Di Giuseppe Gagliano*
KIEV. La guerra in Ucraina non ha smesso di essere una guerra di trincee, artiglierie e droni. Ma ormai non è più soltanto questo. Sta diventando una guerra contro i sistemi economici, le reti commerciali, le rotte energetiche, i porti, i magazzini e la vita quotidiana delle popolazioni.

Non si cerca più soltanto di conquistare territorio o distruggere reparti militari. Si cerca di spezzare la capacità dell’avversario di produrre, commerciare, esportare, importare e mantenere un’apparenza di normalità.
È un passaggio decisivo. Quando la guerra si sposta dalle caserme ai depositi commerciali, dalle raffinerie alle navi mercantili, dai ponti ferroviari alle infrastrutture portuali, il confine tra obiettivo militare e obiettivo civile diventa sempre più incerto. E quando vengono colpiti i corridoi attraverso cui passano petrolio, cereali e materie prime, il conflitto smette di appartenere soltanto a russi e ucraini.
Diventa una questione mondiale.
Negli ultimi mesi Kiev ha intensificato gli attacchi contro infrastrutture situate in territorio russo.
In una prima fase gli obiettivi principali erano le raffinerie, i depositi di carburante e le strutture legate all’industria bellica. Ma il rafforzamento della difesa aerea russa attorno agli impianti più sensibili avrebbe reso queste operazioni più difficili e costose.
Da qui il progressivo spostamento verso bersagli meno protetti: magazzini commerciali, centri logistici, navi e strutture civili.
L’attacco contro i depositi di Wildberries, una delle maggiori imprese russe del commercio elettronico, assume in questo quadro un valore simbolico oltre che materiale. Non si colpisce semplicemente un magazzino. Si cerca di portare la guerra dentro la quotidianità russa, mostrando alla popolazione che il conflitto non è lontano, confinato nel Donbass o nelle regioni di frontiera, ma può raggiungere i luoghi del consumo, del lavoro e della distribuzione.
La stabilità interna come centro di gravità russo
L’obiettivo strategico ucraino sembra essere la stabilità interna della Federazione Russa.
Nella dottrina militare classica, il centro di gravità è l’elemento dal quale dipendono la forza, la libertà d’azione e la capacità di resistenza di un avversario. Non coincide necessariamente con un esercito, una capitale o una singola infrastruttura.
Può essere la coesione politica, il consenso popolare, la capacità industriale o la fiducia nella vittoria.

Nel caso russo, il centro di gravità potrebbe essere identificato nella capacità del Cremlino di mantenere la guerra separata dalla vita quotidiana della maggioranza della popolazione. Finché i negozi restano pieni, i trasporti funzionano, l’energia è disponibile e le grandi città conservano una relativa normalità, Mosca può presentare il conflitto come un’operazione circoscritta e controllabile.
Gli attacchi ucraini cercano dunque di distruggere questa rappresentazione. L’obiettivo dichiarato da alcuni responsabili militari di Kiev è fare in modo che i cittadini russi “sentano” la guerra. In termini teorici, la logica è comprensibile: se la popolazione percepisce un aumento dei costi, dell’insicurezza e delle privazioni, potrebbe rivolgere la propria insoddisfazione contro il governo.
Il problema è che l’effetto può essere opposto. Gli attacchi contro obiettivi civili difficilmente producono automaticamente una rivolta contro il potere. Più spesso rafforzano il sentimento nazionale, aumentano l’ostilità verso il nemico e offrono al governo nuovi argomenti per giustificare la prosecuzione della guerra. La popolazione colpita non accusa necessariamente il proprio governo di non avere impedito l’attacco. Può accusare soprattutto chi lo ha compiuto.
In questo senso, la strategia ucraina rischia di ottenere l’effetto contrario a quello desiderato: non destabilizzare la Russia, ma consolidarne la mobilitazione politica e militare.
La risposta russa e il nodo di Odessa
Mosca ha reagito intensificando gli attacchi contro il sistema logistico e industriale ucraino. Il porto di Odessa è tornato al centro delle operazioni. Odessa non è soltanto un porto commerciale. È uno degli ultimi grandi sbocchi marittimi rimasti all’Ucraina, una porta indispensabile per l’esportazione dei cereali e per l’ingresso di merci, attrezzature e, secondo le accuse russe, materiali militari.
