Turchia: La politica di Erdogan allunga i suoi “tentacoli” per destabilizzare il nord Africa

Di Giusy Criscuolo

Ankara. Da quando l’attenzione si è spostata sulla tremenda tragedia di Beirut, nelle acque agitate del nostro dirimpettaio diventa sempre più evidente e spudorata la macchinazione di Ankara nei confronti del Paese nord africano.

Macchinazione che sta però perdendo presa sull’unica potenza che sembrava aver dato il via libera ad Ankara dopo le dichiarazioni di Jean Stoltenberg, Segretario Generale della NATO.

Trump sembra allontanarsi dalle facinorose idee di conquista di Erdogan e Washington attraverso il suo Ambasciatore in Libia, Richard Norland, in un incontro tenutosi al Cairo nella giornata di ieri, conferma l’appoggio degli Stati Uniti ad Aguila Saleh. La soluzione ipotizzata, prevedrebbe la smilitarizzazione della zona di Sirte e Al Jafra, per la ripresa della produzione di petrolio. “Non accettiamo l’uso dei proventi del petrolio per pagare gli stipendi delle milizie armate e dei mercenari” è la risposta di Aguila Saleh a Norland. Ma, mentre sulla carta, a parole e nel mondo delle belle speranze le premesse sembrano essere di buon auspicio, le notizie sul mondo “reale” appaiono differenti.

Il Presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh e l’Ambasciatore Americano in Libia Richard Norland

Da mesi si intravede, sui media del Magreb e del Mashreq, un quadro non del tutto roseo sull’attuale situazione libica. Condizione che, se non trovasse soluzione, potrebbe avere dei riverberi non indifferenti sull’Europa e sull’Italia.

Senza dimenticare che le velleità della Turchia sulla Libia sono puramente economiche ed egemonico/storiche e che non vi è nessun interesse verso la questione libica e dei libici, diventa importante sottolineare che l’antica Licia sta tentando il tutto e per tutto. Creando, quest’ultima, un pot-pourri di legami ed alleanze non solo discutibili, ma ampiamente denunciabili. Il nuovo “Impero Ottomano” si è ormai legato all’idea di possedere i beni libici e non accetterà la proposta di un ritiro o di una smilitarizzazione.

Carri armati turchi distrutti a ovest di Sirte

L’obiettivo, che mira alla ripartizione dei “beni” tra Turchia e Tripolitania diventa sempre più evidente, con la differenza che Tripoli è, ad oggi, palesemente sotto lo scacco di Ankara.

L’Egitto, sempre intervenuto a favore dei Paesi arabi, in quanto realtà arabe, non può permettere il replicarsi di un quadro ottomano, questo perché rischierebbe a livello nazionale e di sicurezza. Risulta dunque evidente che l’appoggio del Cairo alla Cirenaica, al Fezzan e al quel lato della Tripolitania che non vuole l’intromissione turca, è unicamente votato alla difesa dei propri confini. (Si perché non molti sanno, che anche buona parte di tripolini e dintorni è arruolata ufficialmente con LNA del Generale Haftar).

Permettere ad Al Wefaq e alla Turchia di occupare il territorio oltre quella che è stata definita la “linea rossa” e che si proietterebbe lungo i confini occidentali con l’Egitto, creerebbe un grave problema di sicurezza per la Regione del Mashreq, che fino a poco prima della primavera araba aveva un ruolo di maggiore rilievo tra i paesi nord Africani.

La presenza dei miliziani filo turchi, dei terroristi di Da’ash sul confine occidentale creerebbe un Hub per i sostenitori della Fratellanza, palesemente nemici del regime di Al Sisi.

Implementazione di attività di addestramento per le forze armate Egiziane operazione anfibia

L’Egitto e la Turchia sono due realtà economicamente vacillanti e per affrontare un eventuale scontro, sono attualmente supportate da due realtà altrettanto in conflitto sia per ideologia e che per visioni politico/economiche. Paliamo di Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’Egitto sta, ad oggi, accettando dalla “Penisola Arabica” aiuti economici, che reinveste in armamenti di ultima generazione.

