Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON. Alle dichiarazioni rilasciate ieri, durante il vertice NATO, dal Presidente statunitense Donald Trump ha fatto seguito un’altra notte di pesanti operazioni nel Golfo.

Stando a quanto reso noto dal CENTCOM, le forze USA schierate nella regione avrebbero, infatti, colpito circa 90 obiettivi nemici.
Tra essi figurano, in particolare, sistemi di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e infrastrutture logistiche militari lungo la costa iraniana.

Posta ufficialmente in essere per “continuare” a degradare le capacità di rappresaglia in possesso della Repubblica Islamica (proposito piuttosto vago, soprattutto se si pensa agli insufficienti risultati ottenuti in tal senso con gli intensi attacchi degli scorsi mesi), questa nuova campagna di raid statunitensi sembrerebbe avere come reale obiettivo quello di ridimensionare la convinzione dei vertici iraniani di essersi venuti a trovare, malgrado il rallentamento del loro programma nucleare, in una condizione di relativa forza, sia con riferimento alle dinamiche inerenti al traffico mercantile nello Stretto di Hormuz, sia nell’ambito del più ampio processo negoziale iniziato nelle ultime settimane.
Un processo che, pur avendo già preso, nelle scorse settimane una direzione non propriamente in linea con i desiderata statunitensi ed essendo stato bollato come “morto” dallo stesso Presidente Trump, ben difficilmente verrà lasciato completamente cadere nel vuoto da parte della Casa Bianca. Anche perché l’alternativa potrebbe essere quella di un conflitto ad oltranza ancor meno in linea con gli interessi strategici di Washington.
In ogni caso, almeno per il momento di una nuova conciliazione non è che si parli più di tanto.
Non diversamente dalla notte scorsa, infatti, la Repubblica Islamica ha immediatamente reagito bersagliando le basi militari statunitensi nell’area e, malgrado il capo della Casa Bianca abbia dichiarato, in mattinata, di aver ricevuto una telefonata dai vertici iraniani allo scopo di riprendere le trattative, nelle ultime ore si sono registrati diversi allarmi in Kuwait, Bahrain e Qatar, mentre la navigazione nello Stretto di Hormuz sarebbe, di fatto, già tornata a fermarsi.
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