La Russia sostiene da tempo che alcune navi dirette nei porti ucraini arrivino con equipaggiamenti destinati alle forze armate e ripartano cariche di prodotti agricoli. È un’accusa difficile da verificare in modo indipendente, ma militarmente plausibile: in una guerra prolungata, ogni infrastruttura commerciale tende a essere utilizzata anche per sostenere lo sforzo bellico.
Gli attacchi ucraini contro le navi nel Mar Nero e nel Mar d’Azov hanno fornito a Mosca il pretesto strategico per esercitare una pressione ancora maggiore su Odessa. Alcune grandi compagnie di trasporto hanno ridotto o sospeso le proprie attività nella regione, temendo per la sicurezza degli equipaggi e dei carichi. Il risultato è una forma di isolamento marittimo dell’Ucraina.
Per Kiev le conseguenze sono pesanti. Gran parte delle aree industriali più importanti si trova nelle regioni orientali, occupate dalla Russia o trasformate in zone di combattimento. L’agricoltura resta quindi una delle poche fonti significative di esportazione e di valuta. Se le rotte marittime diventano impraticabili, i cereali devono essere trasportati su ferrovia verso l’Europa.
Ma le ferrovie dell’ex Unione Sovietica utilizzano uno scartamento diverso da quello prevalente nell’Europa occidentale. Ai confini è quindi necessario trasferire i carichi, cambiare i carri o adattare i convogli. Tutto questo richiede tempo, impianti, personale e denaro.
Il trasporto ferroviario non può sostituire facilmente la capacità di una nave commerciale.
La chiusura o il ridimensionamento del porto di Odessa non rappresenta dunque soltanto una perdita militare. È un colpo diretto alla sopravvivenza economica dello Stato ucraino, già largamente dipendente dai finanziamenti occidentali.
Il ritorno della guerra del grano
La vicenda riporta al centro la questione dell’accordo sui cereali del Mar Nero. Nel 2022, con la mediazione delle Nazioni Unite e della Turchia, Russia e Ucraina avevano raggiunto un’intesa che consentiva l’esportazione dei prodotti agricoli ucraini.
In cambio, Mosca chiedeva la rimozione degli ostacoli che impedivano di fatto le esportazioni russe.
Formalmente, i cereali russi non erano sottoposti a sanzioni. Ma le restrizioni sulle assicurazioni, sui pagamenti, sui servizi portuali e sul trasporto marittimo rendevano comunque più difficile commerciarli. Era il tipico meccanismo delle sanzioni occidentali: non si vieta direttamente una merce essenziale, ma si colpisce tutto ciò che serve per venderla.
L’accordo finì progressivamente per svuotarsi. Mosca accusò l’Occidente di non aver rispettato gli impegni, mentre Kiev e i governi europei attribuirono alla Russia la responsabilità della crisi. Oggi il problema si ripresenta in forma più grave, perché le rotte commerciali sono diventate esse stesse campi di battaglia.
Il pericolo non riguarda soltanto l’Ucraina.
La Russia è uno dei principali esportatori mondiali di grano e fertilizzanti. Molti Paesi africani e mediorientali dipendono dalle forniture provenienti dal Mar Nero. Ogni ostacolo alla navigazione, ogni aumento dei costi assicurativi e ogni blocco portuale si traduce in un rincaro dei prodotti alimentari.
La guerra del grano può quindi trasformarsi rapidamente in instabilità politica in Paesi lontani migliaia di chilometri dal fronte ucraino. La storia recente ha mostrato come l’aumento del prezzo del pane possa alimentare proteste, rivolte e crisi di governo.
Colpire le rotte agricole significa giocare con la sicurezza alimentare mondiale.
Il petrolio kazako intrappolato nella guerra
Un altro fronte particolarmente delicato riguarda il petrolio del Kazakistan. Una parte rilevante delle esportazioni kazake raggiunge i mercati internazionali attraverso il terminale russo di Novorossijsk e le infrastrutture del Consorzio dell’oleodotto del Caspio.
Quel petrolio non è russo. Appartiene al Kazakistan e viene acquistato anche da società occidentali. Tuttavia, per raggiungere i mercati deve attraversare infrastrutture situate in territorio russo o acque coinvolte nel conflitto.
