Venezuela: Il Paese sud americano e il mondo analizzano il post Maduro. La vice Presidente Delcy Rodriguez in pole position per guidare lo Stato

Di Giuseppe Gagliano*

CARACAS. In un discorso trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha sorprendentemente proposto ai Paesi confinanti (Colombia e Brasile in primis) la stipula di accordi bilaterali o multilaterali di cooperazione in materia di sicurezza e lotta alla criminalità organizzata.

L’offerta include lo scambio di informazioni di intelligence e la possibilità di operazioni congiunte lungo i confini.

Sostenitori di Maduro

Maduro ha motivato la proposta sostenendo che il Venezuela avrebbe «completamente debellato» le grandi organizzazioni criminali transnazionali che operavano sul suo territorio, primo fra tutti il famigerato Tren de Aragua.

Il modello venezuelano di polizia “scientifica, professionale ed esemplare”, ha detto il Presidente, sarebbe ora a disposizione dei Paesi vicini per combattere narcotraffico, tratta di persone e bande armate.

La mossa arriva in un momento di massima tensione con gli Stati Uniti.

Dall’inizio di settembre il Pentagono ha intensificato l’operazione Southern Spear nel Mar dei Caraibi: oltre 20 attacchi mirati contro imbarcazioni sospette di trasportare droga, con un bilancio ufficiale di almeno 87 morti.

La sede del Pentagono

Washington accusa apertamente il regime chavista di collusione con il narcotraffico e considera il Tren de Aragua ancora pienamente operativo, tanto da aver sanzionato pochi giorni fa l’attrice e DJ venezuelana Jimena Araya (“Rosita”), accusata di essere stata la compagna del capo-banda “Niño Guerrero” e di avergli fornito copertura logistica e finanziaria.

Caracas ribatte definendo il Tren de Aragua un «mito» costruito ad arte per giustificare l’aggressione statunitense.

Il ministro delle Carceri Julio García Zerpa è arrivato a sostenere che la banda “non esiste più”, mentre Diosdado Cabello, numero due del regime e ministro dell’Interno, ha invitato i venezuelani a prepararsi a una «resistenza offensiva attiva, prolungata e permanente» contro quella che definisce un’imminente invasione yankee.

Sul piano militare, la presenza statunitense nella regione è massiccia e visibile: pattugliamenti costanti di navi da guerra, sorvoli di P-8 Poseidon e Orion, Marines imbarcati pronti a interventi rapidi.

Il Presidente statunitense Donald Trump

Donald Trump, in una riunione di Gabinetto trasmessa in parte dalla Casa Bianca, ha dichiarato senza mezzi termini che “le operazioni di terra sono molto più semplici” e che gli Stati Uniti “conoscono percorsi e rifugi” dei narcos, lasciando intendere che un’azione diretta sul territorio venezuelano potrebbe essere imminente.

Parallelamente, canali diplomatici riservati restano aperti.

Reuters ha rivelato l’esistenza di una telefonata del 21 novembre tra Trump e Maduro.

La vice presidente del Venezuela Delcy Rodriguez

Il leader venezuelano avrebbe chiesto amnistia totale per sé e la famiglia, la rimozione di tutte le sanzioni e la sospensione di ogni procedimento giudiziario internazionale, proponendo in cambio che la vice Presidente Delcy Rodríguez guidi un Governo di transizione verso nuove elezioni.

Washington avrebbe respinto quasi tutte le condizioni, offrendo a Maduro soltanto l’esilio (Russia o altro Paese terzo) e mantenendo ferma la linea del cambio di regime.

Il Venezuela si trova dunque stretto tra due fuochi: da un lato la pressione militare statunitense senza precedenti dall’epoca delle crisi missilistiche caraibiche; dall’altro l’isolamento regionale, con Colombia e Brasile governati da Presidenti (rispettivamente Petro e Lula) che, pur critici verso interventi unilaterali USA, non intendono certo diventare complici del chavismo.

Il Presidente brasiliano, Lula

L’offerta di cooperazione securitaria di Maduro appare quindi anche come un tentativo di dividere il fronte sudamericano e di guadagnare tempo. Resta da vedere se Bogotá e Brasilia abboccheranno a una proposta che, nelle intenzioni di Caracas, dovrebbe dimostrare che il Venezuela è parte della soluzione e non del problema.

Nel frattempo, la temperatura nei Caraibi continua a salire, e la sensazione è che il 2026 possa aprirsi con uno dei capitoli più pericolosi della lunga crisi venezuelana.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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