Di Giuseppe Gagliano*
BRUXELLES. L’Unione Europea torna a discutere di sanzioni contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.

La Commissione ha presentato ai Governi tre possibili strade: obbligare gli importatori a ottenere un’autorizzazione, imporre dazi tanto elevati da scoraggiare gli acquisti oppure vietare, totalmente o parzialmente, l’ingresso di queste merci nel mercato europeo.
Sulla carta, la questione appare commerciale. In realtà è eminentemente politica.
L’Europa deve decidere se limitarsi a dichiarare illegali gli insediamenti oppure tradurre questa posizione in conseguenze economiche concrete. Ed è proprio qui che cominciano le esitazioni.
Un sistema commerciale facile da aggirare
I prodotti delle colonie sono già esclusi dalle agevolazioni tariffarie previste per le merci israeliane.
Il sistema, tuttavia, si è dimostrato fragile.
Prodotti agricoli e industriali provenienti dagli insediamenti possono essere etichettati come israeliani, mescolati con merci realizzate entro i confini riconosciuti di Israele oppure affidati a intermediari che ne rendono difficile la tracciabilità.
L’obbligo di autorizzazione proposto da Francia e Svezia aumenterebbe i controlli, senza eliminare la possibilità di elusione.
Anche dazi proibitivi potrebbero essere aggirati attraverso triangolazioni commerciali, trasformazioni minime o falsificazioni dell’origine.
Il divieto rappresenterebbe la misura più netta, ma richiederebbe alle dogane europee di distinguere con precisione tra merci israeliane e merci prodotte nei territori occupati.
Il problema non è soltanto tecnico. Significa costruire un sistema di controllo capace di seguire filiere, proprietari, intermediari e luoghi di produzione in un’economia fortemente integrata.
Il vero ostacolo è la procedura
La battaglia decisiva si combatte sulla base giuridica della misura.

Se il provvedimento venisse considerato uno strumento di politica commerciale, potrebbe essere approvato a maggioranza qualificata. Se fosse invece collocato nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune, sarebbe necessaria l’unanimità.
La differenza è sostanziale. Con la maggioranza qualificata, i Paesi favorevoli potrebbero superare le resistenze di una minoranza.
Con l’unanimità, basterebbe l’opposizione di un solo governo per bloccare tutto.
La Commissione sembra orientata verso la seconda interpretazione, quella più difficile da trasformare in decisione.
Per i Governi che chiedono misure concrete, questa posizione equivale a rinviare il problema.
Non manca la pressione politica: almeno 20 Stati avrebbero chiesto di esaminare possibili restrizioni, mentre Irlanda, Spagna e Paesi Bassi hanno già intrapreso iniziative nazionali. Germania e Italia restano invece più prudenti.
L’Unione si ritrova così nella posizione che le è più abituale: forte nelle dichiarazioni giuridiche, divisa quando deve sostenere il costo politico delle proprie affermazioni.
Il peso economico e il significato politico
Il valore complessivo delle importazioni provenienti dagli insediamenti non è tale da modificare gli equilibri dell’economia israeliana. Un divieto europeo avrebbe soprattutto un effetto politico e simbolico.
L’Unione rappresenta uno dei principali mercati di destinazione per Israele. Escludere le merci delle colonie significherebbe affermare che l’Europa non intende contribuire economicamente al consolidamento dell’occupazione.
Sarebbe inoltre un precedente: per la prima volta, la distinzione tra Israele e territori occupati verrebbe applicata attraverso un provvedimento commerciale generalizzato e non soltanto mediante l’etichettatura o la perdita delle agevolazioni doganali.
Per le imprese israeliane coinvolte negli insediamenti, le conseguenze potrebbero comunque essere rilevanti.
Agricoltura, industria alimentare, cosmetica, materiali da costruzione e attività manifatturiere dipendono dall’accesso ai mercati esteri. Il divieto potrebbe aumentare i costi, scoraggiare gli investimenti e spingere le aziende a trasferire formalmente o realmente parte della produzione.
La Cisgiordania come spazio strategico
Gli insediamenti non sono soltanto un progetto abitativo.
Costituiscono una rete territoriale composta da strade, zone industriali, sistemi di sicurezza, presidi militari e infrastrutture che frammentano la continuità geografica palestinese.

Da un punto di vista strategico, questa rete consente a Israele di controllare le alture, le vie di comunicazione, le risorse idriche e gli accessi alle principali città palestinesi. Le colonie civili sono protette dall’esercito e, nello stesso tempo, giustificano una presenza militare permanente.
L’espansione degli insediamenti riduce quindi lo spazio disponibile per una soluzione fondata su due Stati. Ogni nuova costruzione modifica il territorio, consolida interessi economici e rende politicamente più costoso un eventuale ritiro.
Il commercio europeo entra in questa dinamica perché contribuisce alla sostenibilità economica delle colonie. Acquistare quei prodotti non equivale militarmente a finanziare un reparto armato, ma aiuta a mantenere comunità, imprese e infrastrutture che dipendono dalla protezione delle forze israeliane.
Il diritto senza potenza
Il parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 ha rafforzato l’argomento di chi chiede all’Europa di non riconoscere e non sostenere la presenza israeliana nei territori occupati. Ma il diritto internazionale, quando non è accompagnato da strumenti politici ed economici, rischia di restare una proclamazione.
Israele respinge l’interpretazione secondo cui gli insediamenti sarebbero illegali e considera la Cisgiordania un territorio conteso il cui destino dovrebbe essere definito attraverso negoziati. Dal punto di vista israeliano, le restrizioni europee rappresenterebbero una pressione unilaterale capace di incoraggiare i palestinesi a evitare il confronto diretto.
Per i sostenitori del divieto, invece, continuare a commerciare normalmente significa accettare che l’occupazione produca fatti irreversibili sul terreno mentre la diplomazia discute.
Una misura limitata che rivela una crisi più grande
Il possibile blocco delle importazioni non fermerà l’espansione delle colonie e non risolverà il conflitto israelo-palestinese.
Potrebbe però dimostrare se l’Unione sia capace di collegare il proprio peso economico alle posizioni che proclama.
La questione riguarda Israele, ma anche la credibilità europea.
L’Unione chiede agli altri di rispettare confini, risoluzioni e sentenze internazionali.
Se rinuncia ad agire quando sono in gioco i propri rapporti politici e commerciali, trasforma il diritto in uno strumento selettivo.
Il nodo, dunque, non è il volume delle merci provenienti dagli insediamenti. È la capacità dell’Europa di decidere se il mercato debba restare neutrale davanti a un’occupazione che essa stessa considera illegale.
Per ora, Bruxelles prepara opzioni, consulta i Governi e rinvia le decisioni.
Nel frattempo, gli insediamenti continuano ad allargarsi, dimostrando ancora una volta che sul terreno la geografia avanza più velocemente della diplomazia.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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