L’intesa tra Washington e Kiev, i timori di Mosca e la partita sotterranea che coinvolge eserciti, diplomazie e poteri economici

Di Giuseppe Gagliano*
La guerra in Ucraina entra in una fase nuova, meno visibile ma non meno decisiva. Mentre sulle città ucraine continuano a cadere i missili russi, un funzionario statunitense conferma che la delegazione di Kiev avrebbe accettato i termini di un possibile accordo di pace elaborato con Washington. Una svolta che, se confermata, segna un cambio di ritmo nella gestione del conflitto: dal campo di battaglia, ormai logorato, ai tavoli riservati dove potenze e apparati militari cercano l’uscita dal pantano.
L’elemento più sorprendente è il ruolo del segretario dell’esercito statunitense, Dan Driscoll, uomo delle forze armate più che della diplomazia, incaricato di tessere il filo tra le capitali coinvolte. È lui che, dopo i colloqui con gli ucraini a Ginevra, si è trasferito ad Abu Dhabi per incontrare una delegazione russa lontano dai riflettori. Una scelta che racconta molto: quando la diplomazia ufficiale arranca, sono i militari a diventare i garanti più credibili agli occhi degli attori sul terreno.
Secondo la fonte statunitense, l’Ucraina avrebbe accettato un impianto negoziale ridotto da ventotto a diciannove punti, depurato da elementi considerati esplosivi, come l’amnistia per i crimini di guerra e i limiti futuri alle dimensioni dell’esercito ucraino. Una revisione che ha un evidente valore politico. Zelensky ha bisogno di mostrare al Paese che la sovranità militare non è in discussione. Gli Stati Uniti, invece, cercano di evitare che i nodi più controversi facciano saltare il tavolo prima ancora che Mosca possa sedersi.
Un’immagine di un’azione di guerra in Ucraina
L’economia gioca la sua parte. Con il conflitto entrato nel quarto inverno, Kiev dipende sempre più dagli aiuti esteri per sostenere bilancio pubblico, forniture energetiche e spesa militare. I costi per Washington crescono, mentre la nuova amministrazione statunitense mostra una disponibilità limitata a continuare un sostegno illimitato. La pace, o quantomeno un congelamento del conflitto, diventa così una necessità di equilibrio economico interno prima ancora che una scelta strategica internazionale.
Dall’altra parte, il Cremlino mantiene il silenzio. Parla di “frenesia informativa” e rifiuta conferme sulla presenza dei suoi delegati ad Abu Dhabi. Una tattica nota: mai concedere agli avversari la sensazione di dettare i tempi. Tuttavia, il fatto stesso che un colloquio riservato con funzionari russi si sia svolto è un segnale che Mosca valuta, forse per la prima volta dopo mesi, che proseguire oltre potrebbe non portare vantaggi strategici. L’esercito russo avanza, ma lentamente, e a costi crescenti. L’apparato economico è sotto pressione. Una pace negoziata potrebbe congelare a suo vantaggio alcune conquiste territoriali.
Sul piano militare, la presenza di ufficiali di massimo livello al fianco di Driscoll durante la missione in Ucraina mostra come gli Stati Uniti stiano cercando di garantire a Kiev un paracadute di sicurezza per qualsiasi accordo venga raggiunto. È un modo per far capire sia a Kiev sia a Mosca che l’esercito statunitense resta il vero pilastro della stabilità negoziale, anche in assenza di un coinvolgimento diretto della diplomazia tradizionale.
Soldati russi perlustrano le rovine della città di Avdiïvka, caduta nel febbraio 2024 (Mil.ru)
La geopolitica del negoziato è ancora più complessa. Washington vuole evitare che l’Europa resti paralizzata in una guerra senza fine che indebolisce la sicurezza del continente e spinge gli europei verso una dipendenza militare e tecnologica ancora maggiore. L’equilibrio eurasiatico non può restare legato al rischio di una escalation permanente. E l’impiego di figure come Driscoll, considerate più “pragmatiche” dai russi, è un segnale che la Casa Bianca vuole chiudere la partita evitando scosse eccessive sul piano internazionale.
Resta ora da capire che cosa risponderà Mosca ai diciannove punti. La Russia non ha ancora ricevuto il testo definitivo. L’iniziativa è totalmente statunitense: Kiev può accettare, ma senza Washington non si tratta. E questo riequilibrio – che vede l’Ucraina più dipendente dal proprio alleato principale – è uno dei messaggi che il Cremlino analizzerà con più attenzione. Non è la pace a preoccupare Mosca, ma il modo in cui gli Stati Uniti intendono modellarla.
Il rischio è che il fronte orientale possa vivere un cessate il fuoco “imperfetto”, simile a quelli già visti in altre aree del pianeta: una guerra non conclusa, congelata, lasciata pendere come un’ombra sulle future relazioni tra le parti. È lo scenario che molti analisti ritengono più probabile, perché nessuno dei due contendenti ha ottenuto una vittoria piena. E in tali condizioni una pace vera è quasi impossibile.
L’Ucraina accetta per necessità, gli Stati Uniti per calcolo strategico, la Russia per logoramento. Il risultato potrebbe essere un accordo che più che chiudere la guerra la sospende. Ma anche questo, dopo quasi tre anni di devastazione, per molti sarebbe già un inizio.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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