Attacco a Doha, Israele e il coordinamento segreto con Paesi arabi: l’Egitto traccia la linea rossa

Di Chiara Cavalieri*

TEL AVIV. L’attacco aereo israeliano contro la capitale del Qatar, Doha, continua a suscitare polemiche e domande irrisolte.

Mentre i vertici politici israeliani lo presentano come un atto di forza, diversi analisti e fonti interne parlano di un’operazione fallita e, soprattutto, di un’azione che non sarebbe stata possibile senza un coordinamento regionale con alcuni Paesi arabi.

Moshe El-Ad: “L’attacco non è avvenuto senza il consenso dei Paesi della regione

In un intervento televisivo sul canale i24NEWS, il Colonnello (della riserva) Moshe El-Ad, esperto militare israeliano, ha dichiarato che l’operazione su Doha non sarebbe potuta avvenire senza un tacito coordinamento con gli attori arabi più vicini a Israele.

“Israele sta provocando gli arabi – ha detto El-Ad –-ma i Paesi del Golfo, l’Egitto e la Giordania vogliono eliminare Hamas più di Israele. L’unità araba li costringe a condannare e a negare pubblicamente, ma dietro le quinte il discorso cambia”.

Secondo l’analista, l’attacco a Doha confermerebbe che, sottobanco, i rapporti tra Israele e Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati si stanno rafforzando, poiché Hamas è percepito come un nemico comune, al pari dei Fratelli Musulmani per Il Cairo e Amman.

Milizie di Hamas

 

El-Ad ha sollevato dubbi anche sul ruolo degli Stati Uniti: “Mi chiedo come sia possibile che, con la più grande base militare americana del Medio Oriente in Qatar, non ci fosse un solo aereo USA nello spazio aereo di Doha al momento dell’attacco. Questo rafforza l’idea di un coordinamento tra eserciti. Dobbiamo aspettare e vedere nei prossimi giorni”.

Fallimento operativo: i leader di Hamas sopravvivono

Le prime valutazioni della sicurezza israeliana indicano che l’operazione, denominata “Summit of Fire”, non ha raggiunto l’obiettivo primario: assassinare sei leader di spicco di Hamas presenti a Doha.

Tutti sarebbero sopravvissuti, generando frustrazione e confusione nei vertici di Tel Aviv.

Secondo il Washington Post, il Mossad avrebbe rifiutato di portare a termine l’attacco, lasciando all’esercito la decisione di procedere autonomamente.

Questo alimenta l’ipotesi di spaccature interne tra l’intelligence e le forze armate israeliane sulla strategia da adottare.

Il messaggio egiziano: “Israele non osi colpire sul nostro territorio”

Il giornalista israeliano Roy Kias, esperto di affari egiziani, ha rivelato che Il Cairo ha inviato a Tel Aviv un avvertimento indiretto ma chiarissimo: qualsiasi tentativo di colpire i leader palestinesi presenti in Egitto avrebbe conseguenze disastrose.

Il Generale egiziano Samir Farag ha confermato questa linea: “Israele non osa ripetere in Egitto quanto accaduto a Doha. L’Egitto non rimarrà in silenzio se qualcuno pensa di colpire Hamas sul nostro territorio. Non ci limiteremo a condannare o a rivolgerci all’ONU: siamo l’Egitto”.

Il generale ed analista strategico Samir Farag

Farag ha sottolineato che sia Israele sia gli Stati Uniti conoscono bene la forza e le capacità dell’Esercito egiziano, ricordando che Israele è “esausto” dopo due anni di guerra a Gaza.

Ha inoltre richiamato il progetto del Presidente Abdel Fattah al-Sisi per una forza araba congiunta sotto l’egida della Lega Araba, sul modello del NATO,con l’Egitto pronto a schierare almeno 20 mila soldati.

Presidente egiziano El Sisi

Il 29 marzo 2015, il Consiglio della Lega Araba approvò infatti una proposta presentata da Sisi per istituire una forza araba congiunta. La risoluzione prevedeva la stesura di un protocollo composto da 12 articoli, con un quadro giuridico e operativo per l’impiego della forza.