A tal proposito, ricordiamo che circa 2 settimane fa al Cairo, il Parlamento si è espresso all’unanimità per l’intervento egiziano in Libia. Subito dopo questo risultato la minoranza della Fratellanza, ancora attiva in Egitto ha provato e prova a remare contro questa decisione. Il tutto cercando di trovare qualche falla dove poter insinuare il dubbio sull’operato del Presidente. Questo approfittando del momento propizio in cui Al Sisi sarebbe concentrato nella difesa dei propri confini.

Fortunatamente dopo l’appello delle Tribù libiche alla Lega Araba, sembra che lo spirito panarabo stia trovando nuova vita. Nessuno vuole la guerra, ma gli interessi di Ankara e Tripoli non coincidono con la contro parte tribale del Parlamento di Tobruk e di Bengasi.

L’arrivo dei miliziani siriani in Libia non cessa e sembra aver superato quota 15mila. L’accerchiamento di Sirte e Al Jafra e già a buon punto, ma l’arrivo dei “rinforzi” egiziani sta facendo temporeggiare la Turchia ed Al Wefaq che sembrano optare per una nuova via, quella marittima. Infatti, secondo alcuni analisti il piano per entrare a Sirte potrebbe essere quello via mare. Si pensa che un quantitativo di mercenari e armi potrebbe partire dal porto di Misurata per arrivare sulle coste di Sirte. Movimenti che sarebbero previsti nelle ore notturne.

Arrivo mercenari su Sirte da terra e mare

A dare conferma a questa ipotesi l’attacco operato dalla Marina del LNA, esattamente dall’Unità di difesa costiera del Comando Generale dell’Esercito Nazionale su un’imbarcazione che trasportava dozzine di combattenti affiliati al Governo di Accordo Nazionale . Questi, mossisi nella notte di domenica e intimati all’alt più di una volta sarebbero stati colpiti da un missile. I miliziani avrebbero ignorato l’avviso, violando lo spazio marittimo militare imposto per la protezione delle coste di Sirte. Il portavoce ufficiale del LNA, il Generale Ahmed Al Mismari avrebbe dichiarato: “Le forze dell’LNA hanno effettuato un’operazione di ricerca e salvataggio per trovare i sopravvissuti, senza risultati finora positivi” – aggiungendo – “Il relitto della barca è stato trovato vicino alla costa di Ras Lanuf”.

Al Mismari durante una delle conferenze di aggiornamento

La cosa che desta ulteriore preoccupazione, non sono “i tamburi di guerra” contro Sirte e Al Jafra già ampiamente preannunciati, ma soprattutto i piani del sedicente sultano che avrebbero mire su buona parte del Magreb e del Mashreq. Piani che punterebbero all’abbattimento delle resistenze tunisine e algerine per allungare un tentacolo anche nel Sudan. Paese che proprio lo scorso anno ha ristabilito nuovi legami tra Khartoum e Al Qahira (il Cairo – tradotto La Vittoriosa). Il tutto grazie ai grandi sforzi diplomatici operati dal Presidente Al Sisi dopo anni di ostilità con numerosi Paesi arabi.

Il pericolo sembrerebbe infatti estendersi oltre la Libia, che per ovvie ragioni di “ricchezza” risulta il primo step da conquistare. Fortunatamente la richiesta della Turchia di costruire una base militare in Tunisia è stata respinta sia da Tunisi che da Algeri, le quali, a maggior ragione dopo l’appello al panarabismo degli sceicchi libici, hanno dichiarato la loro neutralità nella questione.

In questo ritaglio di giornale, Abdel Fattah Al Sisi da bambino che stringe la mano all’ex Presidente egiziano Gamal Abd al Nasir

Il rifiuto non è andato giù al Presidente turco e la notizia è stata confermata da un’intervista rilasciata dall’ex capo dell’intelligence turca Ismail Haqqi Bikin al canale “Russia Today”. Il timore per l’invasione turca si prospetta per una cospicua fetta della regione araba del nord Africa.

La Turchia inizia dunque a destabilizzare gli equilibri già precari del Magreb, contrappesi che se spostati potrebbero far pendere la bilancia a favore del Sultano. A fronte di questo rifiuto, voluto dagli oppositori e da buona parte dei moderati parlamentari tunisini, il Presidente Qays Sa’yd, avrebbe deciso di affidare al neo Ministro degli Interni, Hisham Al Mashishi l’incarico di formare un nuovo governo. Quest’ultimo non apparterrebbe a nessuna ala politica ma da sempre risulta essere uno stretto collaboratore del Presidente Qays.

