di approvvigionamento.
Allo stesso tempo, acquisisce uno strumento di influenza diplomatica e militare.
Il programma dei droni non è più soltanto una scelta tecnologica: è una leva di potere che ridefinisce il ruolo della Turchia nello spazio strategico regionale e globale.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