L’articolo 2 delineava obiettivi chiari:

  • Intervento militare rapido contro le minacce terroristiche dirette alla sicurezza nazionale araba
  • Operazioni di mantenimento della pace nei paesi arabi, dal sostegno ai cessate il fuoco alla ricostruzione delle capacità militari e di sicurezza.
  • Missioni umanitarie: soccorso, protezione dei civili, risposta a conflitti o disastri naturali
  • Difesa delle vie di comunicazione terrestri, marittime e aeree, contrasto alla pirateria e al terrorismo, operazioni di ricerca e salvataggio
  • Altri compiti da approvare dal Consiglio congiunto di difesa.

L’idea di una forza araba unita nacque nel contesto delle guerre civili e della minaccia dell’ISIS, ma non superò mai lo stadio delle intenzioni.
I motivi principali:

  • Mancanza di consenso strategico tra i principali Stati arabi.
  • Divergenze politiche e rivalità regionali.
  • Debolezza dei meccanismi di attuazione e finanziamento.
  • Sensibilità legate alla sovranità e al timore di un’egemonia da parte di alcuni Paesi.

Analisi: perché Israele non può permettersi un conflitto con l’Egitto

Alla luce di quanto accaduto a Doha e delle reazioni del Cairo, emerge un dato chiaro: Israele, già impegnato su sette fronti aperti (Gaza, Libano, Cisgiordania, Siria, Iraq, Yemen, Iran), non può permettersi un conflitto diretto con l’Egitto.

I rischi di un attacco al paese delle piramidi per Israele sarebbero molteplici:

  • Sovraccarico militare su troppi teatri di guerra
  • Perdita del coordinamento nella lotta al jihadismo nel Sinai
  • Maggior rischio di incidenti lungo il confine
  • Danni a energia, commercio e investimenti
  • Conflitto con gli interessi statunitensi
  • Destabilizzazione della regione, con effetto domino su Giordania e Golfo.

    L’attacco a Doha, nato come prova di forza, si è trasformato in un boomerang per Israele: non ha eliminato i leader di Hamas, ha evidenziato fratture interne e ha riacceso le tensioni con il mondo arabo.

    Le rivelazioni di Moshe El-Ad sul coordinamento sotterraneo con alcuni Paesi arabi mostrano un quadro ambiguo: condanna ufficiale da un lato, intese segrete dall’altro.  Ma l’Egitto ha tracciato una linea rossa invalicabile: nessun attacco sul suo territorio, nessuno sfollamento forzato dei palestinesi nel Sinai.

Nell’ultima riunione del Governo israeliano è stato discusso un piano per evacuare i palestinesi dalla Striscia di Gaza via terra, mare e aria a partire dal prossimo mese.

Forze di terra israeliane operanti nella Striscia di Gaza

In tale contesto, il ministro dell’Intelligence, Gila Gamliel, ha invocato “la necessità di persuadere l’Egitto a consentire agli sfollati di attraversare almeno il suo territorio”, ricordando che Il Cairo è “firmatario di un accordo internazionale sui rifugiati”.

Tuttavia, Netanyahu ha risposto con pessimismo alla proposta, affermando, secondo quanto riportato dal canale: “Non c’è speranza di convincere gli egiziani su questo punto”.

Questo scambio riflette la portata delle sfide che il piano israeliano si trova ad affrontare, soprattutto alla luce del fermo rifiuto dell’Egitto a qualsiasi progetto di sfollamento o reinsediamento dei palestinesi al di fuori della Striscia di Gaza. Una posizione ribadita più volte dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, dal Ministero degli Esteri e dalle principali istituzioni statale.

In un contesto in cui Israele è già sotto pressione su sette fronti, sfidare Il Cairo o disdire la cooperazione di sicurezza significherebbe aprire la strada a un conflitto ingestibile e a un isolamento strategico di portata storica.

*Presidente della associazione Italo-Egiziana Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM

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