Operando in questo modo, Qays avrebbe abolito ogni forma di democrazia, senza effettuare interrogazioni parlamentari o votazioni a riguardo. Se entro un mese lo stesso Al Mashishi non dovesse trovare una maggioranza, Qays Sa’yd riproporrà le urne.

Il Presidente tunisino Qays Sa’yd incarica il neo Ministro dell’Interno Hisham Al Mishishi di formare un nuovo governo (Archivi – France Press)

Una cosa è certa, la pressione creata sul Presidente dal leader dell’ala della Fratellanza Ennahda, Rashid Ghannouchi è oltremodo ossessiva. I nemici di ieri diventano gli alleati di oggi per far cadere un governo anti Fratellanza.

Ankara sentendosi dunque sotto pressione araba e internazionale ha deciso di fare della Libia il suo vaso di Pandora. Quando si parla di pot-pourri, si fa riferimento alle presenze esterne richiamate alle armi dal sedicente sultano. Si parla, non solo, dei miliziani siriani, delle new entry sudanesi, dei circa 2mila miliziani somali che, per mano di Ankara, avrebbero raggiunto Tripoli in attesa di essere assegnati sul campo e soprattutto in prima linea (buona parte dei quali pare abbiano già la cittadinanza qatarina e per questo gli spostamenti per loro sembrerebbero essere stati più semplici).

Ma si parla, in modo più evidente, della rinata presenza dell’IS nella città di Sabrata. In quest’ultima, sarebbero arrivati numerosi esponenti del califfato che dopo aver ripreso fiato, sarebbero pronti a riaffacciarsi sulla scena. Tra questi numerosi reduci tunisini, riconosciuti tra i più estremisti e spietati dell’Organizzazione.

Alcune fonti di intelligence e locali, che hanno preferito rimanere anonime, avrebbero fatto riferimento ad un accordo tra Erdogan e le bandiere nere, neo insediatesi nella città. L’accordo consisterebbe nell’affidare all’IS la gestione di una missione nella città di Sabrata (distretto di Sorman), in cambio l’IS si impegnerebbe a non attaccare i mercenari siriani di stanza a Tripoli.

Alcuni militanti di Da’ash

Una delle missioni in essere affidate ai militanti di Da’ash, consisterebbe nel formare e addestrare i membri dell’ala militare del Movimento della Fratellanza tunisina Al Nahda o Ennahda, chiamata Associazione per la Protezione della Tunisia. Questo movimento estremista e della Fratellanza, guidata politicamente da Rashid Ghannouchi, si trova attualmente all’interno del Parlamento tunisino e da quando la Tunisia sta cercando di rimanere neutrale sulla situazione libica, ha iniziato a creare grandi problemi all’interno del parlamento stesso.

A questo si aggiunge un elemento al quanto preoccupante, che vedrebbe le già interessate coste del distretto di Sorman, affidate agli uomini del califfato. Obiettivo, gestire l’immigrazione clandestina verso l’Europa. Carta di pressione utilizzata dal sedicente sultano contro l’Europa.

A detta del portavoce ufficiale del LNA, il Generale Ahmed al-Mismari: “L’’imminente pericolo turco rappresenta un pericolo per la regione nel suo insieme e non è limitato alla sola Libia. Il Primo Ministro del governo di Accordo è semplicemente un “mezzo” nella guerra in corso e il dittatore turco è colui che gestisce l’intera faccenda con i membri della Fratellanza. I terroristi”.

Miliziani pro Turchia

Sempre nell’intervista alla giornalista Nashaat Al-Daihi dice: “L’intervento della Turchia in Libia mira a installare le organizzazioni della Fratellanza e del terrorismo nei territori libici oltre a ricattare l’Unione Europea… la guerra non sarà una guerra libico-turca, ma piuttosto una guerra nazionale araba libica”.

In questo momento di caos nel Medio Oriente, Ankara potrebbe approfittare del silenzio mediatico per operare ancor più subdolamente nel Paese nord africano.

Se i tentacoli della Fratellanza riuscissero a ribaltare il Governo tunisino la situazione peggiorerebbe oltremodo, aumentando il rischio di una “nuova esplosione” di caos.

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