Di Giuseppe Gagliano*
LOME’. (TOGO). La storia della Matros Shevchenko non è solo il percorso di una nave russa che attracca a Lomé in attesa di caricare mille tonnellate di yellowcake.

È un frammento di un disordine più grande, quello di un’Africa occidentale in cui le vecchie potenze sono state scalzate e le nuove avanzano con passo deciso, sfruttando vuoti politici, fragilità istituzionali e la crescente fame di risorse strategiche.
Un carico che pesa più della sua massa
L’uranio arrivato dal Niger non è un minerale come gli altri.
È l’eredità ingombrante di anni in cui la Francia ha dominato il settore attraverso Orano, oggi cacciata dal Paese e costretta a denunciare come “illegale” il trasferimento del materiale.
Ma a contare, più che la legalità, è il segnale strategico: i Governi militari del Sahel non rispondono più a Parigi e non temono più di esporsi. Vendono ciò che vogliono, a chi vogliono, e usano il territorio come corridoio di un’economia parallela che intreccia risorse, debolezze e protezioni politiche.

Il convoglio di camion che ha attraversato il Sahel evitando il Benin, passando invece per il Burkina Faso, è la dimostrazione che esiste ormai una logistica “protetta” al servizio dell’alleanza russo-saheliana. E che gli Stati della regione hanno imparato a leggere la competizione globale come un’opportunità, non come una minaccia.
Lomé, il nuovo retroporto di Mosca
La presenza della Matros Shevchenko non sarebbe possibile senza il recente accordo militare tra Russia e Togo.
Un’intesa che dà a Mosca accesso privilegiato ai porti del Golfo di Guinea, cioè a un corridoio sicuro per il trasporto di risorse sensibili e per l’appoggio alle proprie missioni militari.

A questo si aggiunge il segnale politico: il Presidente togolese Faure Essozimna Gnassingbé che vola dal suo omologo russo Vladimir Putin, l’idea di un partenariato che si consolida, la comparsa nel Golfo di unità navali russe.
È una piccola rivoluzione: fino a qualche anno fa nessuno dei Paesi dell’Africa occidentale avrebbe permesso una tale libertà d’azione a una potenza esterna che non fosse l’ex metropoli o gli Stati Uniti.
Le potenze guardano, ma non possono fermare molto
Francesi, americani, cinesi monitorano la nave dal cielo.
Non possono ignorare il rischio che un trasferimento simile sfugga di mano, né il suo valore strategico per Mosca.

L’uranio è combustibile per centrali, ma anche fattore di potere: garantisce autonomia energetica e capacità di resistenza in tempi di guerra economica.
In un momento in cui le sanzioni colpiscono duramente segmenti della filiera nucleare russa, mille tonnellate di yellowcake africano sono ossigeno.
Tuttavia nessuno sembra disposto a intervenire.
Un’azione contro una nave russa in un porto africano sarebbe un salto nel buio.
Un rischio che nessuno può assumersi mentre in Europa infuria la guerra ucraina e in Medio Oriente si apre una delle fasi più instabili da decenni.
Il Sahel come nuovo territorio conteso
Il trasferimento di uranio non è un caso isolato: rientra in una dinamica in cui la Russia ha sostituito la Francia come potenza di riferimento in Mali, Niger e Burkina Faso, sfruttando la retorica anti-occidentale, la presenza di contractor e l’offerta di protezione militare.
È un’alleanza di necessità: i regimi saheliani hanno bisogno di sicurezza immediata, Mosca ha bisogno di risorse e influenza. Il risultato è un sistema a doppio binario, dove ogni attore ricava qualcosa e tutti indeboliscono le strutture già fragili della regione.
Il sospetto iraniano e l’ombra delle triangolazioni
Si parla dell’interesse dell’Iran, che negli anni passati aveva guardato allo stesso uranio.
Non è uno scenario impossibile, ma oggi meno probabile: Mosca ha bisogno di consolidare i propri stock e non può permettersi triangolazioni rischiose che offrirebbero agli Stati Uniti un pretesto per nuove pressioni internazionali.
Ma il fatto stesso che la voce circoli mostra quanto fluido sia diventato il panorama: alleanze mobili, scambi opachi, zone grigie tra legalità e geopolitica.
Un punto fermo in un mare in tempesta
Questa vicenda ci dice che:
- Il Sahel è passato dall’essere periferia del sistema internazionale a uno dei suoi epicentri
- La Russia è riuscita dove l’Europa ha fallito, costruendo una rete di partenariati che regge nonostante instabilità e sanzioni
- Gli Stati africani, lungi dall’essere pedine, usano la rivalità delle grandi potenze per ottenere margini e legittimità
- Le risorse strategiche quali oro, uranio, petrolio, terre rare diventano la valuta con cui si ridefinisce il potere.
La Matros Shevchenko non è un dettaglio né una curiosità OSINT.
È un segno dei tempi: la geopolitica non passa solo per i grandi summit, ma anche per un molo del Togo, dove una nave russa aspetta di caricare l’uranio che potrebbe riscrivere gli equilibri dell’intera regione.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