Gli attacchi contro navi e terminali della regione hanno quindi colpito indirettamente anche Astana, che ha cercato di ricordare a Kiev e agli Stati Uniti la propria estraneità alla guerra. Ma in un conflitto economico generalizzato la neutralità geografica non basta. Una merce può non essere russa, ma se passa da un porto russo diventa vulnerabile.
L’Europa è tra i principali destinatari del petrolio kazako. Ridurre queste forniture significa eliminare un’altra alternativa alle importazioni russe, proprio mentre il continente cerca di diminuire la propria dipendenza energetica da Mosca.
È qui che la strategia occidentale comincia a mostrare tutte le sue contraddizioni. L’Unione Europea ha rinunciato progressivamente al petrolio e al gas russi, ha limitato le rotte alternative, ha accettato costi energetici molto più elevati e ora rischia di vedere compromesse anche le forniture provenienti dall’Asia centrale.
L’Europa e la politica del danno autoinflitto
La questione energetica è il punto in cui la guerra ucraina incontra direttamente la crisi mediorientale. Se il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz diventa incerto e contemporaneamente si riducono le esportazioni dal Mar Nero, il mercato perde più fonti di approvvigionamento nello stesso momento.
Il petrolio non è una risorsa che può essere sostituita immediatamente. Ogni barile sottratto al mercato produce tensioni sui prezzi. E ogni aumento del prezzo dell’energia si trasferisce sui trasporti, sull’agricoltura, sull’industria, sulla chimica e sul costo della vita.
L’Europa arriva a questa fase in condizioni di particolare debolezza. Le sue imprese pagano già energia più cara rispetto ai concorrenti statunitensi e asiatici. In Germania, la perdita del gas russo a basso costo ha messo in difficoltà settori essenziali come la chimica, la metallurgia, la ceramica e la produzione automobilistica.
A questa fragilità si aggiunge la politica delle sanzioni. Bruxelles continua a fissare limiti al prezzo del petrolio russo, nella convinzione di poter ridurre le entrate di Mosca. Ma un prezzo massimo funziona soltanto se il venditore non dispone di acquirenti alternativi.
La Russia può invece vendere a Cina, India e altri Paesi asiatici, magari concedendo sconti, ma senza sottostare alle condizioni europee.
Se l’offerta mondiale diminuisce, Mosca può perfino guadagnare di più esportando quantità inferiori a prezzi maggiori. È il paradosso delle sanzioni energetiche: ridurre i volumi disponibili può aumentare il valore delle esportazioni del Paese che si vuole colpire.
Nel frattempo, l’Europa compra carburanti raffinati in India o altrove, spesso prodotti con petrolio russo. In questo modo rinuncia al greggio relativamente economico per riacquistarlo trasformato a un prezzo più elevato. Il risultato è un trasferimento di ricchezza dall’industria europea verso gli intermediari asiatici.

La Cina osserva e beneficia. Dispone di energia russa scontata, mantiene rapporti con l’Iran, amplia le proprie rotte commerciali e offre alle imprese costi di produzione inferiori. Mentre l’Europa impone sanzioni che indeboliscono la propria industria, Pechino rafforza la competitività delle proprie esportazioni.
Questa non è soltanto geopolitica. È geoeconomia allo stato puro: la capacità di utilizzare commercio, energia, finanza e infrastrutture per modificare i rapporti di forza internazionali.
Le difficoltà russe e la propaganda occidentale
In Russia esistono problemi reali nella distribuzione dei carburanti, soprattutto durante l’estate e in alcune regioni periferiche. Ma attribuire ogni carenza agli attacchi ucraini rischia di trasformare l’analisi in propaganda.
La distribuzione russa presenta da anni problemi strutturali. Il mercato è dominato da grandi gruppi petroliferi, mentre le reti indipendenti incontrano maggiori difficoltà nell’approvvigionamento. Durante i mesi agricoli, la domanda di gasolio aumenta rapidamente e può provocare squilibri locali.
La Crimea rappresenta un caso ancora più particolare. Poiché l’annessione non è riconosciuta dai Paesi occidentali, alcune grandi imprese russe hanno evitato di svilupparvi una presenza diretta per non esporsi ulteriormente alle sanzioni.
La penisola dipende quindi maggiormente da operatori minori e da collegamenti logistici vulnerabili.
Gli attacchi ucraini contro depositi, autocisterne e stazioni di servizio aggravano certamente la situazione, ma non ne sono l’unica causa. Presentare ogni scarsità come prova del collasso russo può alimentare illusioni pericolose.
Sottovalutare l’avversario è uno degli errori più gravi che si possano commettere in guerra. Se la propaganda viene scambiata per informazione, finisce per ingannare non soltanto l’opinione pubblica, ma anche i governi, gli eserciti e coloro che devono prendere decisioni.
Il centro di gravità ucraino: la narrazione della vittoria
Se il centro di gravità russo è la stabilità, quello ucraino è la narrazione. Kiev dipende militarmente, economicamente e finanziariamente dall’Occidente.
Deve quindi convincere costantemente i propri sostenitori che la vittoria è possibile, che la Russia è prossima all’esaurimento e che nuovi aiuti possono cambiare il corso della guerra.
Senza questa rappresentazione, sarebbe molto più difficile ottenere armi, prestiti e sostegno politico. Se i governi europei ammettessero che il rapporto di forze è sfavorevole e che la Russia conserva l’iniziativa, crescerebbe inevitabilmente la pressione per un negoziato.
Per anni, l’opinione pubblica occidentale ha ascoltato previsioni sul prossimo esaurimento dei missili russi, sul collasso economico di Mosca e sulla disgregazione delle sue forze armate. Molte di queste previsioni si sono rivelate errate.
Il problema non è soltanto giornalistico. Una narrazione sbagliata può generare una strategia sbagliata. Se si crede che il nemico stia per crollare, si rifiutano i compromessi, si prolunga il conflitto e si alza continuamente il livello dello scontro.
Quando poi il crollo non arriva, resta soltanto la scelta tra ammettere l’errore o impegnare nuove risorse.
I cambiamenti ai vertici militari ucraini, le tensioni sul reclutamento e le proteste contro la mobilitazione indicano che la guerra sta producendo una crescente usura interna. Sostituire comandanti e ministri può servire a correggere errori reali, ma può anche essere il segnale di una direzione politica alla ricerca di responsabili per risultati che dipendono soprattutto da un rapporto di forze sfavorevole.
Una guerra combattuta con il sangue ucraino e il capitale europeo
L’aspetto più inquietante è che l’Europa ha finito per adottare la stessa narrazione necessaria alla sopravvivenza politica di Kiev.

Invece di mantenere una posizione autonoma, capace di sostenere l’Ucraina ma anche di cercare una soluzione diplomatica, l’Unione Europea si è identificata completamente con l’obiettivo di logorare la Russia.
L’Ucraina combatte perché considera in gioco la propria esistenza.
Gli Stati Uniti possono vedere nel conflitto uno strumento per contenere una potenza rivale. Ma per l’Europa la scelta è molto meno razionale.
Il continente utilizza risorse finanziarie, capacità industriali e riserve militari per prolungare una guerra che si svolge sul proprio territorio geopolitico e che danneggia soprattutto la propria economia. Le imprese europee perdono competitività, i prezzi dell’energia restano elevati, le infrastrutture commerciali diventano più insicure e il rischio di escalation aumenta.
Gli Stati Uniti possono vendere gas, armi e tecnologie.
La Cina può acquistare energia scontata e conquistare quote di mercato. La Russia può orientare una parte crescente delle proprie esportazioni verso l’Asia.
L’Europa, invece, paga il conto economico e politico senza riuscire a trasformare il proprio sacrificio in influenza diplomatica.
La guerra ucraina sta dunque cambiando volto. Non è più soltanto la battaglia per una linea del fronte.
È la lotta per il controllo delle rotte energetiche, delle esportazioni agricole, delle assicurazioni marittime, dei porti e delle narrazioni politiche.
Il pericolo è che, cercando di indebolire la Russia, l’Europa finisca per indebolire se stessa. E che, nel tentativo di mantenere viva l’illusione di una vittoria sempre rinviata, contribuisca alla trasformazione di una guerra regionale in un conflitto economico mondiale.